L’urlo della Terra, poderoso, acusticamente invasivo, è stato reso innocuo da decenni di sviluppo industriale. Ma in questa zona dell’alta val di Cecina, al confine tra le province di Pisa e Grosseto, alcune atmosfere possono ancora sembrare surreali e ricordare quelle di un paesaggio lunare. Fumi che emergono dal sottosuolo, bollenti vapori bianchi, fumarole, lagoni, geyser. Siamo nella cosiddetta valle del Diavolo, epicentro geotermico, dove da più di un secolo si utilizza la risorsa del vapore naturale per creare energia elettrica.

Un luogo considerato già nell’antichità tanto spettrale e inospitale che Dante Alighieri – la leggenda vuole che si sia ispirato a queste terre per la rappresentazione dell’inferno – lo descriveva così nelle Rime petrose: “Versan le vene le fummifere acque / per li vapor che la terra ha nel ventre, / che d’abisso li tira suso in alto”.

Oggi, al contrario, questa ambientazione infernale, simboleggiata dalle colonne di vapore che si sprigionano dalle fessure del terreno, si è trasformata in un’attrattiva turistica che tiene insieme fonti rinnovabili e turismo sostenibile. E che coinvolge anche il settore enogastronomico, motore di una nuova rinascita del territorio.

Acido borico

Un tour della valle del Diavolo deve cominciare da Larderello, frazione del comune di Pomarance. Il posto deve il nome e la sua fama a François Jacques de Larderel, un giovane imprenditore francese che arrivò a Livorno nei primi dell’ottocento al seguito di Napoleone e si lanciò nel business dell’acido borico dando il via, nel 1818, alla sua produzione industriale. “La svolta avvenne nel 1827, quando Larderel fece costruire il lagone coperto”, racconta Giorgio Simoni, tecnico specializzato della Enel Green power – la società che in Toscana possiede 34 centrali geotermiche che producono più del 30 per cento del fabbisogno elettrico regionale – e anche autore di apprezzati libri gialli ambientati nella valle. “Era una cupola in muratura su un lagone naturale, che ne raccoglieva il vapore facendolo uscire a una pressione sufficiente per alimentare le caldaie di evaporazione delle acque boriche”.

L’affascinante storia di questo territorio può essere ripercorsa visitando il Museo della geotermia di Larderello, che racconta il fenomeno geotermico di questa regione e i suoi sviluppi industriali. L’esposizione segue un percorso multimediale che parte dagli antichi etruschi, i primi a utilizzare per scopi farmaceutici i sali borici trovati cristallizzati ai bordi dei lagoni naturali, fino ad arrivare all’esperimento rivoluzionario del principe Piero Ginori Conti, ultimo discendente della famiglia Larderel, che nel 1904 riuscì nell’impresa di accendere cinque lampade con un motore a pistoni alimentato da fluidi geotermici, producendo per la prima volta al mondo energia elettrica con il vapore.

Per ricordare come doveva essere un tempo l’urlo della Terra, la visita termina con l’apertura del soffione dimostrativo, dalla quale si eleva un’alta colonna di vapore accompagnata da un sibilo assordante. Uscendo dal museo si noteranno in lontananza tre torri refrigeranti illuminate, al calar del sole, dalle raffigurazioni dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso, una delle tante iniziative ideate per celebrare (fino a settembre 2022) i settecento anni dalla morte di Dante Alighieri. Della quarta torre invece resta solo il basamento – la sovrintendenza vieta di abbatterle in quanto esempio di archeologia industriale – ed è stata trasformata in una sorprendente arena geotermica che ospita, ad agosto, una delle tappe del festival delle Colline geotermiche, un evento diffuso di drammaturgia contemporanea.

Nel profondo della Terra

L’altra tappa imprescindibile del giro si trova a Monterotondo Marittimo, a una ventina di chilometri più a sud, dove ha sede il parco delle Biancane, che a sua volta fa parte integrante del parco delle Colline Metallifere, geoparco Unesco dal 2010. La visita al museo Mubia, complementare a quello di Lardarello, offre una sorta di viaggio virtuale nelle profondità della Terra. Dopo la visita si può percorrere un sentiero escursionistico di 2,5 chilometri, dove la geologia incontra la geotermia: lungo il cammino si assiste a tutta una serie di manifestazioni superficiali geotermiche, tra sbuffi di vapore, fumacchi e sorgenti, fino a giungere al cospetto del lagone naturale, attivo, con l’acqua fangosa e in continuo gorgoglio per effetto dei gas provenienti dal sottosuolo. Ma la parte ancora più sorprendente si trova poco più avanti, quando si arriva nell’area dove affiorano rocce bianchissime. Sono i cosiddetti “diaspri lisciviati”, che danno il nome al parco, il cui sbiancamento è dovuto alla forte presenza di acido solfidrico del suolo e all’aggressività dei fluidi geotermici. Uno spettacolo lunare.

A metà del percorso escursionistico una deviazione invita a seguire l’anello delle terre calde di Monterotondo e Sasso Pisano. È un sentiero tra i boschi che in poco meno di cinque chilometri collega, scavallando dalla provincia di Grosseto a quella di Pisa, il parco delle Biancane con quello delle Fumarole, l’altro punto panoramico dove poter osservare manifestazioni naturali come le solfatare, emissioni di vapore acqueo, anidride carbonica e idrogeno dalla cui ossidazione si formano cristalli di zolfo. Il parco è chiuso dal 2013 ma prenotando in anticipo si possono organizzare visite guidate.

Artigianale e rinnovabile

Appena dietro il parco delle Fumarole ha sede Vapori di birra, un birrificio che fa parte della Comunità del cibo a energie rinnovabili, nata nel 2009 grazie a un’intesa tra Slow food Toscana, la Fondazione Slow food per la Biodiversità e CoSviG. Il birrificio è diventato nel tempo un centro di attrazione, grazie alla particolarità di sfruttare i vapori geotermici per la produzione. Ad aprirlo è stato nel 2014 Edo Volpi, un ex dipendente Enel in pensione. “Invece di utilizzare combustibili fossili”, racconta la figlia Chiara, “usiamo il vapore per gli ambienti e per i processi di ammostamento e bollitura, risparmiando energia ed evitando di emettere in atmosfera quattro chili di CO2 ogni ettolitro di birra”.

La passione per questo territorio si evince anche dal nome delle birre: Sulfurea, Ipagea, Magma. Ma sono in molti da questi parti ad aver scommesso sul binomio lavorazione artigianale/fonti rinnovabili. Come Mario Tanda, che nel suo caseificio Podere Paterno ha bandito la caldaia a gasolio e utilizza solo il calore geotermico per la lavorazione del formaggio. Difficile andar via dal suo regno senza aver provato il pecorino affinato sotto pepe.

Alcuni libri del cinquecento raccontano che in questa zona c’erano le migliori acque curative d’Italia. Peccato che tutti gli impianti termali siano chiusi da decenni e molti degli edifici lasciati abbandonati.

Ma non è una novità: in questa singolare regione l’ingegno umano non sempre riesce a stare al passo con le meraviglie della natura.

Info
Dove dormire

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