La spiaggia e il borgo di Scilla. Reggio Calabria, 15 agosto 2020. (Francesco Vaninetti Photo, Getty)

Separa la Calabria dalla Sicilia, l’isola dal continente, il mar Ionio dal mar Tirreno. È lo stretto di Messina, il piccolo braccio di mare il cui punto più stretto, tra Ganzirri sul lato siciliano e punta Pezzo su quello calabrese, misura solo 3,15 chilometri. Il punto meno profondo è di 64 metri, sulla cosiddetta “sella”, la cresta di un rilievo sottomarino con pendii ripidissimi.

Ma se si prosciugasse l’acqua che ricopre lo stretto, dal fondo del mare emergerebbe anche un immenso canyon: la profonda “valle di Messina”. ’U Strittu, al centro del mare nostrum, il Mediterraneo per i romani, era un luogo difficile da attraversare a causa delle correnti irregolari e dei forti venti.

Da qui le tante leggende, come quella dei due mostri che terrorizzavano i navigatori dell’antichità: nel dodicesimo canto dell’Odissea sono descritti come Scilla “che terribilmente schiamazza” e “l’orrenda Cariddi”, che “inghiottiva allora i flutti salmastri del mare”.

Da decenni l’idea di costruire un ponte per collegare le due coste entra ed esce dall’agenda politica dei governi, ma è restata sempre solo un progetto. Le due principali città che si affacciano sullo stretto, Messina, l’antica Zancle, e Reggio Calabria, Reghion, uno dei centri più fiorenti della Magna Grecia, furono distrutte dal terremoto e dal conseguente maremoto del 1908.

Vittima dell’incuria e bloccato nella morsa della criminalità organizzata da decenni, lo stretto di Messina è una terra in cui è più urgente che mai la necessità di una cura consapevole del territorio, per non disperdere un patrimonio storico, mitologico e naturalistico di enorme valore.

Venerdì

Ore 15: una vista platonica.
Uscendo dall’autostrada Salerno-Reggio Calabria a Bagnara Calabra, si seguono le indicazioni per il monte Sant’Elia, il cui belvedere delle tre croci offre una vista imperdibile sull’imbocco dello stretto. Si vede anche la sottostante Costa Viola, il litorale tirrenico alto e a picco sul mare che da Palmi arriva a Villa San Giovanni, e che deve il suo nome alla descrizione del filosofo Platone: “Ogni cosa si tinge con le diverse tonalità del colore viola, dando vita ogni sera, con i suoi spettacolari riflessi, a una visione sempre nuova”. Se la giornata è tersa, da qui si scorgono tutte e sette le isole Eolie. Proseguendo verso sud lungo la statale, anche questa panoramica, il paesaggio è caratterizzato da terrazzamenti coltivati a vigneti e dai crinali dell’Aspromonte che precipitano in mare.

Ore 17: nel borgo dei pescatori.
Prima di arrivare sullo stretto, vale la pena fermarsi a Scilla. Lasciando la macchina sul lungomare, si prosegue con una visita al castello Ruffo, un’antica fortificazione sulla rocca che sovrasta il paese, per poi scendere verso il porticciolo, da cui si accede all’antico borgo dei pescatori di Chianalea. Con le sue viuzze e le casette strette le une contro le altre, è considerata la piccola Venezia del sud. Al tramonto l’aperitivo è al Civico 5, un localino sul mare dove mangiare ’u panino cu pisci spada, un panino con un trancio di pesce spada grigliato condito con il sarmurigghiu, una salsina a base di olio, limone, origano, sale e aglio.

Ore 20: cena sulla palafitta.
Per concludere al meglio la prima giornata, il consiglio è cenare in uno dei ristoranti di pesce di Chianalea che allestiscono i tavolini sulle palafitte. Il pesce arriva fresco dalle tante barchette dei pescatori o dalle feluche (dette anche spadare), le imbarcazioni che da maggio a settembre vengono usate per la pesca del pesce spada. In questa stagione dell’anno se ne scorgono decine lungo la costa: si riconoscono dall’antenna per l’avvistamento del pesce spada, alta tra i 30 e i 35 metri, e dalla lunga passerella a prua.

Sabato

Ore 9: archeologia industriale.
Dopo un risveglio, preferibilmente con vista mare, il viaggio prosegue verso sud, sulla tortuosa strada tirrenica che costeggia il mare. Lasciata Scilla si apre un incredibile panorama sullo stretto: di fronte c’è punta Faro, su cui si staglia l’imponente Pilone, uno dei due tralicci dell’alta tensione costruiti negli anni cinquanta per portare l’energia elettrica in Sicilia. Da circa trent’anni ormai l’isola è connessa tramite cavi sottomarini, ma non è sempre stato così: dal 1957 al 1992 l’elettricità arrivava attraverso un elettrodotto aereo “sospeso” sullo stretto tra due tralicci alti più di 200 metri. Oggi quei due piloni in ferro bianco e rosso, uno sulla punta siciliana e l’altro sul promontorio calabrese tra Scilla e Villa San Giovanni, ormai dismessi ma mai smantellati, rappresentano un esempio di archeologia industriale. Prima di arrivare a Villa San Giovanni, è d’obbligo fare una piccola deviazione verso Santa Trada, la località a duecento metri sul livello del mare su cui sorge il pilone calabrese, per una vista sullo stretto di impareggiabile bellezza.

Ore 12: sosta a Villa San Giovanni.
Dopo una tappa nel piccolo borgo marinaro di Cannitello, si arriva a Villa San Giovanni, cittadina di 12mila abitanti che un tempo con le sue filande era un importante centro dell’allevamento dei bachi e della filatura della seta. Da qui partono i collegamenti per Messina. I due servizi di navigazione, uno di Ferrovie dello stato e l’altro di Caronte&Tourist, permettono di attraversare lo stretto in venti minuti, con l’automobile o senza. Prima di imbarcarsi su ‘u ferribottu, il vecchio nome dialettale del traghetto, si può fare un veloce pranzo al ristorante il Km Zero, dove si mangiano specialità della tradizione calabrese. Tra queste c’è la struncatura, una pasta di colore scuro e di forma simile alle linguine. Un tempo si produceva con gli scarti della macinatura del grano, ma poi fu proibita per motivi igienici e divenne disponibile solo come merce di contrabbando. Oggi molti pastifici intorno a Reggio Calabria sono tornati a produrne una versione migliorata e adattata alle norme igieniche. È ottima con mollica di pane tostata, pomodori secchi, olive nere e capperi.

Da qui la sponda calabrese sembra talmente vicina da poterla afferrare con le mani

Ore 14: nella natura.
Attraversare lo stretto in nave è un’esperienza suggestiva. Tralasciando Messina, il consiglio è di proseguire verso i laghetti di Ganzirri e Capo Peloro (detto anche Punta Faro), all’estremo nord orientale della Sicilia e punto di incontro tra lo Ionio e il Tirreno, la cui linea di confine è visibile a occhio nudo: a causa della differenza di temperatura, infatti, le acque dei due mari non si mescolano. La laguna di Capo Peloro è un sito naturalistico di importanza internazionale – dal 1972 fa parte del Water project dell’Unesco – ma purtroppo versa in condizioni ambientali critiche a causa dell’incuria e dell’inquinamento. Da qui, la sponda calabrese, che, al contrario di quella bassa e sabbiosa siciliana, è alta e rocciosa, sembra talmente vicina da poterla afferrare con le mani.

Ore 18: rinfrescarsi con una granita.
Dopo una giornata intensa, è il momento della granita con la tipica brioscia cu’ tuppu, da gustare in uno dei tanti bar della zona, tra cui per esempio il bar Eden, a Torre Faro. Da quella al caffè a quella di mandorla, passando per i fichi o i gelsi, la granita è uno dei dolci tipici siciliani, ottima a ogni ora della giornata. Tra un cucchiaino e l’altro, si può gettare lo sguardo verso il mare e cercare di scorgere Colapesce. Secondo la leggenda – di cui esistono tantissime versioni – il giovane Nicola, detto Cola, era il figlio di un pescatore che sapeva nuotare come un pesce. Un giorno, accorgendosi che una delle tre colonne che sorreggevano la Sicilia sotto Messina era danneggiata, decise di sostituirsi a essa per non fare sprofondare la sua terra. Da quel momento non riemerse mai più e si dice che se ogni tanto la terra trema è solo Colapesce che cambia la spalla su cui poggia l’isola. La sera è d’obbligo una cena in uno dei locali sulla spiaggia e, dopo, una passeggiata sul lungomare sarà l’occasione per ammirare lo stretto di notte.

Domenica

Ore 10: arte contemporanea.
Dopo una colazione con vista mare si può fare un giro in barca lungo la costa: ci sono vari servizi di noleggio di gommoni, ma altrimenti ci si può accordare con uno dei pescatori lungo il molo. Le ultime ore del viaggio poi si possono dedicare alla visita del parco letterario Horcynus Orca, che deve il nome all’omonimo romanzo del 1975 dello scrittore Stefano D’Arrigo. Il parco si trova nella struttura fortificata del complesso della Torre degli Inglesi a Capo Peloro, costruita nel diciannovesimo secolo. All’interno è possibile visitare il Macho, il museo d’arte contemporanea Horcynus Orca, e la sua collezione di dipinti, sculture, installazioni e video di artisti provenienti da ogni parte del Mediterraneo e il giardino delle Sabbie. E con il weekend che giunge alla fine, è ora di riprendere il mare e tornare sul continente.

Info
Dove dormire

A Chianalea (Calabria)
B&b La Veduta, Casa vela e Il casato: tre bed & breakfast nel borgo marinaro tutti dotati di balconi con vista mare.

A Capo Peloro (Sicilia)
Cocciu d’amuri e la Murina: due strutture a pochi passi dalla spiaggia, affacciate sullo stretto.