Nella prima sequenza, l’ingegnere del suono Pino “Pinaxa” Pischetola smonta uno strumento alla volta il brano Centro di gravità permanente di Franco Battiato, di cui lui tra l’altro è stato uno storico collaboratore. È una delle canzoni più famose del pop italiano, di quelle con il ritornello che conoscono tutti e un videoclip – con una celebre coreografia a cura dello stesso Battiato – rimasto nell’immaginario collettivo.

Ma solo scombinando questo giocattolo perfetto, che a tutti suona semplice e familiare, si capisce quant’è complesso: il coro dell’inciso, in stile madrigalista, nasce dalla sovrapposizione di quattro take diversi, la stessa voce del cantante siciliano è registrata due volte per dare vita a quell’effetto “tipo sdoppiamento”, quasi spettrale, su cui forse non ci si era mai soffermati troppo; e poi il giro di sassofono che ricorda gli anni sessanta, la ritmica che flirta con la disco music, l’orchestra in sottofondo che sembra presa in prestito dalla classica. Questioni tecniche, questioni da Battiato.

Centro di gravità permanente è in La voce del padrone, l’album che nel 1981 lo trasformò in un fenomeno di massa (fu il primo uscito nel nostro paese a superare il milione di copie vendute) e che dà il titolo a questo Franco Battiato – La voce del padrone, film documentario di Marco Spagnoli al cinema dal 28 novembre al 4 dicembre. Lì erano contenute, tra le tante, anche Cuccuruccuccù e Bandiera bianca. Come ricorda Alice, cantante e altra sua storica collaboratrice, “all’epoca, in qualsiasi posto andassi, c’erano quelle canzoni in sottofondo”.

Dietro un album così non c’è mai stato niente di normale: figlio della scelta di chiudere con la sperimentazione (“ho deciso di fare successo”, avrebbe annunciato all’epoca Battiato all’etichetta che stava per metterlo sotto contratto), è composto da brani apparentemente facili e micidiali, ma in realtà complicati, stratificati. I testi, per esempio, hanno portato nel vocabolario della canzone d’autore termini ed espressioni che prima di lui nessuno aveva mai messo in metrica – per di più in una tanto orecchiabile: i “gesuiti euclidei vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”, lo “shivaismo tantrico di stile dionisiaco, la lotta pornografica dei greci e dei latini”. Un breviario, insomma, di come Battiato intendesse la musica leggera.

Dentro Battiato

Ma il lavoro di Spagnoli s’inserisce in una questione più ampia, cioè quella di come poter ricordare oggi, per bene, Battiato. Già santificato in vita, da quando è morto, il 18 maggio 2021, la macchina della memoria non s’è mai fermata: libri, documentari (Il coraggio di essere Franco Battiato, della Rai) e concerti tributo, il più grande dei quali è quell’Invito al viaggio con il meglio del pop italiano di tutte le generazioni, diventato un disco dal vivo e uno speciale televisivo a cura di Pif. Risultato, ora sembra che sia stato detto tutto e che l’agiografia collettiva sia scaduta nella retorica: Battiato per tanti e per pochi, Battiato con tanti amici, Battiato spirituale e ironico, Battiato e La cura. Come se ne esce? Cos’è rimasto da raccontare?

La vera novità di un documentario così, allora, è nella parte iniziale, quella “da nerd”

Franco Battiato – La voce del padrone per certi versi supera questi problemi partendo dal formato della pellicola proiettata in sala. È la prima volta che succede con lui, e per certi versi l’assenza di un precedente aiuta. E poi, rispetto alla tv, girare un film per il cinema consente di sviluppare un approfondimento un po’ meno generalista e di avere opportunità, anche visive, che il regista è riuscito a cogliere. La “trama”, per dire, del viaggio del discografico Stefano Senardi (amico di lunga data del cantautore, qui nelle vesti di intervistatore e “conduttore”) verso la Milo di Battiato è credibile, alcuni colpi d’occhio paesaggistici sul mare sono evocativi e l’alternanza tra filmati di repertorio, interviste posate e altre più “sporche” è piacevole.

Soprattutto nel finale, semmai, il lavoro tende a sbrodolare un po’ e a perdersi nella narrazione più trita e assodata, come se nell’ora e mezza di durata dovesse esserci proprio tutto, e allora ecco – di nuovo, anche qui – Battiato legato agli amici, i ricordi degli altri, l’attenzione alla dimensione spirituale, la santificazione. Anche la scelta degli ospiti, da questa prospettiva, non è freschissima: Mara Maionchi e Vincenzo Mollica, per esempio, aggiungono poco se non la solita storia di quanto chi lo conosceva gli fosse legato e ne subisse il fascino e la simpatia.

La vera novità di un documentario così, allora, è nella parte iniziale, quella “da nerd”. Ricostruire, cioè, Battiato e il suo pop pedagogico prendendo a modello La voce del padrone e il precedente, meno conosciuto, Patriots, piuttosto che un pezzo enorme ma già ampiamente analizzato come La cura, e rimanere nell’ambito strettamente legato alla musica. Per approfondire, così, le sue ricerche dal punto di vista sonoro, e dare prova del coraggio che ha avuto come artista, restituendo giustizia al freak che è stato per l’Italia già da prima che l’Italia stessa cominciasse a considerarlo “normale”.

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È ciò che più serve adesso al racconto sul cantautore siciliano, ma che non è mai davvero sviluppato. E se per fan ed esperti è un aspetto comunque non inedito, lo è per un pubblico più ampio e meno attento, a cui Spagnoli e Senardi tra l’altro vanno incontro affidandosi a ottime sequenze esplicative (tra cui quella di apertura di Pinaxa, che rende bene l’idea) e agli interventi di uno come Morgan, capace di fare una piccola lezione con il suo solito piglio entusiasta, da divulgatore.

Il fatto che oggi si parli di Battiato soprattutto per il suo conclamato spessore umano, alla fine, non deve far dimenticare che è stato un rivoluzionario a lungo incompreso, che ha dovuto sudarsi un successo e un affetto del pubblico mai scontato, viste le basi di partenza. Concentrarsi sulla portata innovativa e lo spessore tecnico di certe sue canzoni, sottolineare come dietro l’immediatezza delle sue hit ci fosse un lavoro di ricerca quasi colto, può essere una strada per raccontarlo d’ora in poi. Per non trasformare in un guscio vuoto l’epiteto, giusto, di “maestro” che gli viene affibbiato in ogni celebrazione. E non dimenticare che tutto, in lui, è partito e tornato alla musica.