La presenza di un personaggio con due mamme all’interno di una puntata del popolare cartone animato britannico Peppa Pig ha movimentato di recente la campagna elettorale. Fratelli d’Italia (FdI), non potendo “accettare l’indottrinamento gender”, ha chiesto alla Rai “di non trasmettere l’episodio in questione”. Amenità da campagna elettorale, si dirà. Ma fino a un certo punto.

Le parole riportate tra virgolette sono di Federico Mollicone, responsabile del dipartimento cultura del partito di Giorgia Meloni e membro della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. La sua è una richiesta di censura che, per quanto sgangherata, ha la legittimazione politica e istituzionale del suo partito, lo stesso partito che presto potrebbe esprimere il presidente del consiglio, sempre che l’esito del voto, lo scontro interno alla destra o le posizioni controverse assunte da Meloni in politica estera non favoriscano una soluzione diversa. È lecito allora chiedersi che Italia è quella che oggi immagina Giorgia Meloni. E, più che rovistare nel suo passato alla ricerca di improbabili riferimenti a Benito Mussolini, ascoltare quello che lei stessa afferma in questi giorni.

Finora la leader di Fratelli d’Italia ha condotto una campagna elettorale accorta tenendo, per quanto possibile, un profilo basso. D’altra parte, il centrosinistra non ha mai affondato il colpo, tanto che il rapporto tra Meloni e il segretario del Partito democratico (Pd) Enrico Letta è da mesi oggetto di analisi politica. Meloni si è invece dovuta difendere dagli alleati, e in particolare da Matteo Salvini che da tempo le contende la leadership della destra. Con l’avvicinarsi delle elezioni, il capo della Lega ha intensificato gli attacchi.

Meloni ha invece moderato i toni della sua propaganda, anche nel tentativo di rassicurare gli osservatori internazionali. Perfino il New York Times ha raccontato come sia nota “per i suoi crescendo retorici, il timbro tonante e i discorsi feroci contro le lobby dei diritti dei gay, i burocrati europei e i migranti illegali”. Un esempio tra i tanti lo si era avuto nel giugno scorso quando, intervenendo a una manifestazione del partito spagnolo di destra Vox, ha pronunciato alcuni slogan – “Sì alla famiglia naturale, no alle lobby lgbt” – molto criticati. Più di recente ha condiviso sui propri canali social il video di uno stupro. Ma in linea di massima sono stati pochi, per quanto gravi, gli incidenti nella sua campagna elettorale.

La necessità di tenere un basso profilo si è concretizzata in un avvicinamento a Mario Draghi, poi in parte ridimensionato per l’ostilità di Meloni nei confronti del rapporto del parlamento europeo che ha definito l’Ungheria uno stato non più democratico. La sua recente svolta moderata resta comunque significativa se si considera che nei prossimi mesi l’Unione europea potrebbe trovarsi in condizioni tali da non consentire margini di manovra al prossimo governo per imporre una linea diversa da quella seguita finora da Draghi. L’elettorato di FdI potrebbe non gradirlo, se a fare queste scelte fosse un governo guidato proprio da Meloni: i temi identitari della destra, a partire da natalità e aborto, potrebbero essere allora il terreno ideale per compensare i prevedibili malumori.

Forse è proprio da qui che l’Italia immaginata dalla destra comincerà a prendere forma nella realtà.

L’elemento fondante della società

Durante un confronto con Letta, parlando della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, Meloni ha affermato: “Non abbiamo mai proposto di abolirla, nemmeno di modificarla, ma solo di applicarla garantendone la piena attuazione, ovvero il sostegno alle donne che scelgono di non interrompere la gravidanza”. Come fare, lo ha spiegato al quotidiano cattolico Avvenire: “Intendiamo istituire un fondo per rimuovere le cause economiche e sociali che possono spingere le donne a non portare a termine la gravidanza, e vogliamo anche sostenere i Centri di aiuto alla vita” , che Vanessa Ricciardi, sul quotidiano Domani, ha descritto come “centri che orbitano nella sfera cattolica, promossi dal Movimento per la Vita”.

D’altra parte, nel programma elettorale di FdI si afferma chiaramente l’impegno a “tutelare la vita umana fin dal suo inizio”. E Meloni nella sua autobiografia – Io sono Giorgia (Rizzoli, 2021) – spiega: “Ognuno di noi, dal momento del concepimento, è portatore di un codice genetico unico e irripetibile, per sempre. Questo, piaccia o no, ha del sacro”.

È insomma evidente cosa potrebbe accadere alla legge 194, anche considerando l’esperienza delle regioni amministrate da Fratelli d’Italia. Lo ha fatto notare la leader di +Europa Emma Bonino: quella legge potrebbe non essere messa in discussione “in modo trasparente, proponendone una modifica” ma “in modo più subdolo”, per esempio continuando a non applicarla. “La percentuale bulgara di medici obiettori”, ha osservato a questo proposito Francesca Schianchi sulla Stampa, “rende in alcuni ospedali difficilissimo esercitare un diritto, le linee guida sull’uso della pillola abortiva Ru486 non sono state seguite ovunque. Forse, in un paese così, ‘applicare integralmente’ la legge dovrebbe voler dire anche e soprattutto rimuovere quegli ostacoli”.

Ma non è questa la direzione di marcia immaginata da Meloni. D’altra parte, sempre parlando con Avvenire, ha affermato: “Serve un piano imponente, anche sul fronte culturale, per riscoprire la bellezza della genitorialità”. E con ciò si passa a un’altra questione identitaria: la famiglia.

Il primo punto del programma elettorale di FdI è dedicato proprio al “sostegno alla natalità e alla famiglia”, considerata “l’elemento fondante della società e ciò che rende ‘una Nazione veramente sovrana e spiritualmente forte’ (Giovanni Paolo II)”. Da qui si arriva in fretta al “dio, patria e famiglia” di recente rivendicato da Meloni come “il più bel manifesto d’amore che attraversa i secoli”. Ma nell’Italia immaginata dalla leader della destra quel manifesto d’amore non vale per tutti: nel suo programma si ribadisce con fermezza il “divieto di adozioni omogenitoriali”. E, peraltro, lo si afferma non nelle pagine dedicate alla famiglia, ma in quelle dedicate alla “difesa della libertà e della dignità di ognuno”, quasi a mettere una distanza anche simbolica dalla famiglia tradizionale.

Quanto ai diritti, “è necessario proseguire nell’impegno parlamentare intrapreso in questa legislatura contro la proposta di legge ‘sul fine vita’, l’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito”. Mentre per battere razzismo, antisemitismo e discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, “è necessario difendere le nostre radici culturali”. “Solo così”, si spiega, “sarà possibile costruire relazioni basate sull’uguaglianza e sul rispetto”. Ma poi, come se niente fosse, nel paragrafo “contro l’ideologia gender” si afferma: “Non permetteremo che possa mai essere approvata una legge iniqua come il ddl Zan”.

È un programma che rappresenta bene l’idea di un paese chiuso, concentrato sulle proprie paure

Altro tema identitario è la forma di governo, che la destra vorrebbe riformare in senso presidenzialista, con l’elezione diretta del presidente della repubblica a cui spetterebbero poteri che possono arrivare a coincidere con quelli di un capo di governo. L’Italia attualmente è una repubblica parlamentare, il presidente del consiglio non viene eletto direttamente dai cittadini, e non è un premier ma un primus inter pares, poiché guida il governo coordinando l’attività dei ministri ma di fatto non dispone di poteri più ampi di quelli degli altri ministri. I costituenti hanno voluto così anche perché l’Italia usciva da vent’anni di dittatura fascista e si voleva evitare un uomo forte al potere. Anche per questo, il progetto di Giorgia Meloni ha suscitato preoccupazioni.

Ma le critiche basate soltanto sul precedente storico e sulla cultura politica di FdI non sono però convincenti, a ormai più di settant’anni dall’entrata in vigore della costituzione. Colpisce però la venatura antiparlamentarista che percorre il pensiero della destra. “Un popolo libero e ‘maturo’”, afferma Meloni nella sua autobiografia, “sceglie ed elegge i propri governanti, senza lasciare al ‘palazzo’ la possibilità di distorcerne la volontà”. Quello che Meloni definisce “palazzo”, per la costituzione è il parlamento, l’organo che rappresenta direttamente la volontà popolare. E con il rigetto di qualsiasi rapporto politico che non sia quello diretto tra popolo e leader, all’antiparlamentarismo si aggiunge anche una nota di populismo.

L’obiettivo dichiarato dalla destra è la stabilità del governo. Il fatto è che, nelle condizioni di forte sofferenza in cui si trova l’attuale sistema politico – con un parlamento già esautorato dal governo della funzione legislativa, e con la tendenza sempre più forte a identificare i partiti con i leader – la stabilità assicurata dall’elezione diretta del capo dello stato rischia di tradursi in un dominio senza rimedio della maggioranza, o peggio del suo capo. Interrogato sul progetto presidenzialista della destra, l’ex presidente del consiglio Romano Prodi ha inoltre osservato che “manca qualsiasi riflessione sul ruolo del parlamento, sulle garanzie e i contrappesi, sul bisogno di una nuova legge elettorale”.

Riscatto

Al di là di cavalli di battaglia come famiglia e presidenzialismo, ci sono molti altri elementi disseminati in questa campagna elettorale che raccontano l’Italia immaginata da Meloni. Colpisce in modo particolare che il tema della certezza della pena si traduca in un “no a provvedimenti svuota carceri”, e puntando su un nuovo piano carceri e sull’aumento dell’organico della polizia penitenziaria. Più carcere, insomma. Più muri.

Ed è un programma che rappresenta bene l’idea di un paese chiuso, concentrato sulle proprie paure, e strutturalmente in difesa, che attraversa la propaganda politica della destra. Un paese che, anche per rinsaldare la propria identità, sembra avere bisogno di rassicurazioni solide come solidi sono i muri di una cella, e che possono però acquistare un significativo riflesso simbolico. Della sua casa negli anni in cui era ministra, Meloni ricorda: “Passavo le giornate a schivare insidie, affrontare problemi, discutere, contrastare, combattere. Ma lì dentro, una volta chiusa la porta, mi sentivo al sicuro, finalmente serena, libera. E così, sulla soglia di casa a una certa ora dopo il tramonto, che capisci appieno il valore delle mura e delle frontiere”.

Nell’autobiografia – un vero e proprio manifesto politico che come tale va letto – si affaccia spesso un tono fortemente recriminatorio, così come accade in questi giorni anche nella propaganda elettorale. “A me capita spessissimo di essere banalizzata, o ghettizzata da certa intellighenzia per le cose che dico, indipendentemente dal come e dal perché lo dico”. E ancora: “Sono fiera di non essere come loro, che discettano del popolo e delle sue disgrazie comodamente seduti nelle loro ville a Capalbio, sorseggiando champagne a piedi nudi, con lunghi vestiti bianchi di lino”. E sempre a proposito della sinistra: “Io ci tengo a non piacere a quella gente. La loro ostilità è per me come una stella polare che mi conferma che la rotta è quella giusta”. E si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

La sensazione, alla fine, è di una destra che ancora non riesce a immaginarsi come una cosa realmente diversa da quella comunità compatta di camerati, per decenni costretti ai margini di ogni cosa e che oggi ha l’occasione di prendersi tutto, senza dover passare ancora attraverso la garanzia moderata offerta trent’anni fa da Silvio Berlusconi e poi da Gianfranco Fini. Pare insomma che sia anche una orgogliosa necessità di riscatto a spingere Fratelli d’Italia verso il potere. Ma ciò accade senza che si siano davvero fatti i conti con il passato.

Rovistare nel passato in cerca di dichiarazioni vecchie di decenni è sbagliato e ingiusto

Sempre nella sua autobiografia, Meloni ribadisce di “non avere il culto del fascismo”, e spiega: “Conosco ogni nome e ogni storia dei giovani sacrificati negli anni settanta sull’altare dell’antifascismo. Talvolta solo per aver scritto un tema a scuola, e per questo condannati a morte. Questa violenza, culturale oltre che fisica, ha certamente generato in me una ferma ribellione nei confronti dell’antifascismo politico. Non lo nego affatto. Ma qui finisce il mio rapporto col fascismo”. Tuttavia, a poche pagine di distanza da questa affermazione celebra “gli eroi di El Alamein”, collocando quella battaglia tra il “risorgimento, le trincee della prima guerra mondiale, lì dove il sangue degli italiani si mischiò diventando un unico indissolubile”, a fondare insomma il sentimento di unità nazionale. Eppure gli italiani erano in Africa a combattere quella battaglia, alleati dei nazisti e contro quelle stesse forze che tempo dopo, insieme ai partigiani, riportarono in Italia la democrazia, dopo un ventennio di dittatura fascista.

È all’interno di queste opacità che ancora si muove la destra: afferma di prendere le distanze dal proprio passato, ma poi finisce per rivendicarlo, seppure indirettamente. Così può accadere che Ignazio La Russa, nel corso di un dibattito televisivo con Michele Emiliano (Pd) affermi senza scandalo: “Siamo tutti eredi del duce, se intendi eredi di quell’Italia, siamo tutti eredi dei nostri padri, dei nostri nonni”. E al suo interlocutore, che aveva risposto di sentirsi invece erede di partigiani e di coloro che fecero la resistenza, La Russa, pensando probabilmente di fare una battuta spiritosa, risponda: “Tu non hai nonni, ho capito, sei figlio di NN”. NN, dal latino nomen nescio, figlio di genitori ignoti.

“Mi accuseranno di essere fascista per tutta la vita”, ha detto Meloni. “Ma non mi interessa”, ha aggiunto, “perché in ogni caso gli italiani non credono più a queste cavolate”. Potrebbe non avere del tutto torto, e certamente la propaganda elettorale contro di lei si è alimentata anche di molte fantasie, a volte perfino ridicole, su un possibile ritorno del fascismo nel caso assumesse l’incarico di presidente del consiglio.

Rovistare nel passato in cerca di sue dichiarazioni vecchie di decenni è sbagliato e ingiusto. E poi per capire come sarebbe l’Italia che immagina FdI è sufficiente ascoltare ciò che Meloni e il suo partito affermano oggi, e osservare le alleanze che intrecciano in Europa. Non è il fascismo il punto, semmai l’Italia che verrà. “Qualcuno incautamente fa il paragone con regimi del passato ma qui non siamo alla marcia su Roma”, ha osservato Prodi. “Il problema della democrazia compiuta”, ha aggiunto, “è molto più complesso di un tempo, è una questione di alleanze, amicizie, valori. Da questo punto di vista il rischio esiste ancora”.