Il 9 settembre alle 19, la proiezione ufficiale di Chiara, il film di Susanna Nicchiarelli che propone una visione politica e radicale della vita di santa Chiara e san Francesco, completa il quadro dei film italiani in concorso alla 79ª edizione della Mostra del cinema di Venezia.

Un’edizione che idealmente si lascia alle spalle la pandemia: niente più limitazioni dei posti nelle sale, mascherine solo caldamente consigliate, bar, ristoranti e tappeti rossi gremiti.

Ad aprire le danze, il primo dei cinque film italiani in concorso (una coproduzione italo-statunitense per dire la verità) è stato Bones and all di Luca Guadagnino. Anche questo film parla di due ragazzi speciali, ma non potremmo essere più distanti dalla vicenda dei due “ribelli” di Assisi.

Tratto dal romanzo young adult Fino all’osso, di Camille DeAngelis, Bones and all racconta la storia di Maren (Taylor Russel) e Lee (Timothée Chalamet), due giovani che per sopravvivere sono costretti a mangiare carne umana (praticamente dei vampiri) e che nell’arco di un’estate di fine anni ottanta attraversano il Nordamerica alla ricerca della madre di Maren ma anche del loro posto nel mondo.

Lungo il cammino incontrano altri cannibali, imparano che la famiglia non è sempre la risposta a tutto, e scoprono l’amore. Con questo road movie sentimentale horror, Guadagnino ha affrontato i grandi spazi e un certo immaginario del cinema statunitense, un incontro che finora aveva rimandato. E lo ha fatto mantenendo tutto sotto controllo, confermando la sua dimensione di autore internazionale e la sua libertà, nelle scelte e nelle espressioni.

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Sempre negli Stati Uniti è ambientato Monica, terzo lungometraggio di Andrea Pallaoro, altro autore che ha trovato all’estero la sua dimensione creativa. Protagonista del film è appunto Monica (Trace Lysette), una donna che, dopo tanti anni di lontananza, decide di riunirsi alla sua famiglia per assistere la madre malata.

Da quando è andata via di casa però, Monica ha affrontato un percorso di transizione di genere, e non è più la persona che ha lasciato la casa dov’è cresciuta, tanto che la madre neanche la riconosce. Monica si trova quindi nella quasi invidiabile posizione di poter tornare indietro nel tempo, in incognito. Peccato che per lei sarebbe molto importante essere riconosciuta dalla madre per quello che è diventata. Pallaoro ha fatto scelte stilistiche ben precise e, aiutato dalla convincente performance di Trace Lysette, arriva in fondo al suo percorso senza mai farsi e farci male.

Anche quello compiuto da Emanuele Crialese con il suo L’immensità è un viaggio nella memoria. Molto più personale però perché si parla della memoria e della storia dello stesso autore, che ha colto l’occasione di questo film per rivelare al mondo il suo percorso di transizione. La piccola Adriana (Luana Giuliani), che si veste da maschio e preferisce farsi chiamare Andrea, è una proiezione precisa dell’autore, che in più occasioni ha ribadito che quella raccontata dal film è la sua storia personale.

Siamo alla fine degli anni sessanta, Adriana vive in una famiglia tradizionale con la madre (Penelope Cruz), il padre (Vincenzo Amato) e i due fratelli. Una famiglia come tante, con il papà assente sempre al lavoro e una madre generosa e un po’ anticonformista intrappolata nella gabbia borghese e quindi forse condannata alla depressione.

Se qualcuno ha trovato eccessive alcune scelte (nel mio caso il ricorso a una memoria televisiva condivisa, specie nel primo terzo del film), qualcun altro ha preferito sottolineare una certa coerenza nelle scelte di Crialese e la sua capacità di costruire un universo finito, anche se imperfetto, come possono esserlo i ricordi di un bambino.

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Molto più classico formalmente l’ultimo film di questa piccola rassegna, cioè Il signore delle formiche. Tanti i meriti del film di Gianni Amelio, uscito nelle sale l’8 settembre. In primis di raccontare la vicenda di Aldo Braibanti, partigiano, intellettuale, poeta, scrittore e mirmecologo (cioè studioso ed esperto di formiche), vittima alla fine degli anni sessanta di una grandissima ingiustizia. Nel 1968 Braibanti fu infatti condannato a quattro anni di carcere per “plagio”, in pratica per aver fatto il lavaggio del cervello a un ragazzo. Un reato che nel giro di pochi anni sarebbe stato cancellato dal codice penale.

Un altro merito del Signore delle formiche è di non cercare mai di innescare l’emotività del pubblico, ma piuttosto di dargli tutti gli elementi per valutare un episodio unico e assurdo dell’Italia del boom. Un esempio di questa freddezza è evidente quando è ricostruito il processo. Nell’aula del tribunale infatti, non ci sarà nessuna arringa appassionata, di quelle a cui ci ha abituato il cinema statunitense, ma non potremo fare a meno di notare la distanza tra i fatti e la loro deviata ricostruzione.

Ad aiutare il regista in questa impresa Luigi Lo Cascio, che nel ruolo di Braibanti non smorza mai quelli che erano elementi scomodi del carattere dell’intellettuale emiliano, il giovane Leonardo Maltese (che Amelio ha definito “un miracolo”) che interpreta con grande naturalezza il ragazzo “plagiato” dall’omosessuale Braibanti, e infine Elio Germano nei panni di un giornalista dell’Unità che si scontra con il bigottismo presente addirittura nel Pci dell’epoca, mettendo in risalto un atteggiamento a dir poco contraddittorio del “grande partito operaio” nei confronti dell’omosessualità.

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