Una scena dalla serie Heartstopper (Rob Youngson, Netflix)

In uno dei primi episodi di Heartstopper – la serie tv di Netflix che nei mesi scorsi ha spopolato tra gli adolescenti, compresi quelli italiani – c’è una scena in cui molti giovani lgbt+ si saranno riconosciuti all’istante: travolto dai sentimenti per il suo nuovo amico Charlie, il sedicenne Nick apre Google e digita “sono gay?”. È l’inizio di un’esplorazione della propria identità che lo porta a districarsi tra quiz a risposta multipla in stile Buzzfeed, articoli sull’omofobia e, alla fine, un vlog su YouTube in cui scopre una definizione con cui si trova a proprio agio.

“Quella scena mi ha fatto impazzire, perché cercare questa cosa su Google è proprio un rito di passaggio dei gen Z quando cominciano a farsi domande sulla loro sessualità”, dice Alessandro, studente universitario ventenne di Pavia che ha fatto coming out durante gli anni del liceo. “Certo, dopo ti rendi conto che già il fatto di andare a cercare un test per capire se sei gay o no dice qualcosa sulla tua identità. Intanto, però, internet per me è importantissimo per ottenere le prime risposte”.

Quello di fornire strumenti e termini che permettano di comprendere sé stessi, soprattutto in un paese in cui l’educazione sessuale e sentimentale nelle scuole e in famiglia è carente per tutti è soltanto uno dei tanti modi in cui, da oltre vent’anni, la rete aiuta la comunità gay, lesbica, bisessuale, trans, non-binary e queer a fiorire.

Prima dell’arrivo di internet, per le persone lgbt+ le opzioni erano limitate: per incontrare la propria comunità era necessario frequentare di persona circoli, associazioni e locali, spesso presenti solo nelle grandi città. E questo era un problema soprattutto per chi abitava in regioni quali o in provincia.

Il fatto che internet permetta a persone fisicamente lontane tra loro di interagire, ma anche di cominciare a comprendere e a esplorare la propria identità con i propri tempi, senza bisogno di lasciare la propria cameretta, ha aperto un mondo di possibilità.

Spazi virtuali

Già nel 1996, nel suo saggio Gay and lesbian online: the travel guide to digital queerdom on the internet, l’autore Jeff Dawson paragonava collegarsi a internet al mettere piede in un’enclave queer: “È come se un abitante del deserto potesse attraversare un muro magico che lo porta verso dei tropici lussureggianti”.

La “guida turistica” di Dawson, pubblicata in diverse edizioni fino ai primi anni duemila, elencava oltre tremila siti queer, e nel corso degli anni sono stati migliaia gli spazi virtuali intorno a cui la comunità è gravitata: in Italia molti ricordano quasi con nostalgia la community della testata online gay.tv, o anche siti come miss777, dedicato a donne lesbiche e bisessuali.

Nell’epoca del consolidamento delle grandi piattaforme social, che hanno molto ristretto il numero di siti su cui un utente medio passa gran parte del proprio tempo, nessun sito ha avuto un impatto sulla cultura queer paragonabile a quello del sito di microblogging Tumblr.

Mino, persona non binaria e bisessuale proveniente da un piccolo paese della provincia di Udine, ha sviluppato proprio lì sopra una prima comprensione dell’identità sessuale e di genere. “Ero spesso online perché avevo pochi amici ‘dal vivo’ e questo, tra le altre cose, mi ha dato una conoscenza quasi enciclopedica di sessualità, identità di genere, definizioni, bandiere, controversie e tutto ciò che vi ruotava attorno”, racconta.

Il privilegio di scoprire poco a poco la mia identità lo devo completamente a internet

Lanciata nel 2007, Tumblr è una piattaforma in cui chiunque può costruire in modo facile e veloce un blog, detto Tumblelog, in cui pubblicare i propri contenuti (immagini, gif, video, testi, citazioni e link) o condividere quelli degli altri, commentandoli o meno. Altamente personalizzabili, questi blog sono normalmente gestiti da utenti anonimi – una delle caratteristiche che, negli anni dieci, ha più contribuito all’ascesa di Tumblr come lo spazio sicuro per eccellenza tra i giovani queer di tutto il mondo.

Molto prima che le questioni di genere cominciassero a essere discusse nella più ampia opinione pubblica, infatti, Tumblr era “un fulcro di discorsi e teorie queer che hanno plasmato il linguaggio e le pratiche di etichettatura usate per definire le identità e le espressioni di genere non eteronormative, online e offline”, come ha scritto su i-D la giornalista Sofia Barrett-Ibarria. “Molti ricordano il sito come un punto di ingresso nella propria scoperta identitaria e sessuale, un luogo di ritrovo per giovani queer che si sentivano intrappolati nelle zone rurali”.

E lo è stato anche per Mino. “Posso affermare che non sarei chi sono, e non so nemmeno se ci sarei, se non fosse per la comunità e le informazioni che ho assorbito goccia a goccia da internet”, afferma.

“Sono sempre statə una persona con tendenze depressive, già da quando avevo 12 anni. Abitare in una cittadina con poco più di diecimila abitanti è abbastanza limitante, tanto più se non sei una persona socievole o se gli altri ti ritengono ‘strano’. Avevo i miei sostegni, ma il privilegio di scoprire poco a poco la mia identità lo devo completamente a internet. Scoprendo me stessə sono arrivato a 28 anni, e in tutta sincerità non so se sarei riuscito a farcela altrimenti”.

Giochi di ruolo

Internet non ha giocato questo ruolo di supporto salvifico soltanto nella vita di Mino. Andrea Amato, attivista trentacinquenne trans-non binary calabrese, racconta di aver scoperto di appartenere a una famiglia molto più grande di quella d’origine sul web – e che questo ha fatto la differenza. Per lei, blog, pagine e gruppi Facebook hanno contribuito, negli anni, a rispondere con definizioni, termini ed esperienze condivise a domande che si poneva fin da piccola.

“Io sapevo per certo che non ero ciò che gli altri pensavano che fossi, ma mi mancavano gli strumenti per parlare di me stessa, e li ho appresi molto dopo”, dice. Nei gruppi Facebook, ha cominciato a incontrare altre persone che come lei cercavano un confronto, degli scambi di idee. “Penso che l’accesso alle informazioni che mi hanno dato i social abbia veramente contribuito a salvarmi”, aggiunge. “Mi ha aperto finestre verso la comunità e offerto così l’opportunità di sentirmi meno aliena in un paese che non riconosce la mia esistenza”.

Nonostante le intenzioni di Mark Zuckerberg, che ha ideato il social più popoloso del mondo perché fosse uno spazio in cui presentarsi con la propria faccia e il proprio vero nome, e per avere tra gli amici i propri familiari, colleghi, amici e altre persone che si conoscono almeno di vista, Facebook negli anni è stato usato da una nicchia di utenti anche per fare role playing - una pratica che, come la scrittura di fanfiction, tende ad attrarre moltissime persone queer alla ricerca di una rappresentazione che è stata a lungo assente nei media mainstream.

La pratica era piuttosto di moda all’interno delle sottoculture di appassionati di videogiochi, serie tv, libri fantasy e cultura giapponese nei primi anni dieci, e vedeva gruppi di persone conosciutesi quasi sempre online – i roleplayer, ovvero giocatori di ruolo – passare anche diverse ore alla settimana a impersonare i protagonisti delle proprie saghe preferite su dei gruppi di Facebook.

È così che Anita, venticinquenne queer della provincia di Venezia, ha cominciato a scoprire il proprio orientamento. “Vivevo una grande negazione della mia sessualità: non avevo niente contro le persone queer, me ero terrorizzata dall’esserlo io stessa”, racconta. Il primo personaggio che Anita ha interpretato in una sessione di roleplay su Facebook era un ragazzo. “Ero partita dall’idea che il mio personaggio fosse, naturalmente, etero. Poi, è successo e basta: il mio personaggio ha cominciato ad avere storie romantiche e sessuali con altri uomini, e io ho cominciato a dirmi che forse essere un uomo gay non fosse poi così spaventoso”, continua.

“Ma vivevo ancora l’idea di due donne insieme come qualcosa di sporco, che la gente cercava nei porno. Mi ci tenevo lontana, e pensavo che essere una donna che sta con un’altra donna fosse peggio di un uomo che sta con un uomo. Dopo un po’, però, un’amica mi ha consigliato di provare a interpretare anche un personaggio femminile, e ho capito così che tra donne potevano esistere anche dinamiche molto dolci, rispettose e delicate. Che era una cosa non brutta, non cattiva, che a me attraeva sempre di più, fino a capire che forse c’era un interesse personale nel vivere certe dinamiche e certi eventi, anche se in seconda persona”.

Una comunità ospitale

In questo contesto, l’anonimato è fondamentale: la possibilità di presentare una nuova, più autentica versione di sé stessi, sperimentare e fare coming out con persone che ti comprendono, lontani dalle aspettative di una società che dà per scontato che tu sia etero, è percepita come profondamente liberatoria.

Non è raro, allora, che una persona queer abbia un profilo pubblico in cui non esplicita mai il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere – che la famiglia o i conoscenti potrebbero non accettare – e un altro, sulla stessa piattaforma o altrove, in cui parlarne apertamente con una comunità prescelta e ospitale.

“Ero protetta, nessuno conosceva il mio vero nome”, dice Anita, parlando delle persone con cui faceva roleplay ai tempi del liceo. “Così mi sono potuta scardinare da vecchie idee a cui ero stata esposta e conoscere tante persone come me, che mi hanno aiutata ancora di più a normalizzare ciò che sono”.

Oltre a godere di un sostegno emotivo e sociale che è difficile trovare pienamente offline e a ottenere la conferma del fatto che esistono persone che hanno attraversato le tue stesse difficoltà, nelle interazioni online le persone lgbt+ cercano anche, semplicemente, qualcuno con cui uscire.

In passato le persone attratte da quelle dello stesso sesso potevano al massimo incontrarsi in locali gay o altri luoghi, pubblici o privati, noti alla comunità: per esempio stabilimenti balneari o parchi, librerie per adulti o crociere ad hoc.

Oggi, una persona che comincia a interrogarsi sul proprio orientamento non deve più necessariamente esporsi in prima persona fin da subito: volendo, è possibile iscriversi a un app di incontri e limitarsi a osservare e chattare fino a quando non ci si sente pronti a qualcuno di persona.

Nel frattempo, però, negli ultimi vent’anni si è evoluto anche il panorama delle app. Oggi, la più celebre in assoluto tra gli uomini gay è Grindr, che permette di trovare altri iscritti nelle vicinanze e aprire delle conversazioni per un eventuale incontro.

“In passato, le dating app funzionavano ancora come forum della vita queer”, racconta Gabriele Di Donfrancesco, esperto di cultura lgbt+. “Prima che Grindr diventasse preponderante, alcune app come PlanetRomeo permettevano un approccio al dating e agli incontri sessuali che prevedeva la creazione di un proprio spazio digitale e una maggiore personalizzazione. Con Grindr tutto è diventato più veloce, più compulsivo, più istantaneo. La versione base di Grindr di fatto limita molto la ricerca di un compagno, e ci sono funzionalità che possono essere sbloccate solo pagando”.

Anche le app per incontri più moderne, con tutti i loro limiti, hanno una loro utilità, però. “Aiutano comunque nel percorso di sperimentazione, perché altrimenti sarebbe difficile per tantissime persone – soprattutto quelle che vivono in provincia e che non possono frequentare gay bar, serate, circoli o presentazioni di libri queer che si trovano in città – conoscere così tante persone, avere così tanti rapporti offline”, spiega Di Donfrancesco.

“Oggi, però, il modo più semplice e meno incentrato sul sesso per esplorare la propria identità è stare su Instagram, Twitter o TikTok, soprattutto per quanto riguarda l’educazione sentimentale ed emotiva o la discussione di tematiche di attualità”, continua.

L’algoritmo lo sa

Per la comunità lgbt+, le grandi piattaforme social commerciali presentano dei limiti. Da una parte, difficilmente le grandi tech company proteggono in modo sufficiente i loro utenti più deboli e marginalizzati dall’odio che ricevono. Dall’altra, gli standard della comunità penalizzano e talvolta rimuovono arbitrariamente contenuti relativi all’educazione sessuale, restringendo le informazioni a cui si può accedere.

Questo però non significa che non abbiano una loro utilità. Su Instagram, la funzione “amici più stretti”, che permette di pubblicare delle stories che vengano viste solo da persone selezionate, può creare uno spazio sicuro per cominciare a fare coming out con i follower di cui ci si fida di più.

Talvolta, a capire che forse non sei etero prima che te ne renda conto tu stesso è l’algoritmo. Da quando TikTok, che ha nettamente il sistema di raccomandazione dei contenuti più preciso tra le piattaforme in voga al momento, è diventata l’app più scaricata al mondo, sono tantissime le testimonianze di persone che raccontano, più o meno divertite, di essersi rese conto del proprio orientamento sessuale soltanto dopo che l’algoritmo ha cominciato a proporre loro un flusso ininterrotto di contenuti queer.

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“Ho scaricato TikTok all’inzio della pandemia insieme a tutti i miei coinquilini, e ho iniziato a rendermi conto subito che mi sottoponeva contenuti abbastanza diversi dai loro”, racconta Rachele, studente trevigiana che oggi si definisce pansessuale.

“Sono finita quasi subito nel cosiddetto Gay TikTok e vedevo tantissimi video di creator lesbiche e bisessuali o con titoli del tipo ‘Cinque segni che sei gay’. Non è che non ne avessi idea. Già alle superiori baciavo più ragazze che ragazzi, e avevo avuto una cotta per una ragazza che però non si era mai concretizzata. Però avevo sempre avuto soltanto relazioni più o meno lunghe con uomini, e questa parte di me ha cominciato a bussare molto di più alla porta con TikTok, dove continuavo a vedere questi contenuti colmi di grande liberazione sessuale. Ho cominciato ad accusare il fatto di non aver mai esplorato quel lato della mia identità”.

Così, i complessi algoritmi di raccomandazione dei contenuti disegnati dalle aziende tecnologiche per mantenere gli utenti all’interno dei propri prodotti il più a lungo possibile possono finire per spianare la strada virtuale delle persone queer a un universo culturale globale, complesso, variegato. Potenzialmente infinito.

Al suo interno si trovano youtuber che raccontano il proprio processo di transizione o il proprio coming out con i genitori; migliaia di persone che uniscono le forze per aiutare sconosciuti a pagare le spese per gli interventi di riassegnazione di genere o allontanarsi da una situazione familiare abusiva.

E poi selfie, video di coppie felici, fanfiction in cui i protagonisti di una serie tv che non hanno mai dichiarato il proprio orientamento finalmente si innamorano di personaggi dello stesso genere, grafiche colorate che snocciolano i dati sull’omotransfobia, tutorial per il trucco, e (sulle piattaforme, come Twitter, che ancora lo tollerano) tantissimo porno.

In breve, qualsiasi cosa si possa immaginare. Per chi muove i primi passi alla scoperta di sé stesso, o per chi abita in un posto dove è difficile trovare una comunità di persone simili, le piattaforme non offrono più l’oasi nel deserto che descriveva Jeff Dawson nel 1996, ma un intero universo.

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