La flat tax sta diventando come la Salerno-Reggio Calabria: un’immancabile promessa di campagna elettorale. Solo che ogni volta, sempre dalla schieramento di centrodestra, se ne propongono versioni differenti. Dopo la gara al ribasso sulle aliquote – il 23 per cento per Forza Italia, il 15 per cento per la Lega – è arrivata la “sintesi” del programma del centrodestra che recita: “Estensione della flat tax per le partite Iva fino a centomila euro di fatturato, flat tax su incremento di reddito rispetto alle annualità precedenti, con la prospettiva di ulteriore ampliamento per famiglie e imprese”. Dunque, l’estensione della flat tax a tutti i contribuenti Irpef, anche lavoratori dipendenti, è rinviata a una non meglio precisata “prospettiva”, mentre sarebbe immediato l’allargamento del sistema di flat tax già esistente per le partite Iva in regime forfettario.

La limitazione della proposta, se da un lato ridimensiona il suo impatto sulle casse pubbliche – che sarebbe enorme nel caso di flat tax generalizzata, attorno ai 58-60 miliardi di euro l’anno – premia solo una categoria di contribuenti, già positivamente discriminata dal regime esistente. Ciononostante, si dà per scontato che la tassa “piatta e facile” piaccia a tutti. Ma perché e a chi dovrebbe piacere? Proviamo a fare qualche conto piatto e facile, sulla base delle informazioni disponibili (non molte, poiché finora programmi dettagliati non sono stati pubblicati).

Una premessa necessaria
Una flat tax sui redditi in Italia esiste già. È quella del regime forfettario per i lavoratori autonomi, che pagano sui loro redditi una aliquota del 15 per cento se nel corso dell’anno guadagnano meno di 65mila euro. Non sono pochi: a guardare le ultime dichiarazioni Irpef, la massa dei contribuenti – quasi il 97 per cento – sta sotto quella soglia. Ma lo stesso reddito è tassato diversamente a seconda che sia da lavoro dipendente o autonomo: nel primo caso, si applicano aliquote progressive per scaglioni di reddito; nel secondo, la flat tax del 15 per cento. Per esempio, un lavoratore dipendente che abbia guadagnato 28mila euro nel 2021, ha dovuto pagare un’aliquota del 23 per cento sui primi 15mila euro guadagnati, e del 27 per cento sulla restante parte (da 15mila a 28mila); un autonomo che abbia dichiarato la stessa cifra ha pagato invece solo il 15 per cento.

E la differenza cresce al crescere del reddito: superati i 28mila euro e fino ai 55mila, il nostro dipendente entra nello scaglione con aliquota al 38 per cento, l’autonomo resta al 15 per cento. Dunque c’è una disparità di trattamento consistente e crescente, non giustificata né dalle spese di produzione del reddito degli autonomi – dato che il regime è forfettario, non sappiamo niente di tali spese, possono essere enormi o non esserci affatto – né tantomeno dai princìpi generali della tassazione posti in costituzione (articolo 53, primo comma: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”).

Questa ingiustizia sarebbe ingigantita con l’aumento del tetto a centomila euro: se la proposta del centrodestra fosse attuata, un dirigente (dipendente) che guadagna centomila euro pagherebbe attorno ai 35mila euro di imposta (includendo le detrazioni), un libero professionista che guadagna la stessa cifra ne pagherebbe 15mila.

Le proposte dei partiti
Si tratta di un ridimensionamento, rispetto agli slogan di Lega e Forza Italia, che avevano proposto di generalizzare la flat tax estendendola a tutti, più o meno gradualmente. Forza Italia propone una aliquota unica del 23 per cento, la Lega del 15 per cento. Da quello che si sa, in base ai programmi presentati nel 2018, Forza Italia pensa a una deduzione di 12mila euro, la Lega di tremila (vale a dire, al di sotto di quella cifra non si paga niente). Secondo i calcoli fatti dai due economisti Massimo Baldini e Leonzio Rizzo, il costo per le finanze pubbliche sarebbe simile: attorno ai 58-60 miliardi di euro annui. Si tratta di una cifra molto alta, e non è chiaro come queste minori entrate sarebbero coperte: entrambi i partiti contano sul fatto che la riduzione delle aliquote farà emergere il nero, stimolerà l’economia e così facendo farà crescere il gettito.

Un’altra possibilità è “finanziare” il taglio delle tasse tagliando la spesa pubblica, ma questo non viene detto in campagna elettorale; un’altra ancora è ricorrere al debito pubblico, dunque spostando il peso su chi dovrà ripagarlo in futuro ed esponendosi al rischio presente di un tracollo dei mercati su cui si finanzia lo stato italiano.

Chi guadagna e chi perde
Con la flat tax si passerebbe da un sistema di tassazione dei redditi progressivo (nel quale l’aliquota cresce al crescere del reddito: vale a dire, se si guadagna di più si deve dare al fisco una quota maggiore del proprio reddito) a uno proporzionale (tutti pagano la stessa aliquota: vale a dire, al crescere del reddito cresce l’ammontare della somma che si versa, ma è identica la quota percentuale). Sarebbe una violazione del dettato costituzionale (articolo 53 della costituzione, secondo comma: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”), a meno che la progressività non venga ad essere garantita da altre imposte, per esempio una patrimoniale.

Chi ci guadagnerebbe? Lo stesso articolo di Baldini e Rizzo fa i conti sulla base della proposta della Lega. Incrociando i loro calcoli con la distribuzione dei contribuenti Irpef per classi di reddito complessivo, viene fuori che i risparmi annui sono prossimi allo zero o risibili per i redditi più bassi: il primo decile di reddito, attorno ai 3.300 euro all’anno, non guadagna niente con la flat tax. Si tratta di circa il 15 per cento dei contribuenti, a stare alle ultime dichiarazioni dei redditi. Saliamo di un gradino. I contribuenti che stanno nel secondo decile del reddito, ossia attorno ai 10-11mila euro annui (sono circa il 21 per cento del totale) verrebbe a risparmiare poco più di cento euro all’anno. Un caffè ogni tre giorni.

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Quelli che stanno sui 15-16mila euro (un altro 13 per cento di italiani), avrebbero un risparmio di imposta di 120 euro. La fascia di reddito sui ventimila euro annui (nella quale sta circa il 15 per cento dei contribuenti) risparmierebbe 318 euro. I guadagni si fanno consistenti solo negli ultimi due decili più alti del reddito: per chi sta sopra i cinquantamila euro annui (quattromila euro il risparmio medio), o sopra gli ottantamila (12mila euro di imposta in meno). Dai dati delle dichiarazioni dei redditi, risulta che a queste fasce di reddito appartiene il 5 per cento dei contribuenti. Dunque la flat tax può anche piacere a molti (o dare questa impressione), ma avvantaggia pochi.

La flat tax incrementale
Diversa era la proposta di Fratelli d’Italia, che poi è quella finita nero su bianco nel programma: “Flat tax su incremento di reddito rispetto agli anni precedenti”. Dunque mentre gli autonomi a partita Iva pagherebbero il 15 per cento su tutto il reddito, tutti gli altri avrebbero questa aliquota più bassa solo per gli aumenti di stipendio. Con un’altra evidente sperequazione: a parità di reddito ci sarebbe una tassazione diversa a seconda dell’anno in cui si è arrivati a quello stipendio, e paradossalmente chi ha guadagnato sarebbe tassato di meno di chi ha perso. E anche in questo caso, in barba alla progressività.

Per un fisco iniquo
Oltre a essere ingiuste dal punto di vista distributivo, queste proposte rischiano di essere anche pesantemente distorsive dal punto di vista economico. Per esempio, spingendo ancora di più le imprese a proporre contratti a partita Iva, risparmiando sul lordo per far arrivare lo stesso netto ai lavoratori. Oppure, per la flat tax incrementale, ad aumentare gli straordinari (incremento di reddito, tassato al 15 per cento) invece di assumere altri lavoratori dipendenti che sarebbero tassati almeno al 23 per cento.

C’è da chiedersi perché la maggioranza dei contribuenti e votanti dovrebbe premiare un programma fiscale che avvantaggia una minoranza. Forse perché non lo conoscono abbastanza. O perché sono attratti dal messaggio generale: ridurremo le tasse, in qualche modo (ma bisogna vedere a chi). Oppure da un altro pezzo dello stesso programma, sempre sotto il capitolo “per un fisco equo”: “pace fiscale e saldo e stralcio”. L’eterno ritorno, sotto un nome tecnico accettabile, di un altro grande classico del fisco italiano: il condono agli evasori.