Canale dei Buranelli. Treviso, agosto 2021. (Toni Anzenberger, Anzenberger/Contrasto)

In Italia c’è una buffa abitudine: basta che una cittadina sorga sull’incontro fortunato tra due fiumi per spingere qualcuno a parlare di “piccola Venezia”. Il più delle volte è un paragone decisamente azzardato, ma Treviso è forse l’unica eccezione. Porto fluviale strategico proprio per Venezia, la città è costruita sopra un reticolo di fiumi, fiumiciattoli e canali. Per attraversare i rivoli che scorrono tra i palazzi ci sono centinaia di ponticelli, che però essendo piani – le barche hanno smesso di passarci sotto da molto tempo – danno molto meno nell’occhio rispetto a quelli veneziani. Un luogo simbolo dell’anima fluviale della città è senza dubbio l’isolotto della Pescheria, che ospita l’antico mercato del pesce: immutato nei secoli e ancora circondato da corsi d’acqua, è un luogo in cui abbondano papere, cigni, salici piangenti e scorci pittoreschi.

“Dove Sile e Cagnan s’accompagna” è un verso del Paradiso di Dante dedicato a Treviso, e nei secoli la città ci ha ricamato sopra tutta una narrazione. A Dante è dedicato un ponte, con tanto di stele commemorativa, situato nel punto a cui forse si riferisce quel verso del nono canto: lì dove il piccolo fiume Cagnan s’immette nel più grande Sile. In realtà, però, nel Paradiso la nobildonna Cunizza da Romano, rivelandosi al poeta, non decanta la bellezza del luogo e le virtù dei suoi abitanti, ma inveisce anzi con violenza contro la corruzione degli abitanti della Marca Trevigiana, profetizzandone le sciagure. Un particolare che tutte le promozioni turistiche locali preferiscono omettere.

Neoclassicismo

Più comprensibile è invece la celebrazione dello scultore neoclassico Antonio Canova, nato a Possagno, in provincia di Treviso, nel 1757 e considerato uno dei massimi esponenti del neo­­classicismo italiano. A lui è dedicata una mostra in 150 opere intitolata Canova, gloria trevigiana, che sarà al museo Bailo fino al 25 settembre. La collezione permanente del museo è frutto dell’attività dell’abate a cui è dedicato, il quale spese la vita con l’obiettivo di dotare la città di un grande museo. Recentemente restaurato, presenta un’architettura ambiziosa, in vetro e cemento. Oltre alle sculture di Arturo Martini e Adolfo Wildt, c’è una pinacoteca con opere di Morandi, Sironi e un gran numero di tele di Luigi Serena, la stella del verismo veneto.

Benché il duomo troneggi sull’omonima piazza con la sua facciata neoclassica, la chiesa più grande della città, e che sicuramente merita una visita, è San Nicolò. Costruita nel dodicesimo secolo dai frati domenicani, con le sue forme allungate e suggestive nella loro semplicità è uno degli esempi più importanti di gotico in Italia.

Per il primo pranzo in città ci si può fermare della zona della Pescheria. La scelta è ampia: Dai Naneti, Muscoli’s e Osteria Arman sono tipiche trattorie trevigiane che all’ingresso hanno un bancone con stuzzichini, crostini e affettati e dove ci si può fermare anche solo per un calice al volo. Soppressa con polenta e funghi, frittatina con gli sciopeti (erbette aromatiche di campo) sono alcune delle loro specialità. E poi ovviamente c’è il famoso radicchio locale, fiore all’occhiello dell’agricoltura trevigiana. A rendere speciale questa verdura sono le diverse fasi di lavorazione a cui è sottoposta: le piante vengono private delle foglie più esterne e poi i mazzi, legati insieme, sono interrati di nuovo e immersi in acqua di falda fino alla completa maturazione. Grazie a questo processo, le foglie perdono la loro consistenza fibrosa, diventano croccanti e solo delicatamente amare, sviluppando quelle particolari caratteristiche organolettiche che lo rendono così diverso dai suoi rivali nazionali.

L’uso del colore

Dopo pranzo, girando per le sale del museo di Santa Caterina, alcuni frammenti di affreschi nella sezione dedicata al medioevo mostrano come doveva apparire secoli fa questa urbs picta. Treviso non era ricca come Venezia, che poteva permettersi pietra d’Istria e materiali preziosi, e così sopperiva con l’uso del colore: un esempio di queste decorazioni oggi è ancora parzialmente visibile nella loggia dei Cavalieri, in via Indipendenza. Su questa cittadina dipinta si è poi abbattuta la follia bellica, uno dei pochi casi in cui un centro storico medievale perfettamente conservato fu raso al suolo non da una, ma da due guerre mondiali. Eppure qua e là qualche nicchia di antico fascino si è salvata, ci sono viuzze come vicolo Dotti o vicolo Pescheria, dove sembra di stare ancora nel medioevo.

In città ha sede anche la collezione Salce, museo nazionale che conserva la più ampia raccolta di grafica pubblicitaria esistente in Italia, donata allo stato dal trevigiano Ferdinando Salce nel 1962. Ci sono manifesti degli alcolici più famosi, molti di Marcello Dudovich, ma anche quelli di Gino Boccasile, Fortunato Depero, Marcello Nizzoli e Aleardo Villa. Al momento è prevista anche una temporanea con i manifesti cinematografici dei film di Pier Paolo Pasolini. Presentata per il centenario della sua nascita, la mostra sarà all’interno della chiesa di San Gaetano fino al 3 luglio.

La sera ci si può immergere nella nostalgia liberty con una cena da Alfredo: aperto nel 1961, il ristorante propone piatti della tradizione veneta – radicchio scottato, fondute di formaggi locali, bigoi al sugo – con qualche nota più moderna, il tutto tra camerieri eleganti, tovaglie bianche e l’atmosfera di un’altra epoca. Per una cena romantica altrimenti c’è anche il L’Incontro, un singolare ristorante sul lungo Sile pensato espressamente per le coppie. O comunque per chi vuole essere lontano da occhi indiscreti: la sala principale infatti ha dei tavoli tondi incastonati in delle bussole circolari che rendono difficile vedere chi c’è dentro.

La discrezione è un vantaggio non da poco in questa cittadina della piccola borghesia rampante che Pietro Germi ha ritratto con precisione disarmante in Signore & signori, vincitore al festival di Cannes del 1966. Anche se poi il regista non ha avuto il coraggio di chiamarla con il suo nome, optando per l’immaginaria “Rezega”. Il film racconta di una compagnia che, dietro un’impeccabile facciata di perbenismo e abiti della domenica, nasconde una fitta trama di tradimenti e intrallazzi reciproci. I protagonisti pascolavano tra il portico dei Soffioni, galleria coperta nota per la sua frescura ma anche come luogo prediletto per lo scambio di pettegolezzi, e la grande piazza dei Signori, da sempre il salotto buono della città, affacciata su Palazzo dei Trecento. Questo edificio del 1210 prende il nome dai membri dell’antico consiglio. I segni dei bombardamenti del 1944 sono evidenti in alto sulla facciata: una scanalatura seghettata tra i mattoni disegna una linea continua, una ferita che non va dimenticata.

Il passato romano

Il corso principale, via Calmaggiore, come in quasi tutte le città venete è l’antico cardo romano, la strada che tagliava il castrum da nord a sud. Sotto al selciato si conserva ancora la strada romana, che però è accessibile solo dagli scantinati di alcune botteghe. C’è un’associazione, Treviso sotterranea, che organizza dei tour alla scoperta di questa parte ancora poco nota della città.

Sempre lungo il corso, nel cinquecento c’era la famosa “fontana delle tette”, di cui oggi si conserva una copia funzionante in una piccola loggia vicino a piazzetta della Torre. Per due secoli, fino al 1797, anno della caduta di Venezia, in onore di ogni nuovo podestà dalla fontana si faceva sgorgare vino anziché acqua. Rosso da un seno e bianco dall’altro, così che tutti i cittadini potevano festeggiare per tre giorni interi. “A sollazzo del popolo esultante”, si legge nelle cronache del tempo.

Info
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Questo articolo è uscito sul numero 32 dell’Essenziale, a pagina 26.