La polarizzazione del dibattito pubblico non è, almeno in Italia, una novità. Anche chi, per ragioni biografiche, è scampato alle manipolazioni e alle reciproche demonizzazioni della guerra fredda, nel ventennio berlusconiano ha ricevuto buone lezioni, per così dire.

Ma la sequenza pandemia-guerra ha comportato uno scarto violento e apparentemente irrimediabile. Frutto certamente della drammaticità delle scelte, che sembrano lasciare poco spazio a sfumature, vie di mezzo, mediazioni: o ci si vaccina o non ci si vaccina; o si inviano armi agli ucraini o no.

Soprattutto pare vietato cambiare idea: ci si arruola il primo giorno e si resta lì, a presidiare la propria trincea qualunque cosa accada. E pesa moltissimo anche il logoramento dei luoghi e delle forme della discussione, che decenni di trasformazioni materiali, economiche, giornalistiche e politiche hanno progressivamente consumato, fino a farle ritrarre in due spazi, i talk show televisivi e i social network, che sembrano esercitare un’egemonia quasi totalizzante. So bene che non è così: conosco e frequento dimensioni diverse (per esempio la carta, che state leggendo) ma la potenza di penetrazione e, soprattutto, di mutazione del linguaggio pare imparagonabile. La riduzione dei formati enfatizza la riduzione delle opinioni. La prima vittima (ma non la più grave) sono le parole. Se in Russia non si può dire guerra, qui ha poco senso dire pace: cosa significa infatti? Resa, resistenza, trattativa, vittoria?

Evitare i pregiudizi

Ogni tentativo di discussione (e la guerra in Ucraina lo pretende non solo per il suo esito ma per l’esito della nostra democrazia) dovrebbe cominciare a sgombrare il campo da due pregiudizi. Il primo è la protesta per la demonizzazione delle (proprie) opinioni. La nostra è l’epoca dell’insulto lanciato con facilità e insieme della più pervasiva, ipersensibile suscettibilità. Ma superare questa dialettica che inibisce la libertà delle opinioni è possibile senza troppa difficoltà. Occorre un po’ di solidità e, al limite, di personale distacco (per esempio non posso spaventarmi o aggredirti se mi chiami guerrafondaio solo perché vorrei impedire che i russi arrivino a Kiev).

E poi bisogna chiedersi se abbia senso parlare di liste di proscrizione per le opinioni non conformi alle scelte di governo (di questo si tratta, non potendo davvero misurarsi, nell’opinione pubblica italiana, maggioranze e minoranze coerenti). Se non la varietà, almeno le polarità delle posizioni trovano largo spazio ovunque: dalla stampa (dove accanto a giornali tradizionalmente filoccidentali non mancano certo i filorussi) alla tv dove, come ai tempi dei no vax, sembra anzi incontrare maggiore fortuna chi dubita di tutto, dalle origini dell’aggressione militare alle foto di Bucha.

E gli esperti di geopolitica secondo cui mai la Russia avrebbe compiuto la follia di invadere l’Ucraina hanno poi scelto il silenzio? No, magari sono passati dal sostenere l’inutilità dell’invio di armi data la soverchiante superiorità russa alla pericolosità dell’invio di armi per non umiliare Putin. In poche settimane e sotto gli occhi di tutti.

Se in Russia non si può dire guerra, qui ha poco senso dire pace: che significa? Resa, resistenza, trattativa, vittoria?

Pluralismo, tolleranza, riconoscimento delle altrui opinioni, rispetto (anzi valorizzazione) delle minoranze non sono mai sufficienti, ed è bene vigilare e dare l’allarme, come il canarino nella miniera ogni volta che manca l’aria. Ma non è scontato stabilire chi è minoranza nel paese europeo in cui (a eccezione della Grecia) l’opinione pubblica ha tradizionalmente manifestato maggiore simpatia per Putin e in cui due partiti all’epoca violentemente antieuropeisti e più o meno gratuitamente filorussi hanno stravinto le ultime elezioni politiche. Rivendicare dunque questa condizione come un tratto di nobiltà è davvero bizzarro.

Bisognerebbe in secondo luogo sgombrare il campo dal riferimento alle guerre passate come un necessario screening del pacifismo proprio e altrui. Anche perché in genere è un elenco semplicemente generazionale, ricalcato sulla biografia dei principali opinionisti. Benché evasivo anche da questo punto di vista, a dire il vero: per esempio, trascura quella autentica “guerra per procura” (oltre che “di popolo”) che si è combattuta in Vietnam e che (nonostante questa sua evidente caratteristica e l’esito non proprio democratico a suo tempo già largamente profetizzato) non impedì certo alla parte più generosa dei cittadini del mondo di schierarsi giustamente e senza esitazioni. Come è accaduto per tutta l’epoca della cosiddetta guerra al terrorismo. Comunque, per quello che conta, mi sono schierato nel campo pacifista in ognuno dei conflitti di solito citati, compreso quello nella ex Jugoslavia (anch’esso a volte curiosamente rimosso). Ma nell’ultimo caso ho a posteriori dovuto ammettere che il mio stolto pacifismo integrale aveva – per dirla in due parole – contribuito a prolungare l’assedio di Sarajevo. A volte succede che buoni princìpi abbiano cattivissimi effetti.

Tenace neutralismo

Ma ecco, a parte qualche personale e fondamentale lezione, bisognerebbe uscire da queste logiche. Siamo in tempi nuovi e quella in Ucraina è una guerra dei tempi nuovi. Categorie e convinzioni passate rischiano di oscurare la comprensione e di occupare anche quel ridotto spazio di pensiero e di azione che una guerra concede. Bisogna avere il coraggio personale e politico di lasciarsi interrogare dalla realtà e di evitare risposte utili solo a salvaguardare l’orgoglio delle proprie ragioni. Cosa accade al mio tenace neutralismo se, anche solo a sfiorare una cartina geografica, risalta che dei cinque paesi non Nato con cui confina in Europa, la Russia negli ultimi anni ne ha invasi due (Georgia e Ucraina) e asservito un terzo (la Bielorussia)?

E il tormento, le prudenze, i limiti con cui si è proceduto all’invio di armi per sostenere gli ucraini contro l’invasione russa, come si confrontano con l’imprevisto protrarsi del conflitto? Lasciamo stare quella parte del mondo politico che evidentemente aveva acconsentito pensando servissero a poco (si erano fidati degli esperti di geopolitica) e ora si ritrae perché c’è il rischio che la Russia qualcosa perda davvero. Parliamo di chi ha a cuore la libertà e l’autodeterminazione dei popoli (valori sempre relativi ma raramente chiari come in questo caso). Davvero di fronte alle ripetute immagini di Bucha la prima reazione può essere farsi domande su ciò che resta invisibile? Perché appare disattivata quella spinta alla solidarietà istintiva che, in mezzo a molti equivoci, ha comunque animato negli ultimi decenni l’opinione pubblica democratica? Per paura della bomba? Non posso crederci: con coraggio e qualche successo si è combattuto un po’ ovunque nel mondo l’imperialismo della prima potenza nucleare e mai ho sentito evocare la sua forza atomica come una motivazione dell’inevitabilità della resa.

È per realismo politico che si deve fermare l’invasore prima che la sua vittoria ne incoraggi altri. Poniamoci in ascolto delle domande di fondo che un’esperienza così apocalittica ci pone. Ogni resistenza contiene elementi spuri, sentimenti – come il patriottismo – che possono facilmente degenerare. Ha detto però la grande scrittrice ucraina Katja Petrowskaja: “Il linguaggio della resistenza non ha niente a che fare con la retorica della morte in gloria della patria. È un idioma che invece parla della vita. È un sentirsi parte di un corpo solo, però quel corpo è composto da tutti gli individui, nessuna voce scompare. La resistenza è lavoro e fatica. Ed è responsabilità: fare tutto il possibile per aiutare gli altri”. Può questo sentimento nobile della collettività affrontare una guerra che si protrae troppo e corrompe tutto? È lecito dubitare ma non è moralmente giusto giudicare al riparo della nostra comfort zone fisica e ideologica.

Destini futuri

Perché di questo in fondo si tratta: ci si può limitare a sfoggiare i propri princìpi se questo significa accettare la violazione dei più fondamentali diritti altrui? La mia risposta è no: devo essere pronto a sacrificare i miei princìpi se questo difende le vite presenti e i destini futuri – come accadrà se Putin non uscirà trionfalmente da questa guerra.

È un nodo che dal cuore della battaglia ha colto bene la femminista ucraina Oksana Dutchak, in un’intervista sofferta e critica verso una parte della sinistra occidentale cui rimprovera “la tendenza a restare fedeli alle proprie convinzioni teoriche senza metterle in discussione (…) ci si attiene ai dogmi e all’ortodossia, invece di adottare una prospettiva realmente materialistica che parte dall’osservazione di quello che c’è attorno a noi (…) Si utilizzano vecchie formule già pronte per posizionarsi in un mondo che è invece in costante mutamento ed è radicalmente cambiato rispetto al passato. Manca talvolta l’energia e la volontà di adattare le proprie convinzioni alla realtà che si ha di fronte. Alcuni vedono anzi l’imperialismo russo come una sorta di bilanciamento di quello statunitense che, in quanto tale, va supportato. Ma ovviamente dalla mia prospettiva tutto ciò non ha alcun senso. (…) È molto difficile convincere alcune persone a mettere in discussione la convinzione che il principale problema o nemico da combattere sia qualcosa che non ha a che fare con il proprio paese (è un pensiero che la sinistra occidentale mette in campo riguardo alla Nato, per esempio). A mio modo di vedere, è una forma di ‘egoismo ideologico’… inizia a diventare problematica nel momento in cui si trasforma in un ostacolo a provare compassione per le vittime ed esprimere loro solidarietà”.

Tutta l’intervista, molto lunga, andrebbe letta (è sul sito di DinamoPress) ma possono bastare questi pochi frammenti a identificare il vizio da cui fuggire rapidamente di fronte al mondo nuovo e terribile che si sta aprendo: l’egoismo ideologico, la protezione delle proprie certezze (delle proprie storie, delle proprie paure) di fronte ai nuovi conflitti. Dobbiamo guarirne in fretta, per il futuro della pace e del pianeta è fondamentale sperare che i più giovani ne siano immuni.

Questo è il secondo di una serie di interventi sulla guerra in Ucraina cominciati con un articolo di Ida Dominijanni. Il prossimo intervento: Mario Ricciardi.