C’è un grande assente nel dibattito sulla lotta all’inflazione: i beni collettivi. I poteri rispondono con gli attrezzi spuntati della politica monetaria, e litigano su altri più efficaci ma complicati strumenti, come il price cap, il tetto massimo ai prezzi. I singoli, come sempre, sono chiamati ad arrangiarsi, con sofferenze economiche enormi. Ma c’è un’altra strada, quella dei beni e servizi pubblici.

Il caso più eclatante è quello dei trasporti. In Germania ci hanno provato, con l’esperimento del biglietto mensile a 9 euro per tutti i treni locali: è stato un successo nei mesi estivi, ma ha anche creato molti problemi di sovraffollamento e disservizi. Come poteva essere prevedibile, ci si è accorti che non basta dare biglietti gratis – o superscontati – se non si aumenta l’offerta, e se non si attrezzano tutti i servizi per far funzionare la cosa, facendo diventare il trasporto pubblico il normale e assolutamente prevalente mezzo per andare al lavoro, a scuola, a fare la spesa.

È solo un esempio di un approccio collettivo allo shock energetico che manca totalmente nelle politiche nostrane e anche nelle proposte della campagna elettorale. Finora, la risposta alla crisi energetica e alla conseguente crescita dell’inflazione è stata affidata alle banche centrali, con il rialzo dei tassi che, non potendo incidere sulle cause dell’aumento dei prezzi, non farà altro che spingerci in recessione.

Il caso dei trasporti è emblematico, ma non è l’unico. Pensiamo alle scuole

Quanto ai governi, in ordine sparso cercano di compensare in minima parte gli aumenti, ricorrendo al bilancio pubblico; mentre finora non si sono accordati sulla necessità di rivedere il meccanismo con cui si fissano i prezzi energetici, ancorato alla speculazione sui mercati del gas.

Su questo ultimo punto insiste il governo uscente, e anche il programma del Partito democratico. Una soluzione tecnica che passa per la revisione di un meccanismo pensato per tempi “normali”, ma che è bloccata dai diversi interessi nazionali, fino alla svolta di ieri della Germania e di Ursula von der Leyen. Ma, come ha scritto su Domani l’economista Francesco Saraceno, i controlli sui prezzi sono una misura necessariamente transitoria, e alla lunga potrebbero favorire comportamenti non virtuosi come il consumo di fonti fossili. Lo stesso Saraceno aggiunge che bisogna guardare al fatto che l’inflazione è una tassa sui poveri, e ricorrere a misure ridistributive, non solo aiutando le persone più colpite ma anche alzando i livelli salariali.

Ma se parlassimo anche di un altro tipo di ridistribuzione, dai consumi individuali a quelli collettivi? Il caso dei trasporti è emblematico, ma non è l’unico. Pensiamo alle scuole. La provincia di Verona se n’è uscita con l’assurda idea di mettere i ragazzi in dad per risparmiare il riscaldamento: come se nelle loro case gli studenti non avessero bisogno di riscaldarsi. Servirebbe fare l’opposto: tenere aperte le scuole più a lungo, magari con un doposcuola per fare i compiti, per consentire a tutti di stare in ambienti riscaldati. Di centri anziani, dove magari i pensionati possono passare qualche ora tenendo spenti i caloriferi in casa. Di condomini con ambienti condivisi. Di riaprire le case del popolo, dove ancora ci sono; o di farne di nuove.

Insomma, di una politica anti-inflazionistica affidata ai beni e consumi pubblici, con conseguente riduzione dei sempre più insostenibili consumi privati. Esattamente l’opposto di quel che forse ci attende per l’inverno: chi può paghi, chi non può spenga.