Due anni di pandemia ci hanno insegnato che tutto può essere messo in discussione, e che è possibile farlo con toni e argomenti che vanno dalla ragionevolezza alla paranoia. I fatti – dai lockdown ai vaccini, al virus stesso – sono stati smontati e perfino negati. Tutti, tranne uno: la rivolta nel carcere Sant’Anna di Modena dell’8 marzo 2020. In quei giorni, tra il 7 e il 10 marzo, decine di galere sono state messe a ferro e fuoco, tre detenuti sono morti a Rieti e uno a Bologna. A Modena, durante e dopo l’assalto, hanno perso la vita in nove.

Quella nell’istituto emiliano è stata la più grave sommossa nella storia recente dell’Italia e dell’Europa, eppure sono bastati pochi mesi per archiviarla, giudiziariamente ma anche collettivamente. La procura della città ha chiesto di farlo in settanta pagine, al giudice ne sono bastate due e mezzo. La tesi è che a stroncare i detenuti siano state le overdose di metadone e psicofarmaci rubati nella farmacia del carcere: nessun ritardo nei soccorsi, pestaggio degli agenti o responsabilità, se non quella dei detenuti, irresponsabili per regolamento.

L’allora ministro della giustizia Alfonso Bonafede non ha parlato per tre giorni, poi l’unica cosa che ha detto è stata che le morti “sembrano per lo più riconducibili ad abuso di sostanze”: per lo più, un avverbio a cui sono state impiccate tredici vite e la ricostruzione degli eventi.

Oggi sui fatti di Modena rimangono in piedi le indagini su chi ha devastato l’istituto; su Salvatore Piscitelli, morto dopo il trasferimento ad Ascoli Piceno; e sulle violenze denunciate da alcuni detenuti. Ma sono inchieste di cui non si sa molto, e su cui molto non ci si aspetta. Tuttavia, quello che è successo è pieno di contraddizioni e buchi. E dice molto dell’Italia di oggi, di cui la galera è l’ombra. Per questo è importante ritornare a quella domenica di marzo che annunciava la primavera ed è finita in una strage.

Prologo: il fiammifero

Nella notte tra il 7 e l’8 marzo 2020 il presidente del consiglio Giuseppe Conte firma un decreto che chiude tutto in Lombardia e in quattordici province del centronord, compresa Modena. Conte spiega che il provvedimento prevede il “vincolo di evitare ogni spostamento” e invita tutti a restare a casa, mantenendo distanze di almeno un metro quando si esce.

Le sue parole arrivano nei salotti di milioni di italiani, e in ogni cella: dove non si può restare a casa e la parola “distanziamento” esiste solo come aspirazione, non trovando nella realtà sinonimi ma solo contrari come “assembramento” e “ressa”.

Nel carcere di Modena il distanziamento si dovrebbe applicare in una situazione in cui i posti sono 369 ma i detenuti sono 546. Tra loro quasi la metà fa i conti con problemi di tossicodipendenza o disturbi psichiatrici, molti non hanno un euro e le educatrici sono solo tre: non c’è fotografia migliore, cioè peggiore, del carcere come margine dove spingere chi non rientra nei ranghi, dai poveri ai tossicodipendenti. Intanto ogni tramite con il mondo è interrotto: in tutti gli istituti le attività e i colloqui con i familiari sono sospesi per limitare il contagio. È in questa selva di alberi secchi e soli che arriva una notizia: il 7 marzo un detenuto del Sant’Anna è positivo al covid-19. È il fiammifero che appicca l’incendio.

Atto primo: la malora

Stefano Petrella, il medico del carcere, la mattina dell’8 marzo si alza presto e alle 8 è già lì. “Ho cercato di parlare con i detenuti per spiegare la situazione e tentare di rassicurarli”, dice nella sua testimonianza. Alla Gazzetta di Modena, due giorni dopo, racconta: “Stavo dunque visitando quando è successa la malora”. La “malora” è questa cosa qui: “Verso le 13 iniziavo a sentire dei forti rumori e delle urla. Ho avuto l’impressione che cadessero dei calcinacci, dei vetri, rumori violentissimi di ferro”.

Alcuni detenuti si arrampicano sui muri di cinta “come dei ragni”, dirà un’infermiera; altri recuperano martelli e picconi dal deposito degli attrezzi, spaccano tutto, bruciano materassi; certi provano a evadere. Una delle situazioni peggiori è nella farmacia, assaltata in cerca di psicofarmaci e metadone. Le due infermiere che stanno preparando le terapie – mille in un solo giorno – si barricano in una stanza accanto e dopo una trattativa sono accompagnate fuori dagli stessi detenuti. Una dirà alla polizia: “Il metadone ed altri farmaci erano contenuti all’interno di una cassaforte (…) All’atto di uscire era perfettamente integra e nessun farmaco era stato dalla stessa prelevato”.

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Il dettaglio della chiusura della cassaforte è centrale. La procura lo prende per buono e nella richiesta d’archiviazione dice che la chiave è custodita “in separata cassetta di sicurezza”, che “i rivoltosi, nella loro furia, sono riusciti a scovare ed a forzare”. Ma la ricostruzione non convince Luca Sebastiani, avvocato dei familiari di due delle vittime di Modena. Nella sua opposizione all’archiviazione fa notare che le infermiere non hanno mai detto di aver chiuso la cassaforte né di aver messo le chiavi in una cassetta di sicurezza. Del resto, la cassetta si sarebbe trovata “in altra stanza, alla quale peraltro non avevano accesso perché c’erano i rivoltosi”. Secondo Sebastiani la cassaforte “ragionevolmente non era chiusa a chiave”, fatto grave perché anche durante una rivolta “è richiesta la messa in sicurezza di tutto quanto, ipoteticamente, risulti pericoloso per la salute o per la vita stessa”. Il giudice per le indagini preliminari ha però rigettato l’opposizione “per insussistenza di alcuna ipotesi di responsabilità”. L’assalto alla farmacia non è l’unico punto poco chiaro. Quello che succede dopo è ancora più contraddittorio.

Atto secondo: tre versioni

Hafedh Chouchane è un tunisino di 36 anni a cui manca poco per uscire. A raccontare la sua storia è il fratello Ahmed da Mahdia, in Tunisia, la città dove sono nati. “Hafedh è arrivato nel 2005 a Desenzano, in provincia di Brescia, per lavorare come cameriere”, dice, “poi nel 2008 è scoppiata la crisi e l’hanno licenziato”. Finisce a raccogliere pomodori nelle serre di Pozzallo e infine a vendere pesce a San Benedetto del Tronto. “Ma non ce la faceva e si è messo a spacciare”, dice il fratello.

Dal 2017 gira diverse galere e vede la sua salute mentale e fisica implodere, come migliaia di altri: in Italia un terzo dei detenuti è in carcere per reati legati alla droga; quasi uno su dieci ha problemi psichiatrici gravi e circa uno su tre prende antipsicotici o antidepressivi, dice l’associazione Antigone. Chouchane è dipendente da eroina e cocaina; in cella ingerisce pile e una lametta; i medici certificano “disturbi psichici”; nel 2019 si cuce le labbra per protesta; nel 2020 si fa diversi tagli sulle braccia. “L’ultima volta che l’ho sentito mi ha detto che la galera lo soffocava”, dice Ahmed. Piange quando cerca di ricostruire le ultime ore del fratello.

Quello che è sicuro è che Chouchane beve del metadone poco dopo l’inizio della rivolta. Ma sui momenti successivi le versioni citate nella richiesta d’archiviazione sono addirittura tre. In una, il comandante della penitenziaria dice che “alle ore 19.30 circa” alcuni detenuti lo portano “fino al passo carraio interno della portineria centrale dell’istituto poiché non stava bene”. Fuori i medici del 118 “ne constatavano il decesso” alle 20.20: non è chiaro cosa sia successo in quei cinquanta minuti. In un’altra, lo stesso comandante dice che il corpo è lasciato “al piano terra delle scale riservate al personale di polizia”. Un detenuto che ha aiutato Chouchane racconta invece che si è sentito male poco dopo l’inizio della rivolta e di averlo portato subito, non alle 19.30, “giù al piano terra, alla rotonda”. “Com’è possibile che ci sono tutte queste versioni, qual è la verità?”, si chiede Ahmed Chouchane.

Intermezzo

“Le carceri sono concepite per far sì che la sorveglianza sui detenuti possa essere esercitata al massimo livello. Ciò non toglie che l’incontrollabile sia costantemente presente. Quando raggiungono il limite estremo della disperazione, gli esseri umani trovano la saggezza, oppure sfuggono a ogni controllo. L’incontrollabile e la saggezza sono rinchiusi in una stessa cella, dietro la stessa porta della disperazione assoluta”. John Berger, Modi di vedere (Bollati Boringhieri 2004).

Atto terzo: il rischio eccentrico

La morte di Chouchane “avrebbe dovuto mettere in allerta medici e autorità sulle overdosi che da lì a poco si sarebbero potute verificare”, sostiene Simona Filippi, avvocata dell’associazione Antigone.

Filippi e Antigone, che ha chiesto di essere riconosciuta come parte civile al processo sulle morti, ricordano che “l’overdose da metadone è ‘raramente istantanea’”. Possono passare ore, ma anche più di un giorno, e possono esserci delle ricadute. Eppure, dopo i primi soccorsi molti detenuti sono rimandati in cella, dove probabilmente hanno nascosto metadone e farmaci. Ma le perquisizioni, si legge nella richiesta d’archiviazione, non hanno l’obiettivo di “tutelare colui che fa ingresso in carcere”. Devono piuttosto evitare “di mettere a repentaglio la sicurezza dell’istituto”. Servono insomma a proteggere il carcere, non le persone. È una logica simile a quella dietro al cosiddetto rischio eccentrico citato dal giudice che ha archiviato tutto, e che prevede che in una situazione eccezionale come quella di Modena, l’amministrazione non sia più obbligata a garantire la sicurezza dei detenuti.

Tra quelli rispediti in cella c’è anche Ali Bakili. Cinquantatré anni, tunisino, Bakili è cardiopatico e ha bisogno di “ossigeno liquido per 24 ore al giorno”, si legge nel suo fascicolo. “Mio fratello era malato fin da bambino”, dice Zina Bakili, sessant’anni, da trentacinque in Italia. La donna racconta che Bakili la raggiunge a metà degli anni novanta a Varese. Per un po’ lo ospita e l’equilibrio regge, il fratello l’aiuta quando non lavora come imbianchino. “Poi ha cominciato a bere e a frequentare persone con cui si drogava”. Arrestato per spaccio, sconta i domiciliari dalla sorella, che ogni giorno lo accompagna al centro per disintossicarsi. Sembra rimettersi in piedi, ma una sera sparisce. “Poteva essere il 1998-1999, da allora non l’ho più visto, avevo sue notizie da mio fratello Yusuf”, dice la donna.

Il carcere Sant’Anna di Modena. (Francesco Cocco, Contrasto)

In tutti quegli anni Ali Bakili entra ed esce di galera. L’ultima volta lo arrestano per rissa ad Ariano Irpino, dove fa il posteggiatore irregolare. Yusuf Bakili racconta di aver provato a tirarlo fuori: “Vivo a Napoli e gli avevo affittato una stanza qui per i domiciliari, ma alla fine ci hanno detto di no”. Ad Ariano Irpino Bakili si taglia braccia e gambe contro la detenzione, poi lo trasferiscono a Modena. Al Sant’Anna ingerisce due pile. Il 4 febbraio 2020, si legge negli atti d’indagine, i medici scrivono: “Le attuali condizioni di salute del detenuto sono incompatibili con il regime detentivo”.

Ali Bakili però resta dentro e, nonostante abbia sospeso il metadone nel 2015 “senza apparenti ricadute”, come è riportato nel suo fascicolo, l’8 marzo vi si attacca fino a stare male. Lo visitano ma sulla sua scheda sanitaria la firma è di una dottoressa che nella sua testimonianza dice che il suo nome è scritto male e che nega addirittura di averla compilata.

Un medico del 118 lo vede di nuovo il 9 marzo, sempre per overdose. Sostiene di avergli dato dei farmaci per farlo riprendere, ma le consulenti della procura dicono ai pubblici ministeri: “Non risulterebbe essere stata effettuata la somministrazione degli antidoti”. Le indagini ipotizzano che in cella Bakili beva dell’altro metadone. Lo trovano morto l’indomani intorno alle 11.

“Su quello che è successo nessuno è stato chiaro”, dice Zina Bakili. Yusuf Bakili racconta che il consolato di Napoli “non mi ha fatto entrare per il covid, mi hanno detto al citofono che Bakili era morto”. Le notizie che i fratelli riescono ad avere sono tutte così: al telefono, al citofono, a mezza bocca. Zina Bakili dice che è una delle cose che le fa più male.

Atto quarto: le violenze

Nella notte in cui Bakili muore le autostrade sono deserte per via delle restrizioni stabilite dal governo. A interrompere il buio sono in gran parte le luci dei mezzi della polizia che trasportano centinaia di detenuti da un carcere all’altro. Da Modena sono trasferite 417 persone. Partono nonostante non ci siano i documenti che attestino le visite mediche, come previsto dalla legge. “Il dato formale della mancata compilazione”, scrive la procura nella richiesta d’archiviazione, “non poteva certamente impedire le operazioni di trasferimento”.

Quarantuno finiscono ad Ascoli Piceno, a 367 chilometri di distanza. Tra loro c’è anche Salvatore Piscitelli. Quarant’anni, cresciuto a Saronno ma originario di Acerra, Piscitelli è in carcere per aver rubato e usato una carta di credito. È l’ultimo di una serie di furti compiuti fin da ragazzo, cioè da quando ha cominciato ad avere problemi di dipendenza. Un ex detenuto che preferisce restare anonimo dice: “Non era un violento, ha fatto tante piccole cazzate, sempre per pagarsi la roba. I suoi li aveva persi da piccolo ed era cresciuto con la nonna in una situazione non proprio fortunata”. Piscitelli trova un equilibrio grazie a un corso di teatro nel carcere di Bollate, a Milano, e a due comunità di recupero. Si tiene lontano dai guai fino al furto della carta di credito, fino a Modena, fino alla rivolta.

Ad Ascoli Piceno arriva alle 12.25 del 9 marzo, lo visitano alle 2.30 e poi negli atti che lo riguardano ricompare alle 13.20, quando gli agenti si accorgono che non risponde. Portato in ospedale, “il sanitario di turno alle 17.25 constatava il decesso” per “stato di coma avanzato da verosimile intossicazione da farmaci”.

Le diciassette pagine del sottofascicolo su di lui aggiungono poco o nulla. Il medico che lo visita ad Ascoli alle 2.30 scrive che non c’è “niente da rilevare” e che è in “apparente buona salute”. Ma alcuni detenuti trasferiti con Piscitelli dicono che non è così. Mattia Palloni è stato suo compagno a Modena e nella sua testimonianza racconta che non hanno partecipato alla rivolta, ma che una volta nel piazzale del carcere ha visto “Piscitelli ricevere una bottiglia di metadone” e bere. Già nel viaggio per Ascoli “assumeva uno stato di torpore”. Nell’istituto marchigiano i due sono separati e Palloni perde di vista il compagno. Dopo aver chiesto di essere messi di nuovo insieme, lo ritrova in cella privo di coscienza.
Non sono le uniche cose che Palloni racconta. Insieme ad altri quattro ha firmato un esposto in cui dice di aver visto gli agenti prendere “a colpi di manganellate al volto e al corpo” detenuti “in palese stato di alterazione psicofisica”. Aggiungono di essere stati “picchiati selvaggiamente e ripetutamente”. Lo sarebbe stato anche Piscitelli. La mattina dopo l’arrivo ad Ascoli “emetteva dei versi lancinanti (…) qualcuno sentì un agente dire ‘fatelo morire’”.

Tra i firmatari dell’esposto c’è Claudio Cipriani, anche lui in carcere per reati legati alla droga. Al telefono la madre Annamaria dice che “si è esposto perché vuole giustizia”. In una chiamata “mi ha detto che Piscitelli lo avevano trascinato loro perché non si reggeva in piedi. E che li hanno picchiati”. Su queste presunte violenze la magistratura sta indagando e nonostante siano passati due anni non c’è un rinvio a giudizio né un’archiviazione: il tempo sospeso della galera ha allungato la sua ombra sulle inchieste.

Epilogo

Nel 2019 nel carcere Sant’Anna quattro detenuti rubano dodici uova durante un corso di cucina. Le uova sono crude, vietate dal regolamento: la galera ha di questi regolamenti, metodici nella follia. La procura chiede l’assoluzione, ma il tribunale dopo due anni condanna ciascuno a due mesi e venti giorni. È la stessa giustizia che archivia nove morti in due pagine e mezza, e imbastisce un processo per dodici uova.

Da sapere
Le vittime

I detenuti morti di Modena sono: Slim Agrebi, Erial Ahmadi, Ali Bakili, Hafedh Chouchane, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu, Lofti Ben Mesmia, Salvatore Piscitelli, Abdellha Rouan. Al Dozza di Bologna è morto Haitem Kedri. A Rieti sono morti Carlo Samir Perez Alvarez, Marco Boattini, Ante Culic.


Per approfondire

Da leggere: gli articoli di Lorenza Pleuteri su osservatoriodiritti.it, giustiziami.it e la Repubblica; i dossier online del comitato Verità e giustizia.
Da vedere: Anatomia di una rivolta di Maria Elena Scandaliato e Giulia Bondi con Raffaella Cosentino, su Raiplay; Il carcere al tempo del virus di Bernardo Iovene per Report.