Sull’onda degli incassi quasi incoraggianti di alcuni film veneziani (Il signore delle formiche di Gianni Amelio e L’immensità di Emanuele Crialese), arriva nelle sale Siccità di Paolo Virzì, presentato fuori concorso proprio alla Mostra del cinema. Roma è sull’orlo del collasso: non piove da una vita, il Tevere è completamente prosciugato, il governo sta per sospendere l’erogazione di acqua pubblica, blatte e scarafaggi stanno prendendo il sopravvento e le corsie degli ospedali si riempiono di persone affette da una strana narcolessia che sembra avere un carattere epidemico. A quattro anni dalla sua orazione funebre per il cinema italiano che fu (Notti magiche, 2018), Virzì sorprende di nuovo con un ecodramma satirico in cui diverse storie intrecciate ci fanno da guida in una prova generale per l’apocalisse.

La premessa è ambiziosa e Virzì è all’altezza: ci mostra Roma come non l’abbiamo mai vista, si spinge in un futuro distopico per mostrarci quanto siamo disperati già oggi ed è anche premiato da un tempismo che non sappiamo se è più fortunato o più inquietante, considerata l’estate torrida appena finita. Il regista toscano, non più il rassicurante e generoso autore di Ovosodo o La prima cosa bella, sfrutta con grande sicurezza i mezzi che una produzione di alto livello gli ha messo a disposizione. Sono impressionanti gli scorci del Tevere senz’acqua realizzati in cgi (ho visto il film a Venezia, subito prima di saltare su un treno per Roma, e appena arrivato a destinazione mi sono ritrovato ad affacciarmi dal lungotevere per accertarmi che l’acqua del fiume scorresse). Allo stesso modo impressiona la Roma zozza e giallastra fotografata da Luca Bigazzi, distante anni luce da quella decadente ma avvolgente della Grande bellezza.

La sceneggiatura (il film è stato scritto da Virzì insieme a Paolo Giordano, Francesca Archibugi e Francesco Piccolo) è un po’ incasinata. In alcuni momenti si ha l’impressione di aver perso qualcosa per strada. Ma nei film corali può capitare che alcune storie appassionino più di altre e che alcuni personaggi sembrino meno originali di altri. D’altra parte il cast, da kolossal, non ha punti deboli. Quasi superfluo evidenziare Silvio Orlando, imbarcato in un’avventura chapliniana, o l’ironia salvifica di Valerio Mastandrea. Ma i valori aggiunti sono tanti: lo spessore tragicomico di Max Tortora, la fisicità di Tommaso Ragno, la divina universalità di Monica Bellucci, la disperata ambiguità di Elena Lietti, la sorprendente magneticità di Emanuela Fanelli e così via. La chiusura però è per una fedelissima di Virzì, Claudia Pandolfi, nel cui personaggio mi piace vedere un riflesso diretto dell’autore e della sua evoluzione, film dopo film.

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