Palermo, quartiere La Kalsa. La parte di centro storico che affaccia sul mare e che negli ultimi anni ha subìto enormi trasformazioni. Venti squadre miste – bambini e bambine di età diverse, ma anche di diversa origine e classe sociale – si sfidano a rotazione su un campetto in rovina in un torneo che dura tutto il pomeriggio. Poco più in là, oltre le casse che sparano musica a tutto volume facendo ballare decine di ragazzi e ragazze, si svolge il torneo di pallavolo, sempre misto. Vicino alla chiesa le partite di cricket. Di fianco ancora il calcio, per i più piccoli. Gli organizzatori hanno comprato delle porte in versione ridotta ma i bambini non le vogliono, sono abituati a usare felpe e zaini per segnare i pali.

Padova, quartiere periferico di Arcella. Una specie di città nella città al di là della stazione, quarantamila abitanti di cui almeno il 30 per cento migranti, un nome che appare nelle cronache locali solo per questioni di spaccio e sicurezza, che fa alzare le sopracciglia a certi padovani che la mattina sorseggiano lo spritz nei bar all’aperto del centro storico. In un capannone circondato da prati trascurati, macerie e case popolari, una ventina di bambini – figli di immigrati di prima o seconda generazione – corre, salta e si diverte inseguendo una palla.

Roma, quartiere di San Lorenzo. Uno dei luoghi in cui la resistenza alla gentrificazione e alla speculazione edilizia produce i conflitti più interessanti in tutta la capitale. In una serie di campetti di proprietà della chiesa, che stavano per essere trasformati in parcheggi e strutture per il padel, la squadra mista di calcio si prepara ad affrontare una partita di campionato sul campo principale, le cui porte sono state accorciate. Negli altri campi, tutto intorno, grandi e piccini si allenano a calcio, basket, rugby, pallavolo. I genitori chiacchierano tra loro, molti sono attivisti dei molteplici spazi sociali sgomberati o a rischio di sgombero nel quartiere.

A Palermo, a Padova o a Roma, o in qualunque altra città d’Italia, chi vuole fare sport e non ha i soldi, o i documenti, o la possibilità di spostarsi in città o di organizzarsi in famiglia, spesso deve rinunciare. Non solo: in nome del profitto, le città sottraggono gli spazi a chi vorrebbe giocare o fare sport. A Palermo, a Padova o a Roma, e in altre città d’Italia, alcune associazioni dello sport popolare si sono riprese quegli spazi e li difendono con tutti i mezzi che hanno, per offrire a tutti, e soprattutto ai più giovani, la possibilità di crescere attraverso lo sport.

Regole comuni

“Sono diverse le esigenze che ci hanno portato a costruire la polisportiva SanPrecario. A partire dal tentativo che da sempre portiamo avanti con Radio Sherwood di veicolare i valori di inclusione, antirazzismo e antisessismo, anche attraverso lo sport”, racconta Marco, delegato dei Cobas e anima di SanPrecario, a Padova, nella sede sociale da poco inaugurata nel cuore di Arcella. “Tutto è cominciato quando ci siamo trovati davanti al fenomeno della tratta dei calciatori bambini: migranti giovanissimi che arrivavano con la promessa di diventare calciatori e, dopo aver pagato grandi cifre nei loro paesi a finti procuratori, venivano abbandonati. Così nel 2007 è nata la polisportiva. Prima il calcio, poi la pallavolo, il calcio a cinque, il basket e infine il touch rugby”.

“Lo sport ha un’enorme potenzialità quando si tratta di trasformare i rapporti all’interno di una comunità e di creare aggregazione, sta a noi sfruttarla”, gli fa eco Stefano, artigiano e regista teatrale, mentre mi accompagna nei capannoni dove fanno il doposcuola sportivo gratuito. Giulia, educatrice, e Riccardo, architetto, mi spiegano che alcuni dei bambini che vedo correre qui non avevano idea di cosa fosse la pratica sportiva, e tantomeno l’avevano i loro genitori. Attraverso lo sport oggi imparano l’importanza delle regole comuni, del rispetto, dell’inclusione e del valore della differenza. “Durante le sfide sportive, per quanto giocose, se non ci si aiuta l’uno con l’altro si finisce con l’andare male tutti quanti”, aggiunge Mara, educatrice in una cooperativa.

“Con altre realtà del quartiere abbiamo deciso di farci una nostra squadra di calcio, di chiamarci Atletico San Lorenzo e di iscriverci ai tornei. Era il 2013, e da quel momento piano piano, quasi senza accorgercene, abbiamo fatto la squadra femminile, poi sono arrivati i bambini, il basket, la pallavolo. E così in nove anni ci ritroviamo con una polisportiva che ha circa 450 soci e più di 300 atleti, di cui quasi la metà sono bambini e adolescenti”, racconta Stefano, educatore e dirigente dell’Atletico, mentre il piccolo Lorenzo, un anno appena compiuto, batte le mani guardando i bambini più grandi che giocano. Valentina, insegnante e dirigente della polisportiva, mi spiega le strane regole della partita di calcio a tre tempi più rigori, senza punti in classifica, che le squadre miste del 2009 dell’Atletico San Lorenzo stanno giocando contro le ragazze della stessa età della As Roma. E mi racconta come “tutta la rete di amicizie, rapporti, relazioni e sensibilità” che si costruiscono durante le partite e gli allenamenti non coinvolgono solo i piccoli ma anche i genitori, che poi sono i primi a darsi da fare nell’organizzazione delle attività.

La formazione sul territorio va di pari passo con i progetti di campi sportivi in luoghi lontani

A piazza Magione, in piena Kalsa, parlo con Totò, educatore e operatore sociale palermitano. “Quella è la scuola Ferrari, dove andavano da piccoli Falcone e Borsellino. In questa piazza nel 2000 si è tenuta la conferenza mondiale dell’Onu contro la criminalità organizzata e da lì è cominciato un processo di riqualificazione molto contraddittorio. Accanto a interi palazzi occupati da sottoproletari e nullatenenti sono state tirate su palazzine di lusso, con prezzi al metro quadro da grande metropoli. Intanto la zona si riempiva di nuovi migranti che andavano a mescolarsi con le storiche comunità rom e cinesi. In tutta la piazza c’era solo un campetto di terra battuta, intorno al quale abbiamo cominciato a organizzare attività, finché una decina di anni fa l’amministrazione ha deciso di raderlo al suolo. Allora, con varie associazioni di quartiere, ci siamo inventati un torneo di calcio di ventiquattro ore consecutive. Una fatica immane, ma un successo incredibile. Così è nato il Mediterraneo antirazzista”, racconta.

“Il successo di questa straordinaria esperienza ci ha permesso di tenere il campo, che abbiamo rimesso a posto e che negli anni successivi è diventato la sede del torneo, che si svolge però in più giorni. Il tutto si è poi trasformato in una campagna cittadina, con tornei di discipline come basket, pallavolo e cricket anche in altri quartieri difficili e abbandonati dalle istituzioni: il Cep, lo Zen, Borgo Vecchio, Brancaccio e Ballarò”, racconta Massimo, attivista e consigliere nella circoscrizione del centro storico del capoluogo siciliano. “Perché qui il razzismo non colpisce solo le persone che vengono da un altro paese. Anche se vieni da un altro quartiere, noto per essere disagiato, sei bollato come tale, hai uno stigma che da un lato ti preclude tutte le possibilità e dall’altro finisci col rivendicare perché è l’unica cosa che ti rimane. Attraverso la pratica sportiva e con le centinaia di sfide sparse in questi quartieri che poi trovano il loro compimento nelle finali del Mediterraneo antirazzista, che si svolgono ogni anno al Velodromo, cerchiamo di rompere queste gabbie e abbattere questi stereotipi”.

Autofinanziati

Secondo una recente ricerca dell’Ufficio studi di Banca Ifis presentato al Coni, i dati relativi al 2019 raccontano che in Italia lo sport genera 96 miliardi di euro di ricavi, contribuendo al pil per il 3,6 per cento e dando lavoro a circa 389mila persone. Se poco meno della metà proviene dall’indotto (comunicazione, scommesse e servizi collegati per il 23 per cento; produttori di abbigliamento, attrezzature e veicoli sportivi per il 18 per cento), il resto viene da associazioni e società sportive, federazioni, enti di promozione e società che gestiscono gli impianti: 74mila gruppi che danno lavoro a 228mila persone, generando ricavi per 46,4 miliardi. Da questo lauto banchetto, però, lo sport popolare è escluso. I tornei del Mediterraneo antirazzista, trasformati in carovane itineranti nelle zone più povere e disagiate di Palermo, le polisportive di ­SanPrecario e dell’Atletico San Lorenzo non ricevono soldi né dalle istituzioni politiche né da quelle sportive. Quando arrivano dei soldi, è perché hanno vinto un bando o un concorso di qualche fondazione, spesso privata, o più raramente delle istituzioni cittadine. Per il resto sono costretti a puntare sull’autofinanziamento. Gli allenatori, i dirigenti, gli accompagnatori, tutte le persone che lavorano e s’impegnano per mantenere vive le associazioni dello sport popolare, lo fanno gratuitamente.

Queste strutture sono organizzate come cooperative di soci: ogni socio versa una quota fissa e ha un voto nell’assemblea di gestione. La regola di base è che ogni partecipante riceve quanto ha bisogno ma versa solo quanto può, e trattandosi quasi sempre di contesti difficili o poveri spesso le persone possono versare poco o nulla. Questo significa che chi si dà da fare di più non solo non guadagna, ma si trova anche a spendere di più. Così per finanziarsi, oltre ai pochi bandi e concorsi che si riescono a vincere, si organizzano feste, cene, eventi, concerti. Altro lavoro e altri sforzi per mantenere in piedi un servizio come lo sport di base.

Intanto lo sport istituzionale, se non è del tutto confuso con una malsana idea di benessere e tempo libero, è ormai una macchina per fare soldi, che seleziona gli individui fin da piccoli in vista di un ritorno economico futuro. Lasciamo perdere la retorica dello sport come palestra di vita. E teniamo presente che l’attività fisica è ormai un prodotto dell’industria culturale. Ma non si può ignorare il fatto che le istituzioni politiche e culturali sono per lo più infastidite dalle cooperative di sport popolare. Non solo perché non sono redditizie, ma anche perché cercano di proporre valori come l’inclusione, la solidarietà, l’amicizia e la condivisione, che nella società di oggi sono sempre meno tollerati.

Francesca, psicoterapeuta e attivista di ­SanPrecario, insieme ad Assist (associazione per i diritti delle atlete) ha fatto approvare a Padova e poi in molte altre città italiane la Carta etica dello sport femminile per la parità di genere nello sport. Angela, che ha appena finito di lavorare a un progetto del ministero della giustizia sulle misure alternative alla detenzione e allena bambine e bambini dell’Atletico San Lorenzo, racconta come la pratica sportiva mista aiuti a prendere consapevolezza delle contraddizioni e delle disuguaglianze non solo in campo ma anche fuori.

A Padova la polisportiva SanPrecario, attraverso alcune campagne, è arrivata fino a Coverciano, sede della nazionale italiana di calcio, per far cambiare una regola discriminante per il tesseramento degli immigrati. Lara racconta che il Mediterraneo antirazzista attraverso lo sport si occupa anche di fornire servizi essenziali ai cittadini di Palermo, a cominciare dalle migliaia di famiglie italiane e straniere che vivono in case occupate e in base al decreto Renzi-Lupi non possono avere la residenza e l’allaccio delle utenze.

Le cooperative di sport popolare offrono servizi di base di cui la società si disinteressa, dalla gestione delle pratiche burocratiche alla distribuzione di cibo e vestiti. La formazione sul territorio va di pari passo con i progetti di campi sportivi in luoghi lontani come il Kurdistan e la Palestina, l’accoglienza dei migranti si accompagna alla difesa delle famiglie che rischiano di essere sgomberate. A queste attività partecipano a volte anche i genitori dei bambini delle squadre giovanili: anche se non hanno mai fatto politica, hanno aderito ai valori minimi di solidarietà necessari alla vita in comune.

Campo benedetto

Bambine e bambini con la pelle di diversi colori e lo stesso sorriso che corrono felici inseguendo palle di varie dimensioni sotto un capannone della periferia padovana, che si allenano disciplinati imparando a stare insieme sui campi difesi da un quartiere multietnico romano o che s’impegnano in sport poco conosciuti nella piazza che più palesa le contraddizioni palermitane: così lo sport popolare diventa uno strumento di resistenza allo sviluppo urbano che avanza distruggendo gli spazi di libertà. A Palermo tutto è nato difendendo un campetto di quartiere dalla speculazione edilizia, poi si è esteso a macchia d’olio. A Padova la polisportiva SanPrecario, l’università e altre associazioni stanno mappando i luoghi lasciati vuoti dalla gentrificazione per poterci costruire aree giochi e campi sportivi. A Roma un campo è stato sottratto agli interessi privati della chiesa grazie alla mobilitazione del quartiere, che come ciliegina sulla torta ha ottenuto la benedizione via lettera del papa.

Lo sport popolare è un viaggio entusiasmante e faticoso nella costruzione di città diverse. Alla ricerca di spazi che ridiano vita al tessuto urbano, dentro e contro l’idea di città che sta prendendo piede ovunque. Come scriveva Italo Calvino nelle Città invisibili: “Se ti dico che la città cui tende il mio viaggio è discontinua nello spazio e nel tempo, ora più rada ora più densa, tu non devi credere che si possa smettere di cercarla”.