Illustrazione di Andrea Ventura

Shi Yang Shi mi dà appuntamento alla storica trattoria cinese Jin Yong, a Milano. Lo vedo da lontano, appoggiato al muro, occhi al cellulare, concentrato. Ha un paio di pantaloni della tuta, giacca a vento scura, nessun eccesso ma neanche trascuratezza. Arrivo e lui si erge in tutto il suo metro e ottantanove. I suoi 42 anni invece non si notano affatto. Di mestiere Shi fa l’attore, ma ha molti interessi e un talento multiforme: laureato alla Bocconi, ha avuto ruoli nel cinema, ha scritto e recitato in teatro, ha fatto l’inviato per il programma televisivo Le iene e per necessità è anche presentatore di eventi e interprete simultaneista. È un sinoitaliano, come vengono chiamati i cinesi che nascono o crescono in Italia. Shi è arrivato a Milano a undici anni da Jinan, una città del nord della Cina, e si è ritrovato in una comunità cinese formata in maggioranza da clan familiari provenienti dalle campagne del sud. “Ma sai che non lo capisco proprio il loro dialetto? È difficilissimo!”, mi dice.

Siamo all’imbocco di via Paolo Sarpi, cuore della chinatown milanese, affollata di giovani hipster in cerca dell’ultima novità culinaria. Shi vuole condividere un tradizionale pranzo cinese e perciò, senza bisogno di consultare il menù, ordina un riso bianco per ciascuno e tre secondi piatti – stufato di pancetta e taro, melanzana ripiena fritta e luffa saltata (una specie di zucchina) – più una zuppa di wonton. La proprietaria del ristorante, Camilla Hu, suggerisce del tè di noce di malva: si è accorta che Shi ha la voce roca e questo tè potrebbe aiutarlo.

La crepe del cuore

In Italia la comunità cinese è ancora considerata misteriosa. Arle-chino: traditore e traduttore di due padroni, lo spettacolo teatrale di cui Shi è coautore e protagonista, è un tentativo di farla conoscere al pubblico italiano: Shi racconta la storia della sua famiglia e della sua vita in Italia.

“Arle-chino nasce a Prato, dove ho vissuto per sette anni e dove c’è un conflitto molto profondo tra la comunità cinese e quella pratese. La regista Cristina Pezzoli (morta a maggio del 2020) e la scrittrice Letizia Russo avevano creato un esperimento sociale dove io facevo da interprete. Riunivamo italiani e cinesi cercando di farli parlare tra loro. E ho visto quanto era forte il risentimento reciproco”.

La comunità sinodiscendente in Italia è composta da trecentomila persone, di cui 26mila vivono a Prato (dati del comune): un quinto della popolazione della città. La maggior parte di loro lavora in un settore, quello del tessile, dove sono confluite tensioni e divergenze legate sia alla struttura del sistema produttivo sia all’incontro tra culture diverse. “Mi sono chiesto come potevo portare in scena tutto questo e Cristina Pezzoli mi ha aiutato a raccontarlo attraverso la mia personale crisi d’identità”, spiega Shi. “Così, nel 2014, è nato Arle-chino. Dovevo far vedere al pubblico la complessa convivenza tra la comunità cinese e quella pratese. Ora continuo a seguire le vicende di Prato e cerco di aiutare come posso. Ma sono tornato a Milano”, dice con un sorriso triste mentre sorseggia il suo tè di noce malva.

Nel 2017 è uscito per Mondadori Cuore di seta. La mia storia italiana made in China, il primo romanzo di Shi. “L’ho scritto su proposta della casa editrice, erano interessati al racconto del coming out di un ragazzo di origini cinesi. Quando ho detto ai miei genitori che sono gay ho avuto veramente paura che mio padre mi ammazzasse, e anche se non l’ha fatto ha creato delle crepe nel mio cuore. È stato molto doloroso, ma ne sono uscito, con l’aiuto del buddismo”.

Nella patriarcale comunità cinese è ancora difficile essere omosessuale o dichiararlo. Avere una discendenza è infatti uno dei precetti del confucianesimo, che influenza profondamente la mentalità dei sinoitaliani di prima generazione. La comunità dei sinoitaliani lgbt+ si sente emarginata. “Ultimamente ho creato dei gruppi sui social dove ci sono anche ragazzi omosessuali di origini cinesi. Spero di aiutarli.

Mentre parla si tocca distrattamente la stella a cinque punte, un po’ sfilacciata, ricamata sul maglione. “L’ha creata mio marito per un mio spettacolo”, mi dice sorridendo quando nota il mio sguardo. Yang Shi e Angelo Cruciani, stilista del marchio Yezael, si sono sposati nel 2018 e hanno ricevuto una lettera di auguri del sindaco Giuseppe Sala. “È stata una grande emozione.”

Oltre la migrazione

Shi è uno dei pochi sinoitaliani che hanno scelto di fare l’artista. “Le famiglie cinesi in genere preferiscono che i figli lavorino nelle attività commerciali di famiglia, considerate più sicure e redditizie”, osserva Shi. Negli ultimi anni però è cresciuto il numero di giovani laureati sinoitaliani, e con loro la speranza di vedere più volti asiatici in settori diversi dal commercio e dalla ristorazione, compreso il mondo delle arti.

“Nel mio ultimo spettacolo, Love me tender, scritto con Renata Ciaravino (produzione Nidodiragno), cerco di andare oltre la questione della migrazione e racconto la dipendenza sessuale e affettiva. Per scrivere il testo abbiamo intervistato alcuni pazienti della Società italiana di intervento sulle patologie compulsive (Siipac), toccando con mano gli effetti delle dipendenze di qualunque tipo. Io purtroppo conosco bene la dipendenza affettiva. Per me è nata dall’assenza dei miei genitori durante l’adolescenza, un momento particolarmente delicato”.

Nelle famiglie della diaspora cinese si riscontra un gap generazionale molto marcato: spesso i figli arrivano in Italia già adolescenti o quasi. E spesso i genitori non hanno tempo per loro, perché dedicano tutte le loro energie a costruirsi una vita in un paese straniero. In famiglia si parla poco, non ci si capisce. E ricostruire il rapporto tra genitori e figli è un percorso lungo e difficile. “Il protagonista dello spettacolo, Marco Hu, è sinoitaliano, ma il suo dolore, la sua rabbia e la sua dipendenza sono universali”, spiega Shi. “Come artista ho cercato di rielaborare e liberare quel dolore, che è sincero, e di trovare una catarsi finale. Spero di esserci riuscito” .

Da sapere
Il conto

Ristorante Jin Yong
Piazzale Antonio Baiamonti 1, Milano

2 Riso bianco € 3
1 Melanzana ripiena fritta € 7
1 Maiale stufato con taro € 8
1 Luffa saltata € 7
1 Zuppa di wonton € 6
1 Focaccia con cipollotti € 2
2 tè di noce malva€ 5

Totale€ 38,00