Un’operaia controlla pezze di tessuto. (Foto di Emanuele Camerini per L’Essenziale)

A Prato riciclare la lana è un’attività più che secolare. È un lavoro che richiede diversi passaggi, spesso semi artigianali, ciascuno compiuto da un’azienda diversa. Inizia tutto dalla cernita degli “stracci”, perché gli scarti di tessuto o di maglia vanno selezionati con cura prima di poterli trasformare.

Per capire come funziona entriamo in un capannone della zona industriale di Montemurlo, vicino a Prato. Siamo in una ditta che ricicla lane di alta qualità, la Nuova Fratelli Boretti srl.

Le balle ammonticchiate su un lato del capannone contengono scarti di tessuto e di maglia che arrivano da un’altra ditta, specializzata nella prima selezione; solo pura lana o cachemire, separati per colore. Qui passano un nuovo vaglio, spiega Daniela Boretti, la proprietaria dello stabilimento. Le balle vengono riaperte, ne escono montagne di pezze di tessuto o di maglia da esaminare una per una: “Servono quattro o cinque passaggi manuali per ottenere del buon materiale”. Quasi tutto ciò che è fatto di una fibra tessile può avere una seconda vita: può essere cioè riusato oppure riciclato per diventare una nuova fibra, una “materia prima seconda”. Abiti smessi, vecchie lenzuola, coperte, maglie, tappezzerie.

Oggi però gran parte dei rifiuti tessili prodotti in Italia finisce in discariche o inceneritori. L’ultimo rapporto sui rifiuti urbani pubblicato dall’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) non lascia dubbi: nel 2020 in Italia sono state raccolte circa 143mila tonnellate di scarti tessili che sono stati in buona parte riusati o riciclati, ma molte di più, almeno 663mila tonnellate, sono andate nella spazzatura indifferenziata (senza contare che una parte significativa di rifiuti tessili, sebbene difficile da quantificare, scompare in filiere di smaltimento illegali).

Dunque, solo una piccola parte dei rifiuti tessili prodotti ogni anno viene riusata o riciclata. Perché? E poi, cosa significa “riciclare”, quando si tratta di fibre tessili?
Qualche indicazione può venire dalla zona industriale di Prato, alle porte di Firenze: ovvero il distretto tessile più grande d’Europa, dove circa 2.500 aziende grandi e piccole producono filati e tessuti e altre quattromila confezionano abiti e maglieria. E molte di queste imprese sono specializzate proprio nel trasformare scarti di tessuto in nuova fibra.

Un lavoro artigianale

Davanti a un bancone una donna controlla pezze di tessuto beige, da cui strappa orli e ribattute per eliminare il filo delle cuciture. Nei ritagli di maglieria bisogna togliere colli e polsini. “È un lavoro da fare a mano, non c’è altro modo”, spiega Daniela Boretti. Tolte le impurità, gli scarti di lana vengono pressati in nuove balle. “Quando abbiamo la giusta quantità di materiale, organizzato per colore e qualità, lo mandiamo alla lavorazione esterna”, dice Boretti. Per il passaggio successivo ci si sposta in un altro capannone, una piccola azienda artigiana sempre nella zona industriale di Prato. Qui avviene la vera e propria trasformazione, con un processo meccanico collaudato da generazioni. “Noi lavoriamo per conto terzi”, spiega Alessandro Aiazzi, proprietario della Carpi srl. Gli scarti della lana che arrivano dal committente vanno dapprima in una taglierina. “Quando sono ben sminuzzati li mettiamo nel cilindro del lavaggio”, continua, indicando una vasca che forma un circuito. È chiamato il “lavaggione”: spinta dal getto d’acqua, un giro dopo l’altro, la lana si sfibra.

Nel lavaggio non si usano additivi chimici, solo acqua. Può durare mezz’ora o poco più; quando la fibra è sfilacciata va in una centrifuga, quindi viene cardata e infine asciugata. Dall’asciugatrice usciranno ciocche di lana morbida che sembra appena tosata. “È l’inizio di un nuovo ciclo”, osserva Aiazzi, “Ora si può filare e tutto ricomincia”.

La sua azienda è stata fondata dal padre nel 1978, spiega. Aiazzi ci lavora con la sorella e quattro dipendenti. Come la sua, numerose aziende artigiane pratesi sono specializzate in questo processo meccanico. Ed è proprio il “lavaggione” che ha fatto la fortuna di questo distretto. La “lana meccanica” è una tradizione di Prato, dove cenciaioli e stracciatori sono figure consolidate, insieme a filatori e tessitori. La svolta però è avvenuta alla fine della seconda guerra mondiale, quando la materia prima, cioè la lana vergine, scarseggiava. “Dopo la guerra le imprese tessili di Prato ricominciavano a ricevere ordinazioni, ma la lana mancava”, ricorda Daniela Boretti: “Ben prima che si parlasse di economia circolare, qui riciclare è stata una necessità”.

“A quel tempo gli stracci arrivavano in grandi contenitori dall’America. Anche da altrove, ma quelli americani erano i migliori”, continua l’imprenditrice. Per “stracci” si intendeva tutto: indumenti usati, pezze di stoffa. Le aziende pratesi compravano a peso, poi sceglievano. Spesso gli abiti scartati oltreoceano erano ancora buoni e andavano nel mercato di seconda mano, anche la lana da riciclare era di buona qualità.

La tecnica del “lavaggione” è nata allora. Prima, stracciare e cardare si faceva a secco; con l’acqua il processo è diventato più rapido e il risultato migliore. “Gli artigiani di Prato usavano costruire e aggiustare da sé le macchine per filare e tessere”, osserva Simona Baldanzi, scrittrice che ha studiato e raccontato questa industria (il suo romanzo d’esordio, Figlia di una vestaglia blu, è ambientato tra gli operai tessili della Rifle). “Erano per lo più piccole imprese che cercavano di innovare il loro lavoro, c’era molta inventiva. Nel distretto quindi c’erano anche aziende di meccanica specializzate nel tessile”.

La stracciatura ad acqua ha reso Prato un centro europeo del riciclo della lana. “La nostra azienda è stata fondata da mio padre e dai miei zii negli anni sessanta”, ricorda Daniela Boretti. “Mio padre diceva: abbiamo fatto la lana senza pecore”.

Cachemire innovativo

conda classe, oggi invece usare una “materia prima seconda” sta diventando comune. “L’idea è che dalla natura si estrae una volta; poi si riusa dieci, venti volte in una filiera circolare”, dice Boretti. La qualità di un prodotto di lana riciclata può variare: da ottanta per cento lana vergine e venti per cento rigenerato, fino alla percentuale opposta. Si può riciclare lana comune oppure lane pregiate, cammello e cachemire. Anche il lavoro dei cenciaioli è cambiato: “Oggi sono addestrati a separare le diverse fibre, analizzare la composizione della lana rigenerata, controllare la sicurezza chimica”. Distinguere quali coloranti e additivi erano stati usati nel tessuto da riciclare; a volte sono sostanze tossiche oggi non più ammesse.

Al centro del capannone due addetti stanno raccogliendo lo scarto che non ha passato il vaglio. Mostrano pezzi di stoffa elasticizzata con elastan, non riciclabile: “Va declassato”, spiega Boretti; magari servirà per fare imbottiture per i sedili delle automobili, pannelli fonoassorbenti per l’edilizia, o altri usi industriali.

La “nuova” lana uscita dal “lavaggione” invece sarà venduta ad altre aziende, che si occupano degli ultimi passaggi di questo ciclo. In questo caso sono un lanificio (Stelloni), che trasforma la fibra riciclata in filato per tessuti di alta moda, e un maglificio (Felpucci), che la trasforma in filato per maglieria di qualità. “I nostri filati diventano maglioni e cappotti di ­cachemire di alcune note firme del lusso”, dice Boretti con un certo orgoglio. In una saletta all’ingresso dell’azienda espone campioni di tessuto di grande eleganza. C’è chi lo chiama “cachemire innovativo”, suona chic. Insieme alla ditta che compie la prima scelta (Green ­Line), queste aziende si sono consorziate con il nome ReVerso. Non è un caso raro. In un processo produttivo così frammentato, dove ogni azienda lavora con e per conto di altre ditte, associarsi è indispensabile. L’Associazione del tessile riciclato italiana (Astri), a cui aderiscono 160 aziende, stima che in tutta Italia oltre settemila imprese, spesso molto piccole, lavorino nei vari punti di questa filiera.

Riciclare è ancora un lusso: un chilo di poliestere nuovo costa 2 euro, un chilo rigenerato ne costa 7 o 8

La procedura meccanica usata per la lana, con qualche variante, può servire per altre fibre: cotone, seta, viscosa. “Di recente abbiamo visto aziende riciclare denim, il tessuto dei jeans, per farne filati di cotone”, osserva Saida Petrelli, responsabile della comunicazione di Confindustria della Toscana Nord. Anche qualche fibra sintetica può essere rigenerata. Ciascuna fibra però va trattata in modo separato.
Torniamo al punto: se quasi tutto si può riciclare, perché così tanti scarti tessili diventano semplice spazzatura non differenziata?

L’ostacolo dei costi

Uno dei problemi è quel “quasi”. Riciclare fibre miste, ad esempio, è molto difficile, anche se dei tentativi ci sono. Ad esempio, la Pointex, azienda medio-grande di Prato che produce tessuti per l’arredamento, ha provato a riciclare insieme diversi scarti misti, cioè cotone (o viscosa) mescolato a poliestere e nylon. Ne ha tratto un nuovo tessuto per materassi o per l’arredo. “Per ora però è una nicchia”, dice Isacco Ranaldo, il titolare. Il problema non è tecnico, spiega: “Il punto è che un chilo di poliestere nuovo costa circa due euro, mentre un chilo rigenerato ne costa sette o otto: così il nostro tessuto riciclato è un lusso”. A questo concorrono costi logistici, di lavorazione, e non solo: “Arrivano filati vergini, sia naturali sia sintetici, da paesi dove il costo di produzione è molto basso”. Ranaldo spera di rendere meno costoso riciclare, per far sì che da prodotti di lusso diventino prodotti di massa. “La lana è l’unico caso in cui la fibra rigenerata costa meno di quella vergine, quindi c’è una convenienza immediata a riciclare. Per tutte le altre fibre è l’opposto, il costo del materiale riciclato è più alto”, spiega Petrelli. Questo significa che riciclare è una scelta che avrà le sue ripercussioni nel futuro. Se fosse solo per il ritorno economico immediato, il prodotto nuovo converrebbe: almeno finché non si aggiungerà ai costi anche quello dei rifiuti da smaltire, dell’energia consumata, dell’impatto ambientale in senso più ampio.

Non solo. Il distretto di Prato si vanta di essere pressoché autosufficiente, per quanto riguarda i suoi scarti tessili: ma questo riguarda gli scarti raccolti alla produzione, ritagli di confezioni e maglierie, scarti di fabbrica, detti “pre-consumo”. Poi c’è il “post consumo”, gli indumenti usati depositati nei cassonetti gialli o raccolti da enti di beneficenza (dall’inizio di quest’anno la raccolta differenziata degli scarti tessili è divenuta obbligatoria, come si spiega in questa pagina).

Cassonetti gialli

Anche per i rifiuti tessili urbani il primo passaggio è la cernita. Il contenuto dei cassonetti gialli arriva alle aziende che acquistano a peso e poi selezionano: anche qui è un lavoro che va fatto a mano. La proporzione è circa due terzi contro un terzo: quasi il 70 per cento del materiale raccolto sono indumenti, scarpe e accessori di abbigliamento riutilizzabili nel circuito di seconda mano. Solo il 29 per cento sarà invece riciclato, mentre il tre per cento andrà allo smaltimento, cioè in discarica, secondo dati di Unicircular, l’Unione delle imprese di economia circolare. Gli indumenti da riusare sono selezionati tra capi di prima, seconda o terza scelta; poi vanno disinfettati, infine messi sul mercato.

“Quando si parla di raccolta differenziata si pensa subito al riciclo, ma nella filiera del tessile domestico il valore si genera nel riuso”, spiega Andrea Fluttero, presidente dell’Unione delle imprese di raccolta, riuso e riciclo abbigliamento usato (Unirau): “Questo richiede addetti specializzati, che sappiano estrarre dalla massa il maggior numero di prodotti omogenei”. La “crema”, come la chiama Fluttero, sarà smerciata in Italia, nei mercatini o negozi di seconda mano; il resto è rivenduto in altri paesi. La terza scelta di solito approda in paesi africani, dove però sono scaricati spesso anche materiali che di riusabile hanno ben poco.

Anche oggi, come nel dopoguerra, chi fa la prima selezione sa che gli “stracci” migliori vengono dalle città più benestanti. Invece, tutti gli addetti del settore considerano una disgrazia la fast fashion, moda veloce, gli abiti fatti per costare poco e durare ancora meno. Ormai “almeno il 50 per cento di ciò che si raccoglie non è rivendibile come usato”, osserva Fluttero: “Gran parte dell’abbigliamento sul mercato è di bassissima qualità”. Roba non riusabile e molto difficile perfino da riciclare: abiti in cui prevale la fibra sintetica, perlopiù mista; con tessuti elasticizzati, fodere termosaldate, parti di finta pelle, cuciture sintetiche. “Roba buona solo per la discarica”, storce il naso Daniela Boretti. “Roba che concorre ad aumentare il rilascio di plastiche nell’ambiente”, aggiunge Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna di Greenpeace contro l’inquinamento. Non resta che trovare una soluzione a monte. “Bisogna ripensare gli abiti in una prospettiva di circolarità”, dice ancora Ungherese.

Sempre più spesso si parla di “eco-design”: termine entrato ormai nelle direttive europee, nei rapporti delle associazioni industriali, nei discorsi che sentiamo nella zona industriale di Prato. Significa disegnare e produrre gli abiti in modo da allungarne la vita e permetterne il riuso; con tessuti riciclabili, fibre separabili, e ridotto consumo energetico. Il contrario della “moda veloce”.

Intanto però bisogna raccogliere quello che c’è. Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha stanziato 150 milioni di euro per creare degli hub di selezione e riciclo del tessile, e il primo potrebbe sorgere proprio a Prato, dove la regione Toscana sta progettando un impianto che potrà selezionare e lavorare 34mila tonnellate annue di scarti tessili. La storia degli “stracci” continua.

Con la collaborazione di Chiara Di Giorgio.

Da sapere
La raccolta differenziata delle fibre tessili

Dall’inizio di quest’anno in Italia è obbligatoria la raccolta differenziata degli abiti smessi, vecchie lenzuola, coperte, tappezzeria, ovvero tutto ciò che è fatto di una fibra tessile. Non che sia una novità assoluta: i cassonetti gialli per la raccolta di indumenti e altri scarti di tessuto sono già presenti nel 70 per cento dei comuni italiani, a cui si aggiungono le raccolte organizzate da enti di beneficenza.

Ora però diventano un obbligo, per effetto del decreto 116 del 2020, con cui l’Italia ha recepito una serie di direttive sull’economia circolare, adottate dall’Unione europea nel 2018. Secondo le direttive europee, differenziare i rifiuti tessili sarà obbligatorio entro il 2025. L’Italia è in anticipo, anche se ci vorrà del tempo prima che tutti i comuni si adeguino.

La raccolta differenziata dovrebbe permettere di diminuire la massa di scarti tessili che diventa rifiuto indifferenziato, e aumentare quella che invece entra nelle filiere del riuso o del riciclo. Secondo l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale (Ispra) quasi il 6 per cento della massa di rifiuti smaltiti in discarica o negli inceneritori ogni anno è fibra tessile. Raccogliere in modo differenziato però implica la capacità di selezionare, trattare, riusare, riciclare o smaltire in modo appropriato ciò che verrà raccolto.

Dai cassonetti gialli, che sono sotto la responsabilità dei comuni, gli scarti raccolti andranno prima in depositi temporanei e poi alle aziende che si occupano di selezionare e di reimmettere sul mercato dell’usato, oppure di riciclare, o di smaltire. L’intero comparto oggi occupa circa seimila addetti in tutta Italia, ma bisogna immaginare che si espanderà.

“A oggi non esistono vere e proprie linee guida su come riciclare e smaltire lo scarto tessile, per i privati né per le aziende”, osserva Valeria Frittelloni, direttrice del centro nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare dell’Ispra. Si parla di raccolta porta a porta, di istituire consorzi obbligatori per lo smaltimento, come quelli per le batterie o per gli oli usati. È allo studio anche un sistema di “responsabilità estesa dei produttori”, in modo che l’industria dell’abbigliamento sia corresponsabile dei rifiuti che genera.


Con la collaborazione di Chiara Di Giorgio