Maurizio Onnis, sindaco di Villanovaforru. (Foto di Alessandro Toscano per L’Essenziale)

La prima notizia è che in Italia si sta sviluppando un movimento destinato a cambiare il modo di produrre e consumare l’energia. La seconda è che questo movimento non nasce nei grandi centri o nei luoghi di produzione tradizionali, ma in aree da sempre considerate marginali. Villanovaforru è un piccolo comune di 680 abitanti che sorge in mezzo alle colline della Marmilla, tra Cagliari e Oristano. Noto in tutta la Sardegna per il suo museo archeologico e per il vicino villaggio nuragico di Pinn’e Maiolu, oggi è uno degli avamposti di questa rivoluzione. Qui è nata una delle prime comunità energetiche rinnovabili (Cer) d’Italia, un gruppo di cittadini capaci di produrre autonomamente l’energia che consumano.

Il sindaco Maurizio Onnis mostra con soddisfazione il tetto della palestra della scuola media su cui è stato costruito un impianto fotovoltaico con una potenza di 54,5 chilowatt (kW), collegato a quaranta utenze, sia private sia commerciali. Poi, con ben altro sentimento, indica poco più lontano le pale eoliche che dominano il paesaggio.

“Quello è il simbolo della speculazione: producono sul nostro territorio energia che va altrove”. Onnis è da anni attivo contro quella che considera la servitù energetica della Sardegna, “dove si producono ogni anno 12,2 terawattora di energia elettrica e se ne consumano 9”. E ha visto nella comunità energetica uno strumento per scardinare questo modello, a partire proprio dal suo piccolo paese.

Così, quando il decreto milleproroghe 2020 ha previsto la formazione delle comunità energetiche, si è subito attivato. Ha studiato la normativa e, attingendo a un fondo del ministero dello sviluppo economico (Mise) per i paesi con meno di cinquemila abitanti, è riuscito a finanziare interamente la costruzione dell’impianto, costato circa centomila euro. A questo impianto sono oggi collegati i quaranta soggetti che hanno aderito alla Cer: oltre a diverse famiglie, anche un albergo e un bed and breakfast. Consumano l’energia che producono. O meglio: compensano i propri consumi con un’energia prodotta localmente, in forma pulita e rinnovabile.

“Il sistema per ora non è basato su un effettivo autoconsumo, ma su uno scambio: la normativa prevede che l’energia prodotta sia immessa nella rete e chi fa parte della comunità energetica riceva un incentivo commisurato ai consumi durante le ore in cui l’impianto è attivo, cioè quelle di irraggiamento solare”, spiega Onnis. Insomma, gli utenti pagano la bolletta e successivamente la comunità energetica riceve una somma di denaro dal gestore dei servizi energetici (Gse) che ne rimborsa una parte. Secondo i calcoli fatti nello studio di fattibilità, si tratterebbe di circa 200 euro a utenza all’anno. Ma, al di là dell’aspetto economico, si tratta di un vero e proprio cambio di prospettiva, in cui i cittadini riuniti in comunità cessano di essere semplici consumatori e diventano prosumers (produttori e consumatori nello stesso tempo). “In futuro ci piacerebbe vedere un modello di vero autoconsumo, in cui i cittadini producono l’energia e la gestiscono direttamente, anche vendendola”, sottolinea Onnis. “Ma abbiamo voluto comunque realizzare questa esperienza, nonostante i paletti posti dalla normativa”.

I paletti a cui fa riferimento Onnis riguardano soprattutto le dimensioni e la potenza dell’impianto: il decreto del 2020 prevedeva una potenza massima di 200 kW e richiedeva che le utenze collegate alla comunità energetica dipendessero dalla stessa cabina secondaria, cioè l’impianto dove l’energia elettrica passa da media tensione a bassa tensione. Per capire l’entità di questi limiti, basti pensare che un piccolo paese come Villanovaforru ha tre cabine secondarie.

“Non è stato neanche facile individuare le cabine a cui fanno capo le singole utenze, perché il gestore non ci ha voluto fornire un elenco per ragioni di privacy”, sottolinea il sindaco. Ma la buona notizia è che oggi molti di questi paletti sono saltati: un nuovo decreto pubblicato sulla gazzetta ufficiale nel dicembre 2021 prevede l’aumento della potenza massima a 1 megawatt (MW) per gli impianti ammessi ai meccanismi di incentivazione, e la possibilità di creare una comunità energetica a partire dalla cabina primaria, non solo da quella secondaria. Questo allarga notevolmente la platea dei beneficiari. In pratica tutto il paese di Villanovaforru potrebbe diventare una grande comunità energetica, anche associandosi con i centri vicini che fanno capo alla stessa cabina primaria. “Sono sicuro che la comunità si allargherà”, afferma Onnis. “La Cer diventerà uno strumento di autodeterminazione e di consapevolezza per gli abitanti di Villanovaforru e del circondario”.

Aree interne

Ad appena dieci chilometri di distanza, c’è in effetti un candidato naturale per allargare l’impresa. L’ancor più piccolo paese di Ussaramanna, 512 abitanti, ha formato una Cer più o meno nello stesso periodo in cui l’ha fatto Villanovaforru. Al suo secondo mandato, il sindaco Marco Sideri punta da anni sullo sviluppo di nuove politiche energetiche. “Già nel 2016, grazie a fondi europei, avevamo realizzato sistemi di accumulo per le case private che avevano degli impianti fotovoltaici. Oggi la Cer rappresenta la frontiera più avanzata di un nuovo modello di autonomia energetica”. L’esperienza del progetto finanziato dall’Europa ha fatto da stimolo allo sviluppo della comunità energetica. “Quando abbiamo aperto la campagna di preadesione, abbiamo raccolto 130 manifestazioni d’interesse. Alla fine abbiamo scelto la cabina secondaria con il numero maggiore di utenze e abbiamo costituito una comunità di sessanta membri, servita da un impianto con una potenza complessiva di 71 kW. Ma con le nuove norme amplieremo sicuramente la comunità”.

Le famiglie hanno accolto con entusiasmo la proposta, convinte anche dall’attivismo dei più giovani

Il sindaco non nasconde che dietro il progetto c’è anche una certa idea di promozione del territorio, per trasmettere il messaggio che il paese è vivo e vivace e attirare nuovi abitanti. “Un amministratore di un’area interna come la nostra si sveglia ogni mattina con un pensiero fisso: come evitare che il territorio muoia”, dice preoccupato.

Sistema capillare

Ma basterà una comunità energetica a contrastare lo spopolamento che affligge queste zone? Può questo progetto diventare un nuovo modello, che porti benefici economici e blocchi l’esodo soprattutto dei giovani? “Attraverso questo sistema di democrazia partecipativa, si creano nuovi legami di comunità”, osserva Rossella Orrù, vicepresidente della comunità energetica. “Ci s’incontra su un principio, che è quello di gestire l’autoproduzione dell’energia, e si stabiliscono nuove relazioni e nuovi scambi”. E la Cer diventa un’occasione per creare e far crescere una vera comunità. “È più facile farlo in un territorio piccolo come il nostro, dove tutti si conoscono”, aggiunge Orrù.

Non è un caso che finora le Cer siano nate per lo più in piccoli centri, spesso in aree interne, dove le relazioni di comunità sono più semplici e dove è stato anche più facile ottenere i fondi pubblici per realizzare gli impianti. “Ma con il nuovo decreto, e con i regolamenti per metterlo in atto che saranno pubblicati in primavera, probabilmente questi progetti si moltiplicheranno”, sottolinea Sara Capuzzo, presidente della cooperativa ènostra, che ha realizzato lo studio alla base delle due Cer sarde e di altri progetti in Italia. “Le comunità che stiamo supportando fanno da apripista per una transizione energetica collettiva, partecipata e dal basso che sia guidata dai territori, con i loro bisogni e le loro specificità”.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha stanziato altri 2,2 miliardi di euro di incentivi per i paesi con meno di cinquemila abitanti che vogliano formare una comunità energetica. Ora che la transizione energetica è al centro del dibattito pubblico, sia per gli obiettivi europei di riduzione delle emissioni sia per il forte aumento del prezzo dell’energia, uno strumento come questo può rivelarsi molto utile. “È il meccanismo più rapido, più efficiente e meno costoso per soddisfare i nostri fabbisogni energetici”, ha sottolineato in un convegno il 23 novembre scorso il senatore Gianni Girotto (M5S), tra i principali sostenitori delle Cer in parlamento. “Questo sistema capillare, gestito in autonomia da collettività di cittadini, da associazioni, da piccole e medie imprese, inciderà fortemente sulla decarbonizzazione” (cioè la rinuncia a usare fonti fossili come gas, petrolio e carbone per produrre energia), ha sottolineato nella stessa occasione il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani. Secondo uno studio di Legambiente, la nuova potenza installabile attraverso le Cer da qui al 2030 è pari a 17 gigawatt (GW), cioè il 30 per cento degli obiettivi di decarbonizzazione.

L’associazione ambientalista è in prima linea nella promozione delle comunità energetiche. Oltre a darsi da fare come sempre per sensibilizzare dell’opinione pubblica e fare pressione sulla politica, ha deciso di partecipare attivamente ad alcuni progetti.

Giustizia ambientale

Sul tetto della fondazione Famiglia di Maria, a San Giovanni a Teduccio, nella periferia a est di Napoli, c’è un impianto fotovoltaico da 53 kW. La direttrice della fondazione, Anna Riccardi, e la presidente di Legambiente Campania, Mariateresa Imparato, l’hanno fatto installare con l’aiuto finanziario della fondazione Con il Sud. Questo quartiere di Napoli è noto soprattutto per i casermoni popolari di Taverna del Ferro, soprannominati Bronx e recentemente impreziositi dai murales dell’artista Jorit che raffigurano Diego Armando Maradona ed Ernesto Che Guevara.

La sede della fondazione, un ex orfanotrofio religioso, è a poca distanza da qui: le sue stanze ospitano attività di doposcuola per i ragazzi, corsi di formazione, laboratori e iniziative di vario genere per aiutare i minori e le famiglie svantaggiate. Un’azione che non è gradita a tutti. Nel settembre 2019, alcuni colpi di arma da fuoco sono stati esplosi contro il portone dell’edificio a scopo intimidatorio. Nel muro vicino all’entrata, il foro di un proiettile è oggi inglobato in un disegno. Si vede una pistola da cui esce un fiore e la scritta “la nostra arte è la bellezza”.

Il murale riassume bene lo spirito che anima la vulcanica Riccardi nelle molteplici azioni che promuove presso la fondazione: “Con il progetto della comunità energetica vogliamo trasmettere un’immagine più positiva di questo quartiere, di cui si parla solo per denunciare il disagio o la delinquenza”, afferma.

“Potevamo sviluppare questa iniziativa al Vomero o in una zona più ricca di Napoli”, le fa eco Imparato, “ma abbiamo scelto di farlo qui perché vuole anche essere un modo per contrastare la povertà energetica e promuovere l’educazione ambien­tale”.

Raccogliere i frutti

Il progetto prevede il coinvolgimento di 40 famiglie delle case popolari del circondario, che non beneficeranno solo degli incentivi del gestore dei servizi energetici ma sono anche state inserite in un percorso formativo sul modo in cui l’energia è prodotta e distribuita e sul controllo dei consumi. “È una comunità composta soprattutto da donne”, sottolinea Riccardi, “anche perché la sensibilità per l’ambiente e la cura del territorio sono spesso prerogative femminili. Inoltre parliamo di nuclei in cui spesso il maschio è in carcere”.

Le famiglie hanno accolto con entusiasmo la proposta, convinte anche dall’attivismo dei più giovani. Un ragazzo di 11 anni, Gennaro Dragone, è andato casa per casa a spiegare alle persone l’importanza di un futuro più sostenibile a partire dai comportamenti individuali. Un’azione che gli è valsa un riconoscimento d’eccezione: a dicembre è stato nominato alfiere della repubblica dal presidente Sergio Mattarella per il suo impegno a favore dell’am­biente.

“È un riconoscimento a un’intera comunità e a un lavoro fatto negli anni, in cui sono stati coinvolti genitori, ragazzi, operatori e un territorio che ha capito l’urgenza di coniugare giustizia sociale e giustizia ambientale”, osserva Riccardi. “Abbiamo seminato con i nostri ragazzi. E oggi cominciamo a raccogliere i frutti”.

L’iniziativa ha suscitato interesse anche all’estero. In occasione del G20 clima ed energia, che si è svolto a Napoli nel luglio 2021, la fondazione Famiglia di Maria ha ricevuto la visita del capo della delegazione statunitense Michael Regan. “Ha passato una giornata qui con noi e ha avuto parole di grande apprezzamento per il nostro lavoro”, dice la direttrice mostrando con orgoglio le foto del funzionario americano sul tetto dell’edificio insieme ai ragazzi e alle ragazze che frequentano la fondazione. Riccardi è tuttavia sorpresa che siano arrivati dall’altra parte dell’oceano a vedere quello che si fa qui, mentre da Roma non è venuto nessuno. “Aspettiamo il ministro Cingolani a braccia aperte. Per ora non si è visto, ma siamo fiduciose. D’altronde, se non viene qui a vedere la transizione energetica, dove altro mai dovrà andare?”.

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