Nel 1962 lo scrittore James Ballard nel Mondo sommerso raccontò le perlustrazioni di una squadra di ricercatori in città finite sottacqua dopo un cataclisma. Sessant’anni più tardi, nel mezzo della crisi climatica, il paesaggio immaginato da Ballard sembra realtà nella periferia est di Roma, dove nel 1992, nel quartiere Prenestino, è nato un lago dagli scavi del cantiere di un centro commerciale.

Ancora oggi lo scheletro della costruzione emerge dallo specchio d’acqua, circondato da una boscaglia di robinie e salici e dai fusti di cannuccia palustre impenetrabili se non dagli uccelli selvatici. A differenza di quanto accade nel libro di Ballard, però, per gli esseri umani questa natura è salvifica e rende più vivibile uno dei territori più densamente abitati di Roma, dove la quantità di aree verdi è meno della metà di quanto sarebbe previsto dalla legge.

Per trasformare tutta l’area in un parco urbano trent’anni fa è nato un coordinamento di attivisti e cittadini, che nel corso del tempo ha ottenuto diversi risultati come l’istituzione del Monumento naturale del lago dell’ex Snia. Tuttavia, un nuovo progetto edilizio mette a rischio la zona: a pochi metri dal lago, le ruspe sono pronte a trasformare 40mila metri quadri di ruderi dell’ex fabbrica Snia Viscosa, ormai popolati da piante e animali, in un polo logistico con magazzini, aree di smistamento e uffici.

A un passo dalla tutela

I tre ettari di proprietà privata su cui dovrebbero sorgere le nuove costruzioni sono rimasti infatti esclusi dall’area del monumento naturale, istituito dalla regione Lazio nel giugno del 2020, nonostante diversi studi scientifici abbiano evidenziato la loro importanza dal punto di vista naturalistico. Per questo, nella primavera del 2021, la regione ha avviato la procedura per ampliare la tutela, che però si è fermata a un passo dall’approvazione definitiva, in attesa di ulteriori verifiche. Nel frattempo, nel novembre del 2022, gli uffici del dipartimento urbanistica del comune di Roma hanno rilasciato il permesso di costruire nella zona.

“Questo lago è ormai un simbolo: se le città vogliono vincere la sfida dell’adattamento climatico, chi amministra il territorio deve fare delle scelte”, denuncia Alessandra Valentinelli, storica e attivista del Forum territoriale permanente del parco delle energie, dal nome dell’area verde adiacente al lago, espropriata dal comune nel 1994 e parte dei quattordici ettari dell’area industriale.

La nascita del lago

Il lago Bullicante, come è stato chiamato dai cittadini che lo frequentano, è nato sotto gli occhi dei residenti. Era il 1992 quando le ruspe della Ponente 1978, un’azienda del gruppo del costruttore Antonio Pulcini, ancora oggi proprietaria del terreno privato, “intercettarono una delle falde dei depositi del vulcano dei Colli Albani”, spiega Monia Procesi, ricercatrice dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) che ha condotto delle verifiche nel 2018.

“L’invaso dello scavo si riempì d’acqua e il tentativo di pomparla nel collettore fece allagare l’adiacente largo Preneste. Nello stesso anno il quotidiano la Repubblica rivelò che le destinazioni urbanistiche riportate sulle mappe sulla base delle quali era stata rilasciata la concessione edilizia all’azienda Pinciana 188, poi acquisita dalla Ponente 1978, erano in parte false, tanto che un decreto del presidente regionale la annullò”, ricorda Sabrina Baldacci, un’altra attivista del Forum.

Da quel momento, per i successivi vent’anni, il lago rimase nascosto dietro alle mura di cinta dell’ex fabbrica, riconquistato a poco a poco dalla vegetazione selvatica. Ora nell’area verde ci sono oltre 350 specie botaniche spontanee, quattro habitat tutelati dalle norme europee a difesa della biodiversità, quasi novanta specie di uccelli, comprese nove di interesse comunitario, e trenta di libellule, un terzo di tutte quelle presenti in Italia.

Ad avere catalizzato questa sorprendente biodiversità per un luogo così antropizzato sono l’acqua pulita del lago e i ruderi dell’ex fabbrica

“Anni di abbandono hanno favorito un processo di successioni naturali che ha portato a un’altissima biodiversità”, spiega Giuliano Fanelli, botanico e docente all’università di Tor Vergata di Roma, che ha studiato l’area intorno al lago. “Non è importante però solo la quantità di specie, ma anche la ricchezza delle interazioni tra le caratteristiche del luogo, il ruolo delle piante e gli animali, che rendono l’ecosistema resiliente”. Anche una pianta considerata infestante come il rovo è essenziale perché “sta favorendo la formazione di humus, la sostanza organica che rende fertile il suolo”.

Ad avere catalizzato questa sorprendente biodiversità per un luogo così antropizzato sono l’acqua pulita del lago e i ruderi dell’ex fabbrica. “Quest’ultimi si comportano come le rupi marittime, con i pini d’Aleppo e una formazione simile a un prato che ricopre tetti e pavimentazioni, entrambi habitat protetti dall’Unione europea. L’ecosistema è unitario ed è stato un errore escluderne una parte dal monumento”, spiega Fanelli.

Il parco delle energie, Roma, maggio 2021. (Mimmo Frassineti, Agf)

Il lago è poi frequentato dai più comuni merli fino a specie tutelate come il martin pescatore e l’airone rosso. Nel prato nidificano i fagiani. Tra le “rupi” dell’ex fabbrica sono stati avvistati il falco pellegrino, rapaci notturni come la civetta, e il pipistrello pigmeo, specie rara, indicatore di qualità degli habitat.

Sulla rivista scientifica Geologia dell’Ambiente, in un articolo del febbraio 2021 firmato da undici esperti, si legge che l’area si colloca su “direttrici di spostamento frequentate dagli uccelli” e ha “una funzione di stepping stone (una piccola zona isolata ma dalla posizione strategica in una rete ecologica) per numerose specie che la frequentano come luogo di sosta e alimentazione”. L’area, inoltre, “svolge una serie di funzioni ecosistemiche” quali “l’assorbimento di anidride carbonica”, la “mitigazione dell’inquinamento” e il “contenimento delle temperature”.

Abitanti e attivisti hanno trasformato queste informazioni in un patrimonio di conoscenza comune: gli alunni delle scuole della zona partecipano alle visite didattiche, il miele prodotto nelle arnie di fronte al lago viene venduto per finanziare il progetto e va a ruba. “L’esperienza del lago ex Snia è considerata anche fuori dell’Italia una buona pratica degli ecosistemi emergenti, di geoetica e di ricerca scientifica partecipata dai cittadini (citizen science)”, si legge ancora nell’articolo di Geologia dell’Ambiente.

Una lunga battaglia

La lotta per la tutela del parco e del lago comincia nei primi anni novanta dalle riunioni del comitato di quartiere Pigneto Prenestino e poi con l’occupazione, nel 1995, di uno dei capannoni che ha dato vita al centro sociale ex Snia. “Un presidio sul territorio centrale per questo lungo percorso di riappropriazione”, racconta Marco Corirossi, attivista del centro sociale e del Forum. Obiettivo: trasformare tutta l’area in un parco con elementi di archeologia industriale.

Da un lato la natura emergente, “urbana” ma ugualmente preziosa, dall’altro la memoria della storia operaia e quella della resistenza antifascista del quartiere, sorto attorno a uno dei più grandi opifici di Roma, la Snia Viscosa, chiuso nel 1954. Le schede del personale, ritrovate dagli attivisti negli uffici abbandonati, sono custoditi nell’Archivio storico Viscosa presso il Centro di documentazione territoriale intitolato a Maria Baccante, partigiana del Pigneto e operaia all’ex Snia. Con il riconoscimento dell’archivio da parte della soprintendenza, gli attivisti del centro sociale hanno reso consultabili i documenti presso gli ex dormitori, all’ombra di una pineta vincolata dallo stato nel 1968, all’interno del parco.

Dopo le mobilitazioni degli anni novanta, del destino dell’area si è ricominciato a parlare nel 2008 in reazione a una serie di progetti speculativi: le piscine per i mondiali di nuoto, le residenze universitarie e infine quattro torri alte cento metri con tanto di interramento del lago. “Dalle carte era emerso che il terreno adiacente al lago era stato espropriato nel 2004 e se il comune non avesse completato la procedura entro i dieci anni sarebbe tornato nelle mani del proprietario. Il 6 agosto 2014, a pochi giorni dalla scadenza, nel muro di cinta è stato aperto un varco. Da quel giorno il lago è diventato di tutti”, spiega Corirossi. Intanto, l’amministrazione di centrosinistra guidata da Ignazio Marino ha interrotto la costruzione delle torri.

Un monumento naturale

Ma una nuova minaccia si è abbattuta sull’area: l’allarme è scattato di nuovo nel dicembre del 2022 quando si è diffusa la notizia di un nuovo progetto speculativo sui ruderi dell’ex fabbrica, a loro volta vincolati dalla soprintendenza ai beni culturali. È stato emanato un nuovo permesso di costruire rilasciato l’11 novembre 2022 dagli uffici del dipartimento urbanistica del comune di Roma per un progetto di “restauro conservativo e parziale ristrutturazione” che dovrebbe trasformare i 40mila metri quadri dei capannoni in un polo logistico.

“La destinazione pubblica stabilita con il piano regolatore all’inizio degli anni duemila è ormai decaduta e oggi si permette un recupero di cubature abbandonate da settant’anni. Senza la tutela dei ruderi, inoltre, l’ecosistema del lago perde una componente fondamentale del proprio equilibrio. Così rischia di morire”, denuncia Valentinelli. “Non è stata una scelta politica”, spiega Maurizio Veloccia, assessore comunale all’urbanistica: “Gli uffici tecnici sono costretti a esprimersi su un progetto che non prevede cambi di destinazione d’uso. Abbiamo due alternative: l’esproprio, ma è costoso. O una soluzione che contemperi interesse pubblico e privato”.

Intanto la stessa area minacciata dal progetto edilizio è in attesa di diventare un monumento naturale: il percorso burocratico è in corso di approvazione negli uffici del dipartimento tutela ambientale della regione Lazio. A sostegno di questa ipotesi si schierano da anni gli studiosi dell’area.

Nel 2020 le osservazioni favorevoli depositate in regione sono state sostenute da esponenti del mondo scientifico tra cui il premio Nobel Giorgio Parisi. In una nota indirizzata alla regione Lazio e resa pubblica da un accesso agli atti del consigliere regionale Marco Cacciatore, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) scrive: “La possibile espansione” delle tutele “può essere considerata funzionale alla protezione dell’area umida lacustre rivestendo un ruolo ‘tampone’ rispetto al tessuto urbano”.

L’ampliamento “favorirebbe inoltre il recupero spontaneo anche nell’area degli edifici dell’ex fabbrica, rappresentando un’applicazione pratica dei princìpi fondamentali della Strategia europea per la biodiversità 2030”, che punta a ridurre la perdita di specie pure attraverso la creazione di aree protette.

Una catena umana

È d’accordo anche Roma natura, l’ente regionale che gestisce le aree tutelate della capitale, compreso il monumento naturale del lago dell’ex Snia, e che nell’aprile del 2021 ha chiesto alla regione Lazio di procedere con l’ampliamento. Ad annunciare pubblicamente il via libera, nel maggio del 2021, era stato il presidente della regione Nicola Zingaretti. Al momento delle sue dimissioni, nel novembre del 2022, il decreto però non era ancora stato firmato.

“La procedura era praticamente arrivata al termine, ma le osservazioni contrarie avanzate dalla proprietà hanno bloccato tutto”, denuncia Valentinelli. Secondo la Ponente 1978 non ci sono i presupposti naturalistici per procedere.

Così la regione, pur avendo già pubblicato la proposta di decreto sul bollettino ufficiale, ha avviato “nuove verifiche per rafforzare le basi scientifiche” dell’operazione. Ha chiesto all’Ispra di esprimere un parere: prima sulla base della documentazione prodotta, che ha dato esito favorevole, poi con un sopralluogo che però, a metà gennaio, non è ancora avvenuto.

Ora abitanti e attivisti temono che con le elezioni regionali del 12 e 13 febbraio l’estensione delle tutele possa di nuovo essere bloccata o saltare del tutto. Per questo hanno convocato una manifestazione per domenica 22 gennaio con l’obiettivo di dare vita a una catena umana capace di abbracciare simbolicamente l’ex area industriale. “Questa non è più una semplice vertenza per un parco di quartiere”, conclude Baldacci, “ma una mobilitazione per la giustizia sociale e climatica nelle città”.