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Le città sono costantemente attraversate da persone che non le abitano: turisti, lavoratori, studenti, migranti. Alcuni arrivano per scelta, altri per necessità. Alcuni sono pendolari, altri si fermano qualche notte, altri ancora per mesi. Oggi, in un’epoca di turismo di massa, di mobilità e flessibilità lavorativa, i confini tra le categorie di abitanti temporanei sono sempre più sfumati. Quello che fa la differenza è la capacità di spesa dei singoli. Per esempio, sui migranti più benestanti, che arrivano in Italia per lavoro, per svago o per altre scelte, sappiamo pochissimo. Quanti sono, perché arrivano, dove soggiornano e per quanto tempo? E, soprattutto, qual è il loro impatto?

Quantificare i pendolari e gli abitanti temporanei non è semplice ma è importante per programmare i servizi e per capire come cambiano le città. Nel 2016 l’Istituto nazionale di statistica (Istat)ha calcolato per la prima volta, con un metodo sperimentale, l’incidenza dei pendolari lavoratori e studenti (escludendo quindi i turisti) che attraversano le principali città italiane durante il giorno: il loro numero in media è pari al 20 per cento della popolazione residente. Anche se i dati potrebbero essere sovrastimati, la quantità di pendolari a Roma equivale a un terzo della popolazione residente; a Milano è più della metà.

“Il ‘modello Milano’ si basa sul drenaggio di risorse dalle aree limitrofe, sulla spesa in bar, ristoranti o negozi dei city users, termine coniato nel 1993 dal sociologo Guido Martinotti per definire coloro che ‘usano la città senza risiedervi’”, spiega il geografo Filippo Celata che sta studiando il fenomeno. “La pandemia ha reso visibile quanto le grandi città sono diventate dipendenti dai flussi di non residenti: hanno bisogno di una popolazione aggiuntiva che spende e consuma. Non a caso il sindaco di Milano Giuseppe Sala è stato tra i primi a tuonare contro il lavoro a distanza”.

Per capire quanti usano la città senza risiedervi, ai pendolari giornalieri bisogna aggiungere non solo i turisti (a Roma, per esempio, sono 130mila al giorno), ma anche altre forme di abitare temporaneo in forte crescita, diverse dalle migrazioni tradizionali. Si tratta di persone che hanno la residenza altrove e non hanno intenzione di stabilirsi permanentemente. A Roma, secondo una delle stime migliori, questi cittadini temporanei ammonterebbero a circa il 10 per cento dei residenti: una massa aggiuntiva del tutto comparabile in quantità ai turisti (che rimangono per molto meno tempo), che gravita intorno al centro della città, usa i suoi servizi e abita nelle sue case.

Nel 2019 le case su Airbnb, la piattaforma digitale di affitti brevi turistici, superavano quelle date in affitto a residenti nei centri di sei città (Bologna, Firenze, Napoli, Palermo, Roma e Venezia) analizzate da Celata. A Roma alcune zone hanno perso un terzo dei loro abitanti a causa degli affitti turistici. Con gli abitanti, sono scomparsi i negozi di vicinato, i prezzi sono aumentati e il flusso continuo di turisti ha reso strade e piazze impraticabili. In una parola, i centri storici sono diventati invivibili.

Una ricerca di Sociometrica, presentata nel 2020, ha stimato che a Roma ci sono cinque milioni di turisti non registrati ogni anno, il 30 per cento di quelli ufficiali, riconducibili agli Airbnb. Sono cinque milioni di persone che usano i servizi pubblici e non pagano l’imposta di soggiorno.

Turismo di “qualità”

Prima della pandemia si erano già moltiplicate le iniziative e i movimenti sociali di denuncia sugli effetti dell’overtourism (sovraffollamento turistico) e degli affitti brevi. Ma invece di regolamentare le locazioni e favorire chi sceglie di vivere in città, le autorità hanno parlato solo della necessità di educare i turisti, e di puntare su un turismo di “qualità”, ovvero più ricco di quello low cost cresciuto proprio grazie ad Airbnb e ai voli economici.

Per contrastare l’eccessiva congestione di persone i sindaci hanno cominciato a limitare l’accesso a pezzi di città. A Firenze, Venezia e Roma sono state emesse ordinanze che vietano ai turisti, ma anche ai residenti, di sedersi sui gradini dei monumenti. “Nel 2017 il sindaco di Firenze ha annunciato che avrebbe fatto innaffiare i gradini delle chiese per evitare che i turisti vi si sedessero”, ricorda Celata. “A Venezia sono stati istituiti dei varchi per regolare l’accesso al centro storico”.

Poi, con la pandemia, i flussi si sono interrotti, i centri storici sono rimasti deserti, e i proprietari di case e i commercianti hanno chiesto sussidi e indennizzi. “Le alternative all’assenza di turismo, in quella fase, erano due: riportare i residenti nei centri urbani o puntare su altri abitanti temporanei”, sostiene Celata. “La prima opzione è stata liquidata. Forse è stata ritenuta troppo complicata perché avrebbe richiesto una strategia a lungo termine o magari era solo poco conveniente. Si è scelta la seconda strada”.

A marzo del 2021 la Fondazione di Venezia, l’università Ca’ Foscari e l’azienda tecnologica Cisco hanno lanciato Venywhere, work from Venice (lavora da Venezia), una piattaforma per attirare “una nuova popolazione di cittadini temporanei” e “sviluppare un’alternativa al turismo di massa” attraverso l’offerta di servizi come l’assistenza per ottenere il visto e trovare spazi di lavoro e case. In poche settimane la piattaforma avrebbe registrato 15mila visite e 1.200 iscrizioni.

Un anno prima l’università Iuav di Venezia aveva stretto un accordo con Air­bnb per destinare le case vacanze vuote agli studenti. Ma quando il turismo è ripartito gli studenti sono stati sfrattati. Lo scorso agosto il numero di residenti è sceso per la prima volta sotto la quota di 50mila, a causa della trasformazione di Venezia in un parco tematico. “La situazione abitativa è disastrosa. Nemmeno la peste del 1348 decimò in questo modo la città lagunare”, ha scritto su Jacobin un residente, Giancarlo Chigi.

Oggi Venezia potrebbe limitare gli Airbnb grazie a un emendamento approvato a luglio dal parlamento che dà la facoltà al comune di stabilire un limite massimo di locazioni brevi. Ma il comune non si è mosso e neanche le altre città sembrano avere fretta di farlo, come invece è avvenuto nel resto d’Europa. A Venezia, piuttosto, si è tornato a parlare di un biglietto di ingresso alla città. I pochi residenti stanno protestando: l’istituzione di un biglietto, dicono, trasformerebbe la città in un museo.

All’inizio dell’anno anche il comune di Firenze ha lanciato una piattaforma, che si chiama BeLong, per promuovere affitti a medio e lungo termine rivolti a studenti, startupper, smart worker e altri soggetti “che hanno in questi anni manifestato la difficoltà nel trovare alloggi a causa di un mercato saturato dal fenomeno degli affitti brevi”, si legge sul sito. Sono previsti “benefit” per inquilini e proprietari che aderiscono a BeLong: sconti su musei, attività commerciali, spazi di lavoro e mobilità condivisa per gli abitanti temporanei, sconti sull’Imu (l’imposta municipale sulle seconde case) per i proprietari.

Nomadi digitali

A marzo il governo ha riconosciuto una nuova figura, quella del “nomade digitale” per cui si prevede l’istituzione di un visto ad hoc, in deroga al decreto flussi che stabilisce quanti lavoratori stranieri l’Italia può accogliere. Secondo il governo i nomadi digitali sono “cittadini di un paese terzo che svolgono attività lavorativa altamente qualificata attraverso l’utilizzo di strumenti tecnologici che consentono di lavorare da remoto”. Di fatto, però, su questa categoria di lavoratori sappiamo pochissimo, oltre al fatto che si tratta di persone che lavorano tramite internet e che, classificazione del governo a parte, non sono necessariamente straniere.

Manca una definizione univoca. Un nomade digitale è qualcuno che lavora da casa? O è qualcuno che viaggia mentre lavora? Il rapporto sul lavoro autonomo negli Stati Uniti, per esempio, classifica i nomadi digitali come lavoratori da remoto, una definizione in cui è assente la componente del viaggio. Nelle ricerche accademiche sulla mobilità si parla di lifestyle mobility, una categoria di migranti per stile di vita, a metà tra il turismo e la migrazione. I nomadi digitali rientrerebbero in questa vasta categoria e, secondo una narrazione molto diffusa, sarebbero in aumento. Ma senza dati è difficile capirlo.

Qualche informazione in più si trova in un rapporto dell’Associazione italiana nomadi digitali, realizzato in collaborazione con Airbnb. Poiché Airbnb rifiuta di pubblicare i dati sugli affitti di cui è intermediaria (per ottenerli alcune città all’estero hanno portato la piattaforma in tribunale), la sua diffusione di informazioni sui cosiddetti nomadi digitali fa pensare a una strategia di marketing. Secondo il rapporto il 42 per cento delle 2.200 persone intervistate provenienti da vari paesi è interessato a soggiornare in Italia, per un periodo compreso tra uno a tre mesi; seguono percentuali inferiori per periodi più lunghi. Il 10 per cento sceglierebbe il nord dell’Italia, mentre il 43 per cento si trasferirebbe al sud.

Purtroppo l’Agenzia delle entrate non pubblica i dati sui contratti di locazione di durata inferiore a un anno per parti di immobili, cioè per l’affitto di una stanza per un breve periodo. Non è chiaro, quindi, se siano in aumento. Si sa però che i contratti inferiori a un anno per interi appartamenti sono pochissimi: poco più di 147mila nel 2021, 30mila in più del 2016. Anche i contratti transitori, che durano da uno e tre anni, sono pochi: nel 2021 hanno riguardato 170mila abitazioni in Italia. Contrariamente alla tesi di Airbnb, la metà di questi contratti è registrata nel nord del paese; solo il 16,5 per cento al sud. Tra le grandi città, Milano conta il 41 per cento dei contratti transitori.

Dalla serie “A che ora chiude Venezia”. (Giovanni Cocco)

Il frazionamento di case per l’affitto di stanze e posti letto, anche per brevi periodi, però, sembra essere effettivamente in aumento. Perché se i dati e le politiche pubbliche ignorano le tendenze emergenti, gli operatori privati le hanno già colte, o forse le hanno indotte. È in crescita il ruolo degli intermediari, grandi gruppi che gestiscono centinaia di appartamenti: li prendono in affitto dai proprietari e li subaffittano a studenti e lavoratori.

Uno di questi gruppi è DoveVivo, una holding partecipata da investitori internazionali come Starwood capital group che ha raccolto più di 65 miliardi di dollari di capitale e che gestisce beni per almeno 110 miliardi di dollari. DoveVivo gestisce 13mila stanze in sei paesi in Europa. In Italia è presente in 13 città, i prezzi per le stanze variano, ma sono più alti della media. Offre “soluzioni abitative di breve, medio e lungo periodo” a studenti, giovani lavoratori, famiglie e viaggiatori. Ai proprietari offre un canone fisso o la condivisione dei guadagni. Nel primo caso assicura la rendita ai proprietari anche in caso di morosità.

Secondo il fondatore, Valerio Fonseca, la crescita dell’azienda segue l’evoluzione delle necessità abitative: “I clienti passano dalla coabitazione all’appartamento per la giovane famiglia, dal campus universitario alla vacanza di pochi giorni”. DoveVivo punta a coprire tutti questi segmenti di domanda abitativa. Ma per molte persone anche una stanza costa troppo.

Durante un convegno dell’Associazione nazionale costruttori, il 20 ottobre, il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha attribuito l’emergenza abitativa del capoluogo emiliano non solo al turismo ma anche all’arrivo di lavoratori e investitori, con salari più alti della media, nelle nuove aziende tecnologiche. Il problema, secondo Lepore, si risolverebbe con una nuova disponibilità di alloggi per chi ha salari più bassi. Ma questi alloggi non ci sono. Senza politiche di lungo periodo, attirare lavoratori con stipendi più alti della media locale può avere effetti disastrosi sull’aumento delle disuguaglianze. Perché gli effetti sono gli stessi del turismo: tutto costa di più.

Chi paga cosa

Esiste un termine specifico per definire la pratica alla base del nomadismo digitale: geoarbitrage, da geographic arbitrage, che si può tradurre in “arbitrarietà geografica”. Consiste nello scegliere un paese con un basso costo della vita, guadagnando all’estero un salario più alto. Esiste anche un sito web per calcolare il paese con il migliore rapporto tra salario estero e costo della vita locale. I primi dieci posti in classifica sono occupati da paesi asiatici, dove il costo della vita è più basso rispetto a quello occidentale.

In ambito accademico questo fenomeno ha un altro nome: gentrificazione transnazionale. La gentrificazione è il processo per cui lo spazio urbano è progressivamente riservato a utenti sempre più ricchi e ha come effetto l’espulsione degli abitanti più poveri, ma anche sempre di più di quelli semplicemente meno ricchi. Questo processo può avvenire anche tra paesi diversi ed è l’effetto di politiche che corteggiano una élite transnazionale invece di alzare i salari, migliorare la qualità della vita, dei servizi e delle economie locali. Questa élite è appetibile anche per le piattaforme digitali.“Non è un caso che Airbnb stia puntando sullo stesso segmento di affitto di medio periodo”, spiega Celata.

Secondo il geografo il rischio è che si sostituisca una forma di gentrificazione con un’altra, quella turistica con quella di lavoratori da remoto: “Gli impatti di queste due popolazioni temporanee sulle città sono molto simili”. Gli affitti a breve e a medio termine non sono in competizione. È lo stesso segmento di mercato immobiliare, l’uno non è alternativo all’altro. I cosiddetti nomadi digitali sono a loro volta il risultato delle trasformazioni dei rapporti di lavoro, della precarietà, della temporaneità. “Nessuno nega gli effetti positivi in termini sociali e culturali dell’arrivo di nuovi abitanti, anche temporanei. Il problema non è se li vogliamo o meno, il problema è avere consapevolezza degli effetti di gentrificazione, di polarizzazione sociospaziale, di aumento delle disuguaglianze che possono produrre. Bisogna avere una visione della connessione dei processi”, afferma Celata. Le città fanno leva sulla capacità d’attrazione per favorire lo sviluppo urbano ma ne ignorano le implicazioni.

Migliaia di giovani lasciano ogni anno l’Italia in cerca, anche loro, di condizioni migliori altrove. Negli ultimi dieci anni gli italiani emigrati all’estero sono triplicati. La popolazione invecchia, le persone in età lavorativa diminuiscono. Firenze, mentre cerca di attirare nuovi abitanti temporanei che non pagano le tasse in Italia, registra l’incremento più rilevante di emigrazione all’estero, aumentata del 400 per cento negli ultimi dieci anni, secondo l’Istat.

Le popolazioni temporanee contribuiscono all’espulsione di residenti, che pagano per i servizi. “Quello dell’attrattività è un paradigma, inscritto nel modello neoliberista, indifferente alla redistribuzione della ricchezza, all’aumento delle disuguaglianze, agli effetti di ingiustizia fiscale”, commenta Celata. “La città è vista come un dispositivo di consumo e la popolazione temporanea come un’occasione di guadagno. Ma c’è un problema di giustizia tra chi usa la città e chi paga per farla funzionare”.

Questo articolo è uscito su Parole, un numero di Internazionale Extra che raccoglie reportage, foto e fumetti sull’Italia. Si può comprare in tutte le edicole e sul sito di Internazionale, oppure in digitale sull’app di Internazionale.

Foto
A che ora chiude Venezia

Le foto fanno parte della serie A che ora chiude Venezia di Giovanni Cocco. Sono state scattate dal 2015 al 2019, prima dell’inizio della pandemia. Nel progetto il fotografo si chiede cosa succede a una città e ai suoi spazi pubblici quando si svuota degli abitanti ed è popolata solo da turisti. Le immagini sono state realizzate in pellicola e in medio formato, in una lenta esplorazione, necessaria per ritrarre la città come fosse una pittorica natura morta.