La destra radicale ha vinto le elezioni. Ha vinto soprattutto Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia (Fdi), che sarà la forza politica più rappresentata nel nuovo parlamento, mentre lei potrebbe diventare la prima donna a guidare un governo italiano. Hanno perso invece la Lega di Matteo Salvini e il Partito democratico (Pd) di Enrico Letta. E si tratta di sconfitte che probabilmente non resteranno senza conseguenze.

“Dagli italiani è arrivata un’indicazione chiara per un governo di centrodestra a guida Fratelli d’Italia”, sono state le prime parole di Meloni, arrivate nel corso della notte, quando i numeri relativi al voto iniziavano a consolidarsi, assumendo un evidente significato politico. E non è un caso che Meloni lo abbia subito rivendicato, considerate le tensioni che hanno caratterizzato i rapporti con gli alleati negli ultimi mesi. E in particolare con la Lega di Matteo Salvini, il quale aveva provato fino all’ultimo a contenderle la guida della destra. Ma quella relativa alla guida del governo non è stata l’unica indicazione politica contenuta nel breve discorso di Meloni, i cui toni, a risultato elettorale ormai incassato, si sono fatti improvvisamente molto diversi da quelli usati fino a quel momento.

Se infatti soltanto pochi giorni fa aveva avvertito alleati e avversari che, se il risultato delle elezioni lo avesse consentito, la destra era pronta “a fare il presidenzialismo comunque, anche senza l’opposizione”, nel discorso della vittoria è parsa molto meno aggressiva, garantendo che “se saremo chiamati a governare la nazione, lo faremo per tutti, per unire un popolo esaltando ciò che unisce piuttosto che ciò che divide”. Ed è parso di riascoltare Guido Crosetto – cofondatore di FdI e suo ascoltato consigliere – che nei giorni scorsi, parlando con il quotidiano cattolico Avvenire, aveva detto: “Le regole si scrivono insieme. Le riforme istituzionali si fanno insieme nel luogo deputato a farle, il parlamento”. È evidente che in FdI sanno bene che andare allo scontro aperto non conviene a nessuno, e soprattutto non conviene a loro che assumono la guida politica del paese in un momento molto difficile.

Cambio di tono

Infatti, al di là della situazione internazionale con la guerra in Ucraina, la crisi dell’energia e quella dei prezzi, e al di là della possibilità che la pandemia in autunno possa riprendere forza, già nelle prime settimane di attività il nuovo governo dovrà affrontare alcune questioni interne di grande rilevanza. Tra queste, c’è da mettere mano alla legge di bilancio, e c’è da portare avanti il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Da destra in campagna elettorale si era più volte chiesto di modificarlo. Si vedrà se la linea resterà questa. Ma certo, la situazione generale non è facile e, come ha riconosciuto la stessa Meloni commentato il voto, “richiede il contributo di tutti”, poiché questo “è il tempo della responsabilità”. Un cambio di toni non da poco, insomma. Resta da capire come queste parole si tradurranno nella realtà, anche perché nonostante l’apparente moderazione, anche ieri notte non sono mancati riferimenti al passato e al fatto che per molti militanti di FdI questa vittoria rappresenta anche un riscatto per una vita politica finora vissuta ai margini. Il tema era già stato proposto di frequente in passato, e spesso con un’aggressività di stampo perfino revanscista che certo non si accompagna facilmente con l’idea di una conciliazione con gli avversari, o di una collaborazione.

Comunque sia, FdI potrà contare su una vittoria elettorale che, se le previsioni verranno confermate, è netta e indiscutibile. Basti pensare che il partito di Giorgia Meloni alla fine conterà molti più voti di Forza Italia e Lega messi insieme, per non dire che rischia di avere più voti dell’intera coalizione di centrosinistra. In attesa che i numeri diventino definitivi e soprattutto che vengano tradotti in seggi, si può comunque ragionevolmente immaginare che la destra nel prossimo parlamento avrà complessivamente un numero di parlamentari tale da garantirgli la maggioranza, con un discreto margine di sicurezza.

L’unico a festeggiare per ora è Giuseppe Conte, mentre nel Pd la segreteria di Letta potrebbe essere a rischio

Il merito, come detto, è soprattutto del partito di Meloni, un po’ per l’essere stata unica opposizione al governo di Mario Draghi, un po’ per la capacità di attrarre il voto di protesta, un po’ per il richiamo identitario che gli è proprio. Il risultato di Lega e Forza Italia è stato invece piuttosto deludente. Soprattutto quello del partito di Salvini. Come questo inciderà sugli equilibri interni alla nuova maggioranza lo si capirà nelle prossime settimane. Sarebbe comunque sorprendente se non avesse effetti almeno sugli equilibri interni della Lega: la segreteria di Salvini potrebbe essere a rischio, sempre che nel partito trovino il coraggio necessario per aprire una discussione. E con un eventuale cambio di segreteria, cambierebbe anche la linea politica del partito che potrebbe tornare a ritirarsi nelle regioni del nord. Quanto al centrosinistra, è chiaro che la sconfitta è dovuta al fatto di essersi presentato diviso in tre poli: quello raccolto attorno al Pd, il Movimento 5 stelle e il raggruppamento formato da Azione e Italia Viva. È facile prevedere che la responsabilità di questa frammentazione sarà al centro del dibattito interno soprattutto al partito di Letta nelle prossime settimane. La sconfitta del Pd dal punto di vista politico pesa infatti molto più di quanto dicano i numeri, poiché racconta la mancanza di strategia, di idee, di orizzonte politico. L’unico a festeggiare, insomma, per ora è Giuseppe Conte, mentre nel Pd, quasi raggiunto in termini di voti proprio dal M5s, la segreteria di Letta potrebbe essere a rischio, considerato che già prima dell’apertura dei seggi si era di fatto aperto un congresso virtuale.

Dimenticare Draghi

Va infine notato come il paese che esce dal voto somigli poco a quello raccontato fino a pochi giorni fa da politica e informazione. Si raccontava infatti di un’Italia soddisfatta e rassicurata dalla presenza di Mario Draghi al governo. Tuttavia le elezioni sono state vinte dall’unica forza di opposizione a quel governo, un partito che cinque anni fa valeva poco più del quattro per cento e che adesso vale cinque volte tanto, mentre la Lega, che quel governo lo ha sostenuto, è crollata. Il risultato disastroso di Luigi Di Maio – che col suo nuovo partito non è neanche riuscito a guadagnarsi un seggio in parlamento – e quello fallimentare del Pd vanno nella stessa direzione. Perfino l’affluenza è crollata. Si è fermata al 63,8 per cento. Mai così bassa.