Roma, 12 dicembre 2021. Giorgia Meloni alla chiusura della manifestazione Atreju. (Augusto Casasoli, A3/Contrasto)

Conosco molte femministe che non prendono neanche in considerazione l’ipotesi di votare per Giorgia Meloni, a causa delle sue idee e nonostante sia una donna. Non ne conosco nessuna intenzionata a votarla in quanto donna e nonostante le sue idee. Sarà pure un sondaggio personale e limitato, ma magari fornisce una piccola bussola per orientarsi nel dibattito assai confuso e non poco strumentale che sta montando sul tema e che, come sempre quando si discute di femminismo e politica, ha come principale obiettivo la spettralizzazione e la colpevolizzazione del femminismo.

Per spettralizzazione intendo la pessima abitudine di parlare del femminismo approssimativamente, senza riguardo per la sua storia, le sue articolazioni interne, le sue trasformazioni maturate nel susseguirsi delle stagioni politiche; e quindi facendone una galassia confusa che riparte ogni volta dal grado zero su ogni questione. La colpevolizzazione ne consegue: così rappresentato, il femminismo si può sempre cogliere in castagna per qualche cosa.

Esempi. Non è vero che “il femminismo” abbia mai fatto proprio lo slogan di “una donna” presidente del consiglio, o della repubblica o in altri ruoli apicali, lanciato a più riprese da pezzi di opinione pubblica femminile progressista. Il femminismo radicale l’ha anzi contestato vibratamente, l’ultima volta durante l’elezione del presidente della repubblica: primo perché “una donna” senza un nome e un cognome non esiste, secondo perché “una donna” senza ancoraggio nella politica delle donne non è una garanzia per nessuna, terzo perché il problema, per il femminismo radicale, non è mai stato quello di espugnare o di spartire i vertici della politica maschile, ma di cambiarla.

Secondo esempio. Non è di oggi l’illusione, di recente rilanciata da una petizione promossa da Marina Terragni e contestata da Natalia Aspesi, che tra donne si possa creare un fronte unitario, basato su istanze condivise e trasversale alle appartenenze politiche. E non è di oggi neanche la disillusione, perché se ognuna è in primo luogo una donna nessuna è soltanto una donna e le appartenenze, politiche nonché sociali e culturali, contano, così come contano le differenze e i conflitti interni al femminismo su temi importanti che tanto condivisi non sono, e che alla faccia del trasversalismo portano acqua al mulino di certe forze politiche e non di altre: se della maternità o della gestazione per altri si parla negli stessi termini di Giorgia Meloni se ne avvantaggerà Giorgia Meloni, bisogna saperlo e magari anche avere la schiettezza di dirlo.

Terzo e ultimo esempio. Non è nemmeno di oggi, né di ieri l’altro, la scoperta che nel centrodestra la promozione di alcune donne in ruoli di rilievo è meno infrequente che nel centrosinistra: tema e svolgimento risalgono nientemeno che all’elezione alla presidenza della camera di Irene Pivetti, nell’ormai lontano 1994. Già allora era chiaro – molto se ne discusse, e molto si trarrebbe di utile per l’oggi rileggendo quella discussione – che nel campo berlusconiano si faceva avanti un protagonismo competitivo femminile, aiutato dalla cooptazione maschile, che spiazzava un centrosinistra dove il secondo sesso restava immancabilmente tale. Trent’anni dopo, la resistibile ascesa di Giorgia Meloni a candidata presidente del consiglio ci rimette di fronte alla stessa evidenza, accentuandola.

È un po’ poco però cavarsela contrapponendo al curriculum di Meloni quello di Elly Schlein e continuare a prendersela con l’incapacità dei leader del Partito democratico di cedere il passo al gentil sesso: forse c’è sotto un difetto d’analisi più sostanziale, nonché una granitica incapacità delle donne del centrosinistra di metterlo a fuoco e correggerlo. Né si può all’inverso continuare a invocare la separazione dei destini del femminismo da quelli della sinistra: quel taglio è stato fatto una volta per tutte dal femminismo della differenza negli anni settanta, e non mi pare che qualcuna l’abbia mai revocato per occuparsi della “salvezza della sinistra”.

Temo dunque che rivangare questo tipo di questioni serva a poco per mettere a fuoco “l’elefante nella stanza”, come l’ha definito Giorgia Serughetti, ovvero il fatto che la prima donna candidata a guidare il governo in Italia sia una leader quarantacinquenne della destra radicale che con la politica delle donne non ha niente a che fare. Proporrei piuttosto di capovolgere il cannocchiale, e provare a capire non come noi la guardiamo ma come lei guarda noi, la storia d’Italia e il presente che abitiamo.

L’impronta degli anni settanta

Come per uno scherzo del destino, Giorgia Meloni nasce nel 1977, l’anno apicale dei famigerati anni settanta, quello in cui si consuma il divorzio mai più ricomposto tra la cultura della sinistra storica e quelle dei movimenti giovanili e del femminismo. Nella sua autobiografia, Io sono Giorgia, a quella data non dà tuttavia particolare rilievo, mentre del decennio restituisce, attraverso la memoria della madre che all’epoca era una simpatizzante dell’estrema destra, un quadro tutto sommato più veritiero del ritornante scongiuro mainstream sugli anni di piombo: erano anni, scrive, “animati da un impeto giovanile presto dirottato da un potere cinico e spietato nella logica degli opposti estremismi”, ma mossi anche “da una insaziabile voglia di cambiare tutto, condividere tutto, discutere tutto, che ti viene quasi da invidiare in quest’epoca di vuoto a perdere”.

Quella memoria indiretta si installerà in lei come un’impronta decisiva: è da lì che nasce la missione di riscattare i suoi fratelli della destra neofascista, la parte perdente del conflitto di quella stagione, dal destino di marginalità cui erano stati consegnati. Del femminismo degli anni settanta, invece, Giorgia non ha memoria politica e non fa menzione; ne reca tuttavia una traccia inconscia e privatizzata, nel rapporto di gratitudine verso la madre (“le devo tutto, a cominciare dalla vita”) e nell’amicizia tenace con alcune collaboratrici irrinunciabili. Se aggiungiamo il tassello come vedremo cruciale dell’assenza del padre che l’abbandona da piccola, in questo quadro di partenza c’è già in nuce tutto il seguito della vicenda.

Ancora due date prima di entrare nelle scelte politiche da adulta. Nel 1989, quando cade il muro di Berlino, Giorgia ha dodici anni; pochi, ma le bastano per annotare, da grande, che “per il nostro mondo fu festa grande. Nei decenni in cui tutti avevano fatto finta di non vedere, o persino esaltato quel modello come il Pci, la destra non aveva dimenticato i fratelli dell’Est Europa schiacciati dall’oppressione comunista”: ecco degli altri fratelli da salvare. Tre anni ancora e Giorgia trova quelli con cui avviare l’impresa. È il 19 luglio 1992, Paolo Borsellino viene crivellato sotto casa di sua madre, cinquantasei giorni dopo che Giovanni Falcone era saltato in aria a Capaci.

Per la generazione cresciuta dopo gli anni settanta, quelle due stragi hanno lo stesso effetto che per la precedente aveva avuto piazza Fontana: sono la scoperta che nello stato italiano c’è del marcio come nella Danimarca di Amleto, tanto più che si sovrappongono alla scoperta di Tangentopoli che mette sotto processo tutto il sistema politico. Giorgia infila il portone blindato della sezione del Fronte della gioventù della Garbatella e trova lì casa e famiglia, convinta e confortata dalla estraneità del Movimento sociale italiano ai fasti e ai nefasti della cosiddetta prima repubblica: altri fratelli da riscattare dal ruolo dei perdenti della storia.

All’ombra di Papi

A tirarli fuori da quel ruolo ci sta pensando intanto, con mezzi ben più potenti, anche Silvio Berlusconi, che due anni dopo scenderà in campo sdoganando il Movimento sociale italiano e accogliendolo, col rinnovato nome di Alleanza nazionale, nel Polo delle libertà. Curiosamente, però, dell’avventura all’interno della coalizione berlusconiana Meloni nel suo libro tace, limitandosi a raccontare solo la sua strenua militanza e la sua rapida carriera nel retrobottega delle organizzazioni giovanili di An: ne parlerà solo ex post, al momento della rottura con Berlusconi, ricordando come sia stato difficile per lei accettare, nel 2008, la confluenza di An nel Popolo della libertà e “amalgamare i nostri ragazzi con quei giovani rampanti in giacca blu e tacchi alti”. Pure, con quei tacchi alti Giorgia è a lungo convissuta negli anni a cavallo del cambio di secolo, che sono tutt’altro che secondari nel suo romanzo di formazione.

Sono gli anni in cui, sotto la regia televisiva e politica del Cavaliere, si dispiega quella sorta di rivoluzione passiva che ha come obiettivo privilegiato il riaddomesticamento delle donne dopo la sovversione degli anni settanta, e che consiste nella traduzione della libertà politica e collettiva guadagnata nel femminismo in (auto)promozione individuale e competitiva, attraverso una forma perversa di “valorizzazione” del femminile nel mercato del lavoro, del consumo e del sesso, nonché nel mercato politico. Aspetto non marginale della (contro)rivoluzione neoliberale in tutto l’occidente, questa operazione mostra nel laboratorio italiano anche il suo presupposto simbolico, ovvero quel declino della legge del padre che è il risvolto del trionfo dell’etica del mercato: la maschera tragicomica di Papi condensa in sé questi due lati di un cambiamento che investe in pieno l’ordine simbolico e sociale del rapporto tra i sessi.

Ma mentre tutto questo si mostra plasticamente nel teatro politico del centrodestra, e mentre il femminismo radicale, dal canto suo, diagnostica la fine dell’ordine patriarcale avvertendo che non si tratterà di un pranzo di gala, sul fronte del centrosinistra le lancette del tempo vanno a ritroso. Finito nel dimenticatoio lo slogan “dalle donne la forza delle donne” che nei tardi anni ottanta aveva tentato di ibridare la cultura dell’allora Pci con le pratiche femministe, nel Pds-Ds-Pd rispunta, sotto la verniciatura della “questione di genere”, la vecchia “questione femminile” fatta solo di discriminazione, auto-vittimizzazione e rivendicazione di quote rosa e ruoli di potere.

Meloni – che, lo sottolinea, discriminata non si è mai sentita – si accorge di questa asimmetria tra i due campi e la interpreta e la capitalizza a modo suo. Annota che “a sinistra parlano tanto di parità, ma in fondo pensano che la presenza femminile in politica debba essere una concessione maschile”, mentre “è la destra ad aver fatto emergere più donne al vertice”. Ma chiude tutti e due gli occhi di fronte al lato osceno di questa valorizzazione delle donne: in parlamento vota senza battere ciglio sulla nipote di Mubarak, e nel suo libro liquida il sistema berlusconiano di scambio tra sesso e potere come “una condotta privata francamente un po’ spregiudicata”.

Cambio di stagione

Eppure del berlusconismo, dalla cui superficie glamour ci tiene a prendere spesso le distanze, Meloni interiorizza i due aspetti profondi che abbiamo già menzionati: l’etica competitiva, che le consente di sfidare gli uomini, e il declino dell’ordine paterno, che fa da sfondo al momento cruciale della sua ascesa politica. Siamo nel 2011, “quando tutto stava per finire”. Giorgia è deputata da cinque anni, grazie a Gianfranco Fini è diventata vicepresidente della camera dal 2006 al 2008 e poi ministra della gioventù nel quarto governo Berlusconi. Quando lo spread, nonché l’onda lunga del sexgate, costringe Berlusconi a dimettersi non c’è solo una crisi di governo ma la fine di un mondo. All’imperativo del godimento subentra la disciplina del debito, al carnevale berlusconiano la quaresima di Mario Monti, alle promesse scintillanti della fase trionfale del neoliberalismo l’austerità e un destino di precarizzazione tanto più amaro per le giovani generazioni: l’imprenditore di se stesso che scommetteva sul futuro e sui futures si trasforma nel proprietario di beni e di diritti in cerca di protezione, sicurezza, valori e credenze sostitutivi di quelli che la “società senza padri” non offre più. Il neoliberalismo perde ovunque la sua faccia gaudente e ovunque cerca e trova sponde nelle ideologie neoconservatrici e sovraniste.

Meloni fiuta il cambio di stagione e decide che non può stare con quelli che ne reggono il timone tecnocratico, e che è venuto il momento di “conservare il futuro” e di imbarcare i suoi fratelli verso la terra promessa della riscossa della destra. Aveva già rotto con Fini, quando quest’ultimo l’aveva mollata nel Popolo della libertà (Pdl) andandosene e rischiando “di condannare la destra all’estinzione”. Adesso rompe con Berlusconi che si arrende a Monti: “non mi sento più a casa”, gli comunica. Alza i tacchi, chiude con l’addio ai padri politici il cerchio di una vita cominciata con l’addio di suo padre, vede davanti a sé “un popolo di destra, smarrito dopo anni di scandali e di crisi economica”, e fonda Fratelli d’Italia.

Commento di Franco Berardi Bifo, in una acuta lettura di qualche mese fa dell’autobiografia di Meloni: “Il retroterra psicoculturale della crisi psicopolitica dilagante è la disgregazione della figura paterna e il senso di sperdimento che questo provoca nei figli e nelle figlie. Ma sono le figlie che sanno reagire a questa condizione, grazie alla forza che ha dato loro la storia del femminismo… Invece di piagnucolare per le quote rosa, Giorgia ha preso il comando della nave che affondava. Dimentica il padre, e rifonda il patriarcato partendo dalla fratellizzazione delle donne”. Non si potrebbe dire meglio, salvo forse sostituire patriarcato con fratriarcato: Giorgia è una donna che sutura la ferita inferta nei fratelli dalla crisi del patriarcato, compattandoli e imbarcandoli da condottiera sulla nave della terra promessa. Per portarla dove?

Madri e muri

Dalla nave intanto sono scomparse le sorelle: c’è solo lei al comando, e lei decide anche del loro destino, che è né più né meno che il destino materno tradizionale, per quanto corretto con il sale e il pepe della competenza e della competizione, all’interno di una famiglia tradizionale, dove i ruoli di genere tornano al posto loro e gli orientamenti sessuali “devianti” sono risospinti in una maltollerata privatezza senza riconoscimento di diritto. Certo, è un destino centrale, perché siamo in piena crisi da denatalità e questa per Meloni è l’ossessione numero uno, in nessun modo riparabile con l’immigrazione che è la sua ossessione numero due, e dunque tutta affidata alla riproduzione – “naturale”, intende – degli autoctoni: sono i fratelli d’Italia, e solo loro, a poter ingravidare le “loro” donne, nel più classico schema sovranista.

Ma non è solo per questo destino femminile, tanto simile a quello allestito per le donne dal ventennio fascista, che sulla sua nave fratriarcale non possiamo salire: bensì perché la stiva è stipata di una paccottiglia vecchia e nuova di cui bisogna solo liberarsi. C’è una fissazione identitaria che procede per sommatoria di etichette (“io sono Giorgia, sono una madre, sono cristiana, sono patriota, sono italiana”) e che è l’inverso, concettuale e politico, della concezione anti-identitaria della differenza nel femminismo. C’è un’apologia esplicita dei muri come dispositivi di protezione invece del loro rifiuto come dispositivi di segregazione. C’è una monumentalizzazione del passato europeo che dimentica la colpa del colonialismo e derubrica quella del razzismo. C’è, come in tutto pensiero reazionario di oggi a cominciare da quello di Alexander Dugin, un astio verso la sinistra che unisce in un’unica parabola l’anticomunismo e l’antiliberalismo, e una fobia del postmodernismo che rivela, non a caso nella scia di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, una matrice antimoderna schiettamente reazionaria.

C’è infine, ed è posta in gioco discriminante in questa campagna elettorale, un desiderio allarmante di rivincita rispetto alla storia e alla memoria della repubblica. Se Meloni sponsorizza con tanta convinzione il presidenzialismo, attenzione, non è per le ragioni di funzionalità o di efficienza dell’ordinamento accampate dai solerti liberali che le stanno aprendo le porte, ma per farne dichiaratamente la bandiera ideologica dello “scontro fra patrioti e sinistra” sulla base di una lettura fantasiosa e inaccettabile della storia nazionale di prima e dopo l’89. E se accetta di “ribadire per l’ennesima volta di non avere il culto del fascismo” è solo perché non nasconde che tuttavia il vero obiettivo da colpire per lei è l’antifascismo: niente di più e niente di meno che il fondamento della nostra costituzione.

Possiamo guardare con simpatia l’orgoglio con cui Meloni dice “sono una donna”, e rintracciarvi perfino un’impronta inconsapevole dell’eredità femminista, all’interno di una storia che tuttavia è il rovescio della nostra. Ma non possiamo seguirla nemmeno per qualche tratto sulla sua nave distopica, e dobbiamo fare di tutto perché affondi. Se fosse ancora in questo mondo, Angela Putino ci inviterebbe a praticare decisamente con lei (e un po’ meglio anche fra di noi) l’arte di polemizzare fra donne.

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