Camminando da casa sua verso il campo di rugby, nel quartiere della periferia di Catania di Librino, vicino all’aeroporto Fontanarossa, Alessio Panebianco incontra spesso qualche vecchio amico. Con alcuni si ferma a chiacchierare, con altri si limita a un breve cenno del capo, da lontano. Quasi sempre intuisce quando non è il momento giusto per scambiare due parole in più. Seduti sugli scooter truccati, i vecchi amici di avventure sono impegnati in altre attività che lui definisce, con una smorfia imbarazzata, “non buone”. Stanno facendo “il palo”, assicurandosi che gli sguardi indiscreti non siano nei paraggi quando altri compagni vendono la roba, tra gli androni dei palazzi dove sono nati e cresciuti. Alessio, 22 anni, continua per la sua strada, mani in tasca, testa per un attimo abbassata. Lo sguardo in un istante diventa più cupo. Cammina solo dieci minuti a piedi, tra quella che sarebbe dovuta diventare una pista ciclabile, mai terminata, e quello che dovrebbe essere un anfiteatro, di cemento, in mezzo a condomini da dieci piani. Qui vivono stipati gli 80mila abitanti di Librino. Una città nella città.

“Non riesco a non pensare a come sarebbe potuta diventare la mia vita senza i Briganti”, racconta, superando una parte di campi verdi, quasi campagna, arrivando al campo di San Teodoro Liberato. “La immagino buia, senza luce”. I Briganti sono la squadra di rugby di Librino di cui fa parte Alessio da quando aveva 12 anni. Da attività sportiva per ragazzi, sono diventati una vera e propria istituzione, nonostante gli allenatori siano tutti volontari e non abbiano quasi mai beneficiato di fondi, attrezzature e servizi da parte delle istituzioni locali. Ancor di più, i Briganti sono temuti dalla mafia locale che non ha mancato di mostrare il suo disprezzo. Nel gennaio 2018 la palestra dove si allenavano è stata incendiata, in piena notte. L’anno scorso, ad aprile, il pulmino dei Briganti ha fatto la stessa fine. “Purtroppo la criminalità locale vede questo luogo negativamente: togliamo loro la manodopera per spaccio e furti”, dice Mirko Saraceno, 25 anni, compagno di squadra di Alessio e capitano. Ma loro non si sono mai scoraggiati. Anzi, con una campagna di crowdfunding internazionale, hanno rimesso in piedi un secondo spazio dell’ampia struttura, dove oggi c’è anche la “Librineria”, l’unica biblioteca del quartiere dove i ragazzi fanno doposcuola, dopo gli allenamenti. Per Alessio, i Briganti, accanto a cui si è poi creata la squadra femminile delle Brigantesse, “sono stati un’immensa opportunità. Guardandomi indietro vedo la differenza del pre e post Briganti”.

La prima volta

con gli amici tra un piazzale e l’altro, Alessio dieci anni fa si è imbattuto in questa struttura, una palestra e un campo con spalti per il pubblico, costruita per le Universiadi, una manifestazione sportiva come i giochi olimpici per studenti universitari, del 1994, anche questa mai completata. “Abbiamo visto la palla di rugby per la prima volta”, ricorda, e con le mani ne mima la forma, come se la tenesse in mano. “Ci hanno invitato a fare un allenamento di prova. Ero curioso, ma non sapevo che mi sarei subito innamorato”. Degli altri amici con cui giocava a calcio, nessuno ha coltivato questa nuova passione. “Sono quelli che oggi fanno il palo,” dice. Ma Alessio non li giudica, “cercano ancora il loro posto nel mondo”. Dopo aver passato parte dell’infanzia in Germania dove la famiglia era emigrata, del ritorno a Librino ricorda i campi agricoli, vecchi casolari in pietra che ancora si distinguono in lontananza, le palme nei viali, “come se fosse una meta turistica, ma non lo è”. Alessio ha nostalgia di quelle immagini, ma oggi il quartiere lo ama e lo odia: due dei suoi fratelli sono tornati in Germania per lavorare e lui è rimasto qua, senza lavoro. Come tanti giovani del quartiere. Progettato intorno alla metà degli anni Sessanta come città satellite dall’architetto giapponese Kenzo Tange, Librino doveva rispondere a un’idea di internazionalizzazione del capoluogo etneo: la chiamavano già la Milano del sud. Alla fine degli anni settanta alcune famiglie emigrate decisero di tornare proprio a Librino. Come Paolo Romania, che aveva dieci anni quando da Roma la famiglia si trasferì nella città d’origine. “Costruivano case, c’era un progetto che prevedeva piscine, un parco urbano con attrezzature sportive, un teatro e una sala congressi. Non abbiamo mai visto niente di tutto ciò”, racconta di fronte alla Porta della Bellezza, costruita all’ingresso del quartiere che non ha mai realizzato sé stesso. Al contrario, Librino è noto per la sua intensa attività mafiosa e criminale: sono frequenti blitz e sparatorie e in un recente processo sono stati chiesti dalla procura di Catania un totale di 247 anni di reclusione per 16 membri del clan Cappello. Nel migliore dei casi viene definito un quartiere dormitorio.

Paolo oggi lavora nelle scuole, dove fa progetti con i ragazzi come assistente dell’artista Antonio Presti. Delle sculture che decorano questa porta d’ingresso quasi trionfale “tutti dicevano che non sarebbe rimasto niente”, sorride Paolo, “che avrebbero stracciato le immagini degli abitanti del quartiere ritratti da diversi fotografi locali e internazionali. Invece sono intatti”. Alessio con la sua squadra dei Briganti è arrivato fino ai campionati regionali, la serie C, organizzati dal Comitato regionale Sicilia della Federazione italiana rugby (Fir), con partite in tutta l’isola. “Sono l’unico della mia famiglia ad avere finito gli studi. I Briganti non sono solo sport. Mi hanno incoraggiato, ho preso il diploma, alcuni di noi oggi sono iscritti all’università. Quello che sono oggi lo devo a loro per l’80 per cento”. Quando la loro sede è stata incendiata, Alessio ha provato una forte rabbia. “Se toccano la tua casa, cosa faresti?”. Si sono organizzati: hanno cominciato a fare i turni ogni notte, Briganti e Brigantesse, per fare in modo che se qualcuno si avvicina, trova delle persone a difendere la loro “casa”. All’origine del progetto c’è tra gli altri Piero Mancuso, che oggi si definisce il nonno dei Briganti, e che aveva iniziato trent’anni fa il servizio civile nell’associazione di quartiere dedicata a Iqbal Masih, il bambino operaio e attivista pakistano, simbolo della lotta contro il lavoro infantile. E poi ci è rimasto. Librino era diventato parte di lui e del suo fare politica: insieme ad alcuni amici hanno fondato un centro sociale e quasi per scherzo un giorno si sono chiesti: perché non iniziare a fare rugby? “Abbiamo fondato questo club di rugby nel 2005. L’idea era di superare il calcio come unico sport per ragazzi. Il rugby mette insieme valori e pedagogia”. Il club per qualche anno ha girato per i campi sportivi di Catania. “Quello di Librino era sporco e abbandonato. Cercavamo di coinvolgere i ragazzi e da là ci spostavamo con un pulmino. Molti di loro però si perdevano strada facendo, non venivano più”.

Il ritorno a Librino

È stato un evento tragico a riportare i Briganti a Librino. Uno dei ragazzi che aveva abbandonato il gruppo era morto in circostanze strane in un incidente stradale. Un furto, forse, un regolamento di conti. “Non si sono mai chiarite le dinamiche, magari è stato solo il caso. Ma da quel momento non abbiamo più lasciato Librino”. Così, il 25 aprile 2012, il campo da giochi e la struttura adibita a palestra, sono stati liberati. “Noi diciamo liberata non occupata”, dice Marta Mazzucchelli, una giocatrice delle Brigantesse. “Perché questo posto vuoto non era più di nessuno, ora è di tutti. È la nostra casa”. Marta è molto più giovane di Piero. Ha 24 anni ed è proprio a lei, a loro, che Piero e i suoi coetanei cofondatori, pur rimanendo sempre allenatori di rugby, hanno lasciato il posto. “Il presidente del club di rugby è Mirko, anche lui 24 anni, che coordina tutto insieme a Marta: abbiamo deciso già prima della pandemia che una buona pratica pedagogica fosse di dare loro responsabilità, lasciarli come protagonisti. Noi rimaniamo qua, ma dietro le quinte”.

Nel quartiere ci sono tanti bambini che non studiano. Con questo sport c’è la possibilità di un futuro migliore

Quello che non ha età e che non ha differenze tra i Briganti e le Brigantesse sono le regole del gioco. “Questo sport ti insegna il rispetto delle regole, a usare le energie in maniera positiva, consapevole dei limiti. Si perde con dignità, ma soprattutto non puoi che giocare in sintonia con i tuoi compagni”, racconta Piero. “Il rugby è un approccio pratico alla vita: per essere rispettato, devi imparare a rispettare”, aggiunge Mirko. “Non servono le performance individuali: devi guardare i tuoi compagni, non basta essere un bravo giocatore per vincere, devi lavorare con gli altri”. Piero e Mirko allenano i gruppi dei ragazzi più giovani nei pomeriggi: gli under 13, 15 e 17. La sera però dopo le 21 del martedì e giovedì per Mirko e Alessio arriva il momento più atteso: scendono in campo per giocare, le luci illuminano la corsa, i palazzoni sembrano lontani, il campo è il loro centro del mondo.

Come un filo teso che avanza sul campo, si muovono tutte insieme, in linea una accanto all’altra. Questa è la difesa nel rugby, quando l’obiettivo è riprendere la palla. Una coreografia perfetta. E a procedere così sono le Brigantesse. In attacco, il supporto delle compagne serve quando l’avversaria ti butta a terra: le altre devono essere pronte a prendere la palla e correre avanti, verso la meta. “Il rugby è un po’ come la vita: la grinta deve partire da te, ma il supporto viene dalle tue compagne”, afferma Gloria Mertoli, capitana delle Brigantesse, 22 anni. Quando è stata scelta come capitana all’inizio era spaventata. “Poi ho capito che già da prima le mie compagne di squadra mi sentivano la loro capitana. Era già il mio ruolo”.

Uno sport per femmine

Per le ragazze di Librino e per quelle del quartiere adiacente di San Giorgio, il rischio non è quello di fare il palo. A loro spetterebbe di restare a casa a fare le madri e le casalinghe. “Il rugby va oltre l’immaginazione degli stereotipi di genere”, dice Giusi Sipala, 34 anni, una Brigantessa fin dalla sua fondazione, nella stessa squadra di Gloria. “All’inizio eravamo poche. Ma con gli anni sono nate le squadre di tutte le età: io adesso gioco con le mie compagne, ma alleno anche le under 10, dove ci sono sia bambini sia bambine”. Giusi ricorda i suoi primi lividi. “Ero piena, alcuni pensavano si trattasse di un fidanzato violento. Il livido è visto come qualcosa di virile. Il fatto che non abbiamo unghie lunghe, in campo non siamo truccate, fa sì che non corrispondiamo a quello standard femminile. Noi più grandi ci facciamo una risata o discutiamo, ma per le adolescenti è una violenza ogni volta che vengono fatte sentire non adeguate a questo standard”.

Di certo, il rugby non viene visto come uno sport femminile. “Si crede sia violento”, aggiunge Giusi che però ci tiene a precisare che “non è un problema solo di questo quartiere”. “Qualche anno fa il presidente nazionale del Coni in un discorso pubblico in cui si congratulava con il nuovo coach eletto della società di rugby ha detto: ‘ho due figlie femmine, se avessi avuto due maschi li avrei fatti giocare a rugby’. Come se il nostro sport non potesse essere per donne! E se questo è il presidente, immaginate gli altri…”.

La capitana Gloria all’inizio ha trovato ostilità in famiglia. Poi è cambiato tutto quando l’hanno vista giocare. Anche il rapporto con il suo corpo è cambiato. “Da adolescente mi facevo problemi perché non ero snella. Ma grazie a questo sport, sento che l’impostazione fisica mi aiuta a mischiarmi nei diversi ruoli. Mi alleno sempre, non mi importa più il chilo di troppo, prima mi vergognavo col completino aderente, ora cammino a testa alta. Il rugby mi ha aiutata sotto tutti i punti di vista”. Più complicato quando si hanno 14 anni. Come Anna che frequenta il primo anno dell’istituto tecnico commerciale e fa rugby da solo un anno. Ma già sente l’influenza potente delle Brigantesse. “Quando entro in campo, mi sento piena di energia, scarico l’ansia che accumulo per interrogazioni e compiti in classe. Questo sport mi ha insegnato ad avere più fiducia, a non sentirmi debole”. Per Anna conta anche il lavoro di squadra dove non esiste la competizione ma l’obiettivo comune: nel rugby si chiama meta. “Non vorrei rinunciare mai a questo sport. Dopo gli allenamenti, vado al doposcuola per avere un sostegno per i compiti. Ci sono tanti bambini nel quartiere che non studiano. Con questo sport c’è una possibilità di avere un futuro migliore”. Le volontarie del doposcuola sono spesso le stesse Brigantesse, le più grandi, giocatrici e allenatrici. Non tutte le ragazze o i ragazzi però ce la fanno: una Brigantessa ha dovuto lasciare perché lavorava in un panificio e doveva alzarsi alle tre ogni mattina. Era troppo stanca per allenarsi. Per questo cercano di tenersi sempre uniti e sostenersi.

Come Alessio e Mirko, all’incendio della palestra di cui si ritiene responsabile la mafia locale, hanno risposto anche le Brigantesse: “Se qualcuno viene per compiere furti o atti criminali, sappia che noi giochiamo a rugby. Non abbiamo paura a difenderci. Talvolta lo penso anche per strada: se qualcuno mi ruba la borsa, provo a immaginare che la borsa sia la palla di rugby: posso placcare, ovvero bloccare e buttare a terra l’avversario, il ladro. Posso fermarlo”, dice Gloria. Alla fine degli allenamenti serali, Gloria viene raggiunta da Alessio per fare il turno di notte. Mentre Giusi, Marta e Mirko vanno via, salutando i compagni e le compagne. “Dietro il rugby c’è una visione”, conclude Giusi. “Lo sport è un diritto e i diritti sono di tutti. Per questo il rugby di Briganti e Brigantesse è gratuito. A Librino c’è uno spazio libero per tutti e tutte noi”.

Questo articolo è uscito sul numero 32 dell’Essenziale, a pagina 20.