Se siete a Teheran e state passeggiando sul lungo viale che costeggia la principale università (Khiyaban-e Enqelab, Viale della rivoluzione) vi troverete inevitabilmente a curiosare nell’inestricabile groviglio di decine e decine di librerie che lo affollano, da quelle al livello stradale, più ordinate ed eleganti, fino ai bugigattoli stracolmi di libri impilati e impolverati su per le scale degli edifici, tra i mezzanini e i piani superiori.

È uno dei mercati librari più ricchi e affascinanti del mondo. E se vi capita di scartabellare tra gli scaffali di letteratura straniera, oppure tra i libri per ragazzi, molto probabilmente v’imbatterete in almeno una copia di una versione persiana delle Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Forse più di una.

Al momento esistono in Iran ben quindici traduzioni integrali diverse di Pinocchio in lingua persiana (quella che molti oggi chiamano farsi). La prima, uscita nel 1955, è forse ancora la più potente e senz’altro la più venduta: era opera di Sadeq Chubak, uno dei più importanti scrittori iraniani del novecento.

Chubak, che aveva studiato all’American college di Teheran e aveva lavorato come interprete per molte istituzioni, si era innamorato di Pinocchio leggendolo nella versione inglese (statunitense) di Joseph Walker, illustrata da Richard Floethe, e l’aveva inizialmente tradotta a voce per i suoi figli, i quali – come scriveva nell’introduzione alla prima edizione – lo convinsero a condividere quel tesoro con tutti gli altri bambini iraniani.

Da allora la figura di Pinocchio è entrata nell’immaginario letterario (e non solo) persiano, ha contribuito alla riforma della letteratura infantile locale, ha ispirato accoppiamenti con apparati illustrativi di varia provenienza e ha originato una pregiata discendenza di nuove traduzioni (sostanzialmente) integrali, in gran parte da inglese e francese, ma in tempi recentissimi anche direttamente dall’italiano (nel 2016 e nel 2017).

Le avventure di Pinocchio, illustrazione di Lorenzo Mattotti (Bompiani 2019)

Il caso dell’Iran e della lingua persiana può sembrare curioso, ma invece è esemplare. Perché la stessa esperienza potrebbe capitarvi a Pechino come a Londra, a New Delhi come a Parigi, a Tokyo come a Berlino, al Cairo come a New York o a Buenos Aires. Perché stiamo parlando del testo più tradotto della letteratura italiana, e molto probabilmente il libro più tradotto della letteratura mondiale.

I numeri sono impressionanti: parlando solo di versioni integrali (talvolta riscritture, soprattutto nei primi decenni, ma comunque sostanzialmente equivalenti alla narrazione originaria) arriviamo a oltre cinquanta per la lingua inglese, oltre quaranta per tedesco e francese, oltre trenta per lo spagnolo e oltre venti per cinese e russo.

Un numero incerto di traduzioni

Per molte lingue il conto è ancora approssimativo, perché la produzione di nuove versioni di Pinocchio è un fenomeno che sfugge ai percorsi standard di catalogazione della circolazione libraria. Anzitutto per le dimensioni, per il fatto che da tempo non esistono più i diritti d’autore (scaduti nel 1940), ma anche perché i canali di produzione possono essere molto vari.

Si va da case editrici affermate che offrono il frutto del lavoro di traduttori professionali, o perfino ponderose riletture accademiche, fornite d’introduzioni e apparati critici, fino a edizioni che affiorano ai margini delle rotte più frequentate per iniziativa d’istituzioni più o meno visibili.

È accaduto molte volte nell’ambito delle attività missionarie, motivate dal valore formativo dell’opera, o di piccole ed effimere case editrici che si servono di lavori talvolta anche frettolosi, magari affiancati a qualche illustrazione accattivante, per lucrare sull’affare sicuro di uno dei maggiori steady seller della storia del libro moderno.

Per Collodi doveva finire così, ma le proteste dei lettori lo spinsero a trasformare quel finale gotico

In queste condizioni il numero delle traduzioni di Pinocchio in ogni lingua (non sempre direttamente dall’italiano, spesso da lingue intermediarie) aumenta ogni anno ed è di fatto quasi incontrollabile.

È noto l’aneddoto secondo il quale Carlo Collodi avrebbe inviato le prime pagine di Pinocchio all’amico Guido Biagi, direttore del settimanale Giornale per i bambini, accompagnandole con un biglietto che diceva: “Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene per farmi venir la voglia di seguitarla”.

Quella bambinata fu pubblicata a puntate nell’arco di due anni, tra il 1881 e il 1883, con una lunga pausa dopo che Pinocchio era stato impiccato al ramo di una grande quercia (fine del quindicesimo capitolo). Per Collodi doveva finire così, ma le proteste dei piccoli lettori lo spinsero a riprendere in mano e trasformare quel finale gotico in una prima rinascita, per mano della Fata dai capelli turchini, nuovo inizio di un’altra corsa a perdifiato tra speranze e angosce, tra cadute e riscatti che portano al celebre finale della sua metamorfosi in un “ragazzino perbene”.

La versione sovietica

Così, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino fu stampato in volume presso Felice Paggi, incontrando subito un successo enorme: cinque edizioni con Collodi ancora in vita, di cui l’ultima con il nuovo editore Bemporad (1890), e poi una miriade di riedizioni nei decenni a seguire.

Alla popolarità italiana si è accompagnato molto presto anche il successo internazionale, malgrado le difficoltà di rendere adeguatamente il registro guizzante e musicale della lingua toscana di Collodi: la prima traduzione in lingua straniera fu quella inglese di Mary Alice Murray, uscita a Londra nel 1892, poi riedita e riutilizzata moltissime volte, anche per edizioni statunitensi e di altri paesi anglofoni.

Nel periodo precedente la prima guerra mondiale Pinocchio trasloca in quasi tutti i paesi europei (e negli Stati Uniti), favorito dalla contiguità culturale: Francia 1902, Svezia 1904, Spagna 1912, Germania 1913.

Nello stesso periodo Pinocchio compare anche in russo, per opera di Kamill Danini, ossia Camillo Dagnini. Figlio di un tenore mantovano, era nato a Odessa per poi trasferirsi ventenne a San Pietroburgo, lavorando per istituzioni che si occupavano degli immigrati italiani.

A sinistra l’edizione malgascia del 1973 delle Avventure di Pinocchio, a destra l’edizione in tedesco del 1968.

La sua bella versione, che uscì postuma in rivista nel 1906 e in volume nel 1908, aprì un filone di molte gemme, tra cui, in epoca sovietica, la celebre riscrittura socialista di Aleksej Tolstoj, La chiavina d’oro, ovvero le avventure di Burattino (1935), in cui la risoluzione finale delle avventure consiste nella fondazione di una cooperativa tea­trale che si libera del padrone sfruttatore, Karabas Barabas-Mangiafoco.

Del resto anche le innumerevoli possibilità di lettura sono alla base del successo di questa storia, assorbita nei diversi paesi e nelle diverse lingue via via come novella per ragazzi, come racconto di formazione, come canto picaresco o come romanzo sociale.

Se tra le due guerre Pinocchio prosegue la sua diffusione in aree linguistiche sempre meno ovvie (giapponese 1925, lituano 1926, cinese 1927, ebraico 1931), l’esplosione avviene dopo il 1940. Da una parte scadono i diritti di Bemporad, l’editore originale, e dall’altra viene distribuito il celebre film a cartoni animati di Walt Disney, il quale – per quanto ne rappresenti una versione edulcorata – ha avuto una portata mondiale che ha contribuito alla diffusione di Pinocchio per decenni.

La sua storia arriva in zone che ne erano state solo sfiorate, in vari paesi dell’Europa orientale, in Sudamerica, in Africa e in Asia: ceco 1940, slovacco 1948, arabo (in Egitto) 1949, persiano 1955, afrikaans, albanese e armeno 1956, singalese e swahili 1957, panjabi e romeno 1962, hindi 1972, indonesiano 1977. E intanto, naturalmente, sempre nuove versioni in tutte le altre lingue.

È un fatto che, malgrado il radicamento nella geografia toscana e nella tradizione della Commedia dell’arte, la natura profondamente esistenziale di quest’opera, inserita in una cornice spazio temporale fluida e universale, affollata di personaggi archetipici, ha stimolato fenomeni di appropriazione del testo che l’hanno reso così familiare al pubblico d’arrivo da farne spesso dimenticare l’origine italiana.

In molte parti del mondo la figura del burattino è assente, o presente con ruoli culturali diversi

Sono fenomeni ben visibili nella complessa onomastica dei personaggi: il Grillo può assumere un nome da dotto pandit in una versione bengalese; oppure nelle allusioni gastronomiche: il soprannome di Geppetto, Polendina, può diventare la ‘asida, una specie di porridge, nella prima versione araba.

Nel Giappone degli anni settanta Pinocchio fu al centro del primo dibattito sul linguaggio corretto in relazione alle disabilità e il passaggio finale nel quale si spiega che il Gatto e la Volpe, dopo essere stati finti disabili per tutta la narrazione, lo diventano davvero come conseguenza delle loro malefatte, fu espunto.

In generale, le introduzioni o note d’accompagnamento di traduttori o editori calano la storia vibrante che hanno tra le mani nelle loro città, nelle loro aspettative sull’educazione, sulla lingua e sulla società. Anche la scelta dell’equivalente di “burattino” ha le sue criticità. Fa riferimento a una categoria assente o presente con forme e ruoli culturali molto diversi da una parte all’altra del mondo.

C’è incertezza tra il puppet e la marionette in inglese o tra il muñeco e il títere in spagnolo. Il burattino può essere assimilato al kasperl in certe versioni tedesche o sballottato tra il pahlavan-e kachal (paladin pelato, la maschera principale del teatro delle marionette dell’Iran) e l’adamak-e chubi (ometto di legno), o affiancato in arabo all’arajuz (dal turco Karagöz, personaggio eponimo del teatro delle ombre).

Racconto per immagini

Tuttavia, la sfida di creare una nuova versione di Pinocchio non ha sollecitato solo miriadi di traduttori di ogni lingua del mondo, ma anche centinaia d’illustratori stranieri che si sono affiancati alla lunga schiera degli illustratori italiani nel desiderio di dare la loro visione del capolavoro di Collodi.

Talvolta infatti il successo di una traduzione e quello di un apparato illustrativo si sono incrociati, offrendo nuovi prodotti editoriali che riutilizzavano l’una o l’altro attraversando confini geografici e temporali.

Su questo versante hanno continuato a eccellere i grandi illustratori italiani, tanto i primi classici – Enrico Mazzanti, Carlo Chiostri, Attilio Mussino – quanto i nuovi maestri come Roberto Innocenti o Lorenzo Mattotti: tutti artisti che hanno saputo radicare la propria rappresentazione nel territorio italiano, facendo però risaltare l’universalità del libro.

Anche tra gli stranieri sono moltissimi i grandi artisti per i quali la messa in scena delle Avventure di Pinocchio ha rappresentato una prova di maturità e una consacrazione. Il catalogo completo delle illustrazioni di Pinocchio, purtroppo non sempre riconoscibili nelle copertine dei volumi, rappresenterebbe un ventaglio formidabile dell’arte grafica mondiale degli ultimi centoquarant’anni.

A sinistra l’edizione singalese del 1957 delle Avventure di Pinocchio, a destra la traduzione in neogreco del 2017.

Il primo fu Charles Copeland, per la versione statunitense di Walter S. Cramp (1901-1904), con un Pinocchio dall’aria svagata in un nitido bianco e nero, mentre a colori erano le sofisticate immagini dell’illustratrice olandese Rie Cramer per una versione del 1927, poi riutilizzate.

La versione malgascia, una corposa ed elegante riscrittura, frutto del lavoro di traduzione di Elisabeth Ravaoarivelo, pubblicata nel 1973, è avvolta dal fitto tessuto delle illustrazioni di Noël Razafintsalama, con un Pinocchio dalla pelle scura, circondato da personaggi e paesaggi della cultura locale, inclusa una volitiva Fata dai capelli corvini.

Il nome della città di pubblicazione, Fianarantsoa, in malgascio significa “là dove si apprende il bene” e il titolo del libro, invece, è Isariolona, che letteralmente significa “effigie dell’uomo”. Si tratta ovviamente di un tentativo di rendere il termine burattino in un contesto che non possiede degli equivalenti (anche se non è specificato quale sia la lingua della fonte, probabilmente per tramite del francese pantin o marionette, lingua che è eredità coloniale del paese).

Ma in fondo questo titolo riassume bene, in una formula favolistica, il senso dello strepitoso viaggio internazionale di Pinocchio: un’immagine profonda e acuta, variegata e universale, dell’essere umano a ogni latitudine.

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