Illustrazione di Andrea Ventura

La scelta dell’osteria è già una sorta di dichiarazione di poetica. Siamo a Roma, nel quartiere Flaminio, dove viveva da bambina la madre di Gian Maria Tosatti: l’unico artista che rappresenta l’Italia alla Biennale di Venezia sembra volermi raccontare da dove viene.

Nato a Roma nel 1980, Tosatti – voce profonda, barba anarchica e occhi scuri – può essere definito “l’artista del momento”: dopo la selezione per la Biennale infatti è stato anche nominato direttore artistico della Quadriennale di Roma, fondazione pubblica che ha il compito di promuovere l’arte contemporanea italiana e ogni quattro anni realizza un’esposizione. Inoltre nel 2023 avrà una mostra personale al Pirelli HangarBicocca, a Milano, uno dei più importanti spazi espositivi privati d’Europa.

Davanti a un piatto di abbacchio alla cacciatora, Tosatti mi racconta come è arrivato fin qui: “Sono nato in un caseggiato semipopolare, ho costruito il mio percorso attraverso il lavoro, non vengo da una famiglia ricca. Ho cominciato a lavorare in quarta liceo”. Lavori che lo hanno portato a diventare giornalista, ma che non gli hanno impedito di diplomarsi in regia al Centro per la sperimentazione e la ricerca teatrale di Pontedera con un maestro dell’avanguardia teatrale del novecento come Jerzy Grotowski.

“La lezione del teatro si ritrova in seguito anche nel mio lavoro con le arti visive”, dice. “Erano gli anni in cui prendeva forma l’arte ambientale, con Gregor Schneider, Mike Nelson. Io avevo studiato teatro, ma non ero un teatrante, cercavo un’altra casa perché la pittura e la scultura classiche non mi appartenevano”.

Il punto di atterraggio

Da questa non appartenenza, prosegue, sono nate le installazioni dei primi anni duemila. Per esempio la Madonna con bambino della serie Devozioni: in una vera casa occupata una stanza ha una porta aperta, all’interno delle persone, italiani e migranti, mangiano su un pavimento coperto di sangue, che proviene da un’altra stanza, dal corpo di una donna che sta per partorire. Inizialmente pensate per durare pochi giorni, installazioni come questa sono poi rimaste aperte per mesi, perché il pubblico continuava a visitarle.

“Il rapporto con il pubblico fin dall’inizio è stato molto importante nel mio lavoro, ben di più delle liturgie del mondo dell’arte”, mi spiega. “Costruisco i miei lavori a contatto con le comunità, non perché ora è di moda, ma perché il pubblico è il punto di atterraggio delle mie opere”.

Opere che nel corso degli anni hanno preso forme diverse, ruotando sempre intorno al tema dello spazio, come nella serie di installazioni ambientali Sette stagioni dello spirito, un lavoro realizzato nei quartieri più difficili di Napoli, dove oggi Tosatti vive. Qui insieme a dei semplici cittadini si è preso cura degli spazi, sacralizzando gli ambienti oltraggiati dalla violenza e dall’indifferenza. E quando mi racconta del modo in cui, nonostante la presenza della camorra, la gente partecipava al progetto, sento nel suo vocione da attore una nota di commozione.

“L’arte serve per ritrovare cose che avevamo perduto”, mi dice guardandomi, “cose che ci servono. Che ci permettono di riscoprire sulla nostra stessa faccia i segni di chi siamo e di cosa abbiamo passato”. Nel corso del pranzo Tosatti si apre al racconto.

Non cerca di essere simpatico, costruisce il suo ragionamento passo dopo passo, con una determinazione che mi ricorda quella con cui porta avanti progetti come la serie Il mio cuore è vuoto come uno specchio, sulla crisi della democrazia: l’ultimo episodio lo ha portato in Ucraina, sul lago di Kuyalnik, dove ha immaginato la scomparsa degli esseri umani e un paesaggio in cui sono rimasti solo dei lampioni stradali a energia nucleare. Mentre lo ascolto mi rendo conto che, anche se parla molto di se stesso, ha la dote di non parlarsi quasi mai addosso.

Scienza e amore

Gli faccio notare però che negli ultimi tempi si è parlato molto di lui per via dell’attenzione e dei numerosi incarichi che ha ricevuto. Ci sono state proteste e petizioni: il binomio Biennale-Quadriennale ha fatto innervosire diversi addetti ai lavori.

“Ogni volta che faccio un lavoro”, mi risponde, “il senso è dimostrare che funziona. Una carriera d’artista si basa sui risultati, come quella di uno scienziato. C’è una parte di mondo dell’arte a cui piace discutere, polemizzare, fantasticare, e c’è un’altra parte a cui invece piace lavorare. Io lavoro: se farò bene alla Biennale, sarò contento; se farò male, quello sarà il dato. E lo stesso vale per la Quadriennale. Non conta quanto posso essere simpatico o quanto sono appoggiato, l’opera è l’unico valore su cui si può discutere”.

Quando arriva il contorno di cicoria me ne offre un assaggio. È un bel gesto, parliamo di condivisione e condividiamo. “L’arte deve essere fortemente democratica”, ripete, “e il grande pubblico dovrebbe essere la prima delle nostre preoccupazioni, il che non vuol dire compiacerlo, vuol dire andargli incontro, per portarlo dove vuoi tu”.

Al momento dei dessert stiamo ancora parlando, il tono del suo racconto è avvolgente. Mentre mi chiedo se anche questo dialogo con un giornalista non sia una sorta di performance, pronuncia una frase che spazza via ogni dubbio: “L’arte ti deve baciare”, dice affondando il cucchiaino in un generoso montebianco, “ti deve innamorare, non deve dirti che sei bravo se hai capito o ignorante se non hai capito. Se il tuo lavoro è visitato insieme da molti intellettuali e tanta gente della strada, allora vuol dire che quello che hai fatto a loro serve, che li hai innamorati”.

Ecco perché mi piace Gian Maria Tosatti, penso: perché usa con l’atteggiamento di uno scienziato parole come amore e baci. Le usa con una serietà che le rende totalmente oneste, quasi scomode. E credo che la stessa forma di onestà radicale si avverta in molte delle sue installazioni ambientali.

Il conto

Ristorante Lo Sgobbone
Via dei Podesti 8, Roma

1 abbacchio alla cacciatora € 15,00
1 maltagliati ai funghi € 10,00
1 cicoria € 8,00
2 dessert € 10,00
1 acqua € 2,00
2 coperti e un caffè € 6,00

Totale € 51,00