Uno spazio ipogeo che ricostruisce con il linguaggio dell’architettura contemporanea il ritmo e la struttura delle tombe etrusche di Cerveteri, aprendo la porta a un’emozione estetica, ma anche a una riflessione sulla natura degli spazi museali e sul modo in cui diventano parte del progetto culturale.

Si può partire da qui per raccontare il nuovo Museo d’arte che la Fondazione Luigi Rovati ha inaugurato a Milano, in corso Venezia: un progetto che unisce l’archeologia, l’architettura e l’arte, dall’antichità al contemporaneo. Due piani e più di 250 opere in mostra, con una forte componente etrusca, chiamata a dialogare con i Picasso, i Giacometti, i de Chirico o gli Andy Warhol.

E se l’idea di accostare opere che attraversano il tempo non è nuova, a essere interessante è il modo in cui la Fondazione Rovati ha scelto di farlo, puntando ovviamente sulle analogie – per esempio tra la scultura etrusca e i vasi o i bronzi degli artisti del novecento – ma soprattutto sui contrasti, sui rilanci, sulle idiosincrasie che, prima di essere superate, vengono accolte, e questo fa la differenza o, quanto meno, offre una prospettiva che si arricchisce della propria complessità.

La sala Ontani. (Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati)

Alimentano questa complessità la bellezza immediata ed evidente dell’allestimento del piano etrusco sotterraneo, curato dall’architetto Mario Cucinella, o l’accostamento di opere molto colorate, apparentemente “facili”, di Luigi Ontani e sculture antiche, tra le quali spicca una statua cinese in legno che risale al 3000 avanti Cristo, cinque millenni fa.

Del resto un periodo di tempo così lungo, che copre gran parte di quella che chiamiamo la storia dell’umanità, è necessariamente un elemento complesso, che solo con una certa leggerezza, forse, possiamo provare ad abbracciare. La sensazione è che il museo voglia fare proprio questo: restituire una visione della storia dell’arte che sa essere anche emozionale, senza pretendere di dare risposte definitive.

Dalle cupole sotterranee, che poi danno una forma anche al giardino interno del palazzo, alla grande sala ellissoidale, i reperti esposti parlano della vita quotidiana degli etruschi – la casa, la bottega, il mare – accanto a un vaso di Picasso ispirato a un banchetto antico.

In un’altra sezione, dedicata alla ricerca del bello, dei piccoli cubi di cristallo racchiudono gioielli, monili etruschi, ma anche la testina di donna in bronzo dorato di Alberto Giacometti. Al centro, la teca più grande accoglie il simbolo del museo, il bronzo votivo del Guerriero Cernuschi.

La sala Warhol. (Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati)

Non mancano le urne cinerarie volterrane e chiusine, oltre a piccole ceramiche che grazie a nuove tecnologie rivelano il significato delle iscrizioni. E il tema della lingua e della scrittura è uno dei filoni lungo i quali si muove la ricerca del museo e il dialogo con il contemporaneo: al piano nobile, infatti, in uno dei due spazi destinati alle mostre temporanee, il lavoro di Sabrina Mezzaqui, una delle figure più importanti della scena italiana attuale, si concentra proprio sugli aspetti della scrittura e della lettura, costruendo analogie e lievi giochi di rimando che nutrono l’energia del progetto.

Lo stesso accade in una delle sale più affascinanti del primo piano, quella dedicata all’intervento site specific di Giulio Paolini, l’artista che più di ogni altro in Italia ha saputo concettualizzare l’arte classica, riversandola nel presente.

Il Museo d’arte vuole anche essere, nelle parole della presidente della Fondazione Luigi Rovati, Giovanna Forlanelli, un luogo di apertura alla città che rivendica una forte relazione con Milano e con la storia museale del quartiere che lo ospita, già sede del Museo di storia naturale e del Planetario, oltre che con le persone. “La Fondazione ha come valore ultimo l’utilità sociale – ha detto la presidente – e tutto il progetto è fatto per i cittadini, non solo per quelli di Milano, ma anche per quelli del mondo”.