Il sestiere di Cannaregio. Venezia, ottobre 2017. (Lionel Fourneaux, Hans Lucas/Contrasto)

“Bisogna girare Venezia a piedi. Chi la gira soltanto in barca ne ha un’immagine morta; la Venezia dei decadenti è lunare, lievemente putrida, vista da persone adagiate sui cuscini delle imbarcazioni”. Raccogliendo l’invito del giornalista e scrittore Guido Piovene, ci si mette allora in marcia volentieri. A piedi. D’altronde Venezia sembra grande, ma in realtà si gira tutta camminando, basta non andare di fretta.

La sfida è riuscire a passare tre giorni in città spendendo non più di 60 euro al giorno. Può sembrare impossibile ma non lo è, basta lasciar stare il weekend. Visitare Venezia nei giorni feriali vuol dire trovarsi di fronte un’altra città, e non certo peggiore. A cominciare dalle opzioni per dormire a basso prezzo: nel grande e relativamente tranquillo sestiere di Cannaregio ci sono vari affittacamere dove si possono spendere 28 euro a notte per una matrimoniale. Un suggerimento potrebbe essere Corte Loredana, mentre per chi ha il gusto degli istituti religiosi ci sono anche opzioni come Casa Caburlotto, secolare istituzione di suore rimodernata di recente e convertita in residenza per soggiorni brevi.

Incamminandosi verso Rialto dalla stazione ci può essere subito l’occasione di mettere qualcosa sotto i denti, per prepararsi alle camminate del resto della giornata. Nelle calli intorno al famoso ponte, che è una tappa immancabile e gratuita, s’incontra tutta una costellazione di bacari, enoteche che fanno piccola ristorazione. È il paradiso dei “cicchetti”, fettine di pane con sopra di tutto, dal lardo alle acciughe al baccalà, declinato in ogni sua possibile sfumatura, da accompagnare con “un’ombra” della casa, cioè un calicino di bianco o di rosso. In una zona ad alto tasso di trappole per turisti, Cantina Do Mori – bacaro tra i più antichi di Venezia – mantiene una sua romantica crociata nel preservare la tradizione. Ecco allora bottiglie secolari alle pareti, pentolame in rame e un tripudio di cicchetti, frittatine, polpette, ovetti con l’acciuga e “francobolli”, minuscoli tramezzini quadrati che sono una specialità della casa.

Dopo lo spuntino si prosegue verso piazza San Marco, dove affacciano due dei principali gioielli della città: palazzo Ducale e la basilica di San Marco, secondo Stendhal “la prima moschea che si incontra andando verso oriente”. Arrivati in piazza, l’immagine non è delle migliori: ad attendere i visitatori, più che le atmosfere oniriche di The new pope di Sorrentino sono degli eterni lavori in corso. Stanno mettendo al sicuro la basilica dall’acqua alta con scintillanti barriere in vetro, ma da mesi tutto procede a rilento.

La magnificenza del potere

Palazzo Ducale è sconfinato già a vederlo da fuori, ma solo entrandovi ci si rende conto di cosa doveva essere Venezia sotto la Serenissima, quell’immenso carrozzone politico e militare che governava terre fino alle coste siriane. A sorprendere, oltre alla magnificenza del potere, è la sua segmentazione: chi oggi si lamenta della burocrazia italiana dovrebbe visitare le aule, le stanze e le stanzette di questo palazzo, ognuna con una sua precisa e insostituibile funzione, almeno a detta dei rispettivi funzionari che le occupavano. Nel senato c’è un orologio con ventiquattr’ore e una sola lancetta. Guardandolo meglio ci si rende conto che i numeri sono messi in ordine antiorario. Non c’è nessun apparente motivo, solo a sottolineare che a Venezia molte cose funzionano al contrario. Il biglietto per palazzo Ducale è costoso (25 euro), ma si ha poi accesso anche al museo Correr, alle prigioni e alla Biblioteca marciana.

A una certa ora, camminando intorno alla piazza e a riva degli Schiavoni si nota qualcosa di inaspettato: nei giorni feriali Venezia di sera è vuota. I residenti del centro sono meno di 50mila, i pendolari se ne sono già andati e i turisti che restano a dormire non sono molti. Quando s’incontra qualcuno, ci si sorride. Alle sei di pomeriggio di un mercoledì perfino il Florian – probabilmente il caffè più antico del mondo, è del 1720 – ha le porte sbarrate. A questa stessa ora le enoteche della zona del mercato di Rialto, invece, cominciano ad animarsi. Sarde in saor (cioè fritte e condite con cipolle in agrodolce, pinoli e uvetta), schie (gamberetti della laguna), seppie in nero con polenta, un quartino di bianco e la cena è fatta. Al tavolo della Cantina do Spade si gioisce per aver mangiato con 20 euro in modo egregio.

Al mattino, se è il periodo di carnevale, si deve partire con le frìtoe, le frittelle, che a Venezia sono grandi come un pugno. Con lo zabaione, con la crema oppure veneziane, cioè con uvetta e ricoperte di zucchero, la cui semplicità le fa vincere a mani basse. Due pasticcerie consigliate sono Dal Mas e Tonolo, entrambe botteghe centenarie.

Passeggiando per il sestiere San Polo, ci si imbatte in un fuori scala impressionante. È la basilica dei Frari, i francescani, che rivaleggiavano con i domenicani dei santi Giovanni e Paolo per grandiosità dei rispettivi fiori all’occhiello. Campo San Polo è il più grande dopo piazza San Marco. Inizialmente destinato a coltivazioni e pascoli fu poi lastricato, diventando l’ambiente ludico della città, quello delle feste e dei giochi, anche i più estremi, come la caccia al toro, testimoniata da una coloratissima tela di Joseph Heintz il giovane, conservata al museo Correr. Di queste usanze sopravvive ora, in inverno, solo una alquanto modesta pista di pattinaggio sul ghiaccio per bambini.

Dalle parti di San Marco, attraversato a piedi il ponte ligneo dell’Accademia, il quarto sul canal Grande, si arriva alla Collezione Peggy Guggenheim. È il museo voluto dall’ultima “dogaressa”. Eccessiva in tutto: portava grandi occhiali dalle forme strampalate e si faceva condurre per Venezia in gondola. Era l’ereditiera dell’omonima dinastia americana che dà nome ai musei di New York e Bilbao. A Venezia Peggy Guggenheim ha lasciato una collezione unica al mondo in un palazzo ancora più unico, perché il più famoso incompiuto della città. Si trova a Dorsoduro ed è palazzo Venier dei Leoni, o meglio il piano terra di ciò che sarebbe dovuto essere. La mecenate abitava lì, tra i Picasso in sala da pranzo, le tele di Max Ernst (che è stato il suo secondo marito), le sculture di Alexander Calder e un incredibile Impero delle luci di René Magritte, davanti a cui passare le ore imbambolati. Il biglietto d’ingresso (16 euro) è una voce obbligata del nostro budget giornaliero.

Al tavolo di Hemingway

Se poi si hanno passioni letterarie, chi ha detto che anche in un viaggio low cost non sia possibile sedersi a un tavolo all’Harry’s bar? Uno dei pochi posti al mondo di cui si dice “qui ci veniva Hemingway” dove Ernest Hemingway andava davvero. Ne abbiamo anche le tracce, e un intero romanzo, Di là dal fiume e tra gli alberi. Le opzioni per entrare in questo luogo magico e non uscirne sommersi dalle cambiali sono due: essere astemi oppure puntare alla caffetteria. Il tè caldo è un ottimo modo per indugiare nel people-watching. Se si è fortunati, ci si accaparra uno dei tavoli d’angolo, i preferiti di Hemingway.

L’ultimo giorno è dedicato al quartiere ebraico. Si trova a Cannaregio. Il termine “ghetto”, poi usato in molte altre parti del mondo per riferirsi a quartieri simili, pare venga da qui. Getto era il nome veneto per “fonderia”. E in zona ce n’erano molte. Delle cinque sinagoghe dei differenti riti solo due sono ancora in attività, quelle sefardite. La sinagoga spagnola del Longhena è uno scrigno di decadente opulenza. Spesso i luoghi di culto dell’ebraismo contengono un errore voluto, un simbolo della fallibilità umana. Qui, nel pavimento bicromo vicino l’altare, il disegno delle mattonelle non torna e a un tratto il motivo diventa irregolare. Accanto all’armadio sacro una piccola lapide ricorda un evento del 1849: da Marghera gli austriaci lanciarono una bomba su Venezia, che colpì proprio questo luogo: era un venerdì sera, in pieno shabbat, la sinagoga era piena. Il rabbino fece scrivere: “In quel giorno qui cadde una bomba, entrò con violenza, ma con giudizio”. Incredibilmente ne uscirono tutti illesi.

Info
Dove dormire

Corte Loredana
A Cannaregio, vicino all’antico ghetto ebraico, offre sei camere con vista sui tetti di Venezia e sul Rio della Misericordia, un canale ricco di bacari e osterie. Camera singola a partire da 30 euro a notte.
Tel. 041 524 6798

Casa Caburlotto
Per secoli casa religiosa delle Figlie di san Giuseppe del Caburlotto, e da loro gestita ancora oggi, offre 57 camere spaziose e dal fascino antico, molte delle quali affacciate sul rigoglioso giardino interno. Camera singola a partire da 38 euro a notte.
casacaburlotto.it

Corte Vecchia
Piccolo e accogliente b&b a due passi da San Marco. È ideale per chi è indirizzato più a sud-est del centro storico, come punta della Dogana, riva degli Schiavoni e i giardini della Biennale. Camera singola a partire da 34 euro a notte.
Tel. 041 822 1233