La pietra bianca, gli ulivi secolari, gli odori selvatici, il vento – che non sai mai se sarà tramontana o scirocco. E poi quella lentezza secolare, che più si scende verso sud più diventa uno stato d’animo con cui bisogna fare i conti.

Dicono che andando in bicicletta non ci sia spazio per la malinconia. Forse perché non c’è il tempo di voltarsi indietro quando si tiene lo sguardo proteso verso l’orizzonte. Ma questo detto è messo a dura prova dalla selvaggia bellezza del Salento, un luogo “spaccato dal sole e dalla solitudine”, come scriveva l’etnologo Ernesto De Martino in La Terra del rimorso, la sua famosa monografia del 1959. Anche se da decenni ormai la solitudine di questa regione d’estate convive felicemente con la cultura dell’edonismo.

Difficile trovare un mezzo migliore della bicicletta per esplorare il territorio. A pedalata lenta, senza fretta, magari schivando gli affollati weekend di luglio e agosto. Non ci sono piste ciclabili di lunga percorrenza in Salento ma non ce n’è bisogno: basta farsi trascinare dal vento e inseguire la linea costiera, dall’Adriatico allo Ionio, in un susseguirsi di colori e scenari che sorprendono e cambiano di continuo. Un viaggio semplice, che richiede un piccolo impegno alla portata di tutti – i borghi sono ravvicinati, quindi una sosta è sempre dietro l’angolo – tra calette caraibiche, canyon, grotte, torri di guardia, piscine naturali e insenature selvagge. Qualcosa di molto simile a un paradiso, insomma. Uno degli itinerari consigliati fa un percorso circolare in 4 tappe, per un totale di 220 chilometri.

Lecce-Otranto

Lasciando Lecce si percorrono stradine rurali in direzione Otranto, inoltrandosi in una campagna urbanizzata. La comparsa dei primi muretti a secco, appena superato un cavalcavia, indica che si è già fuori città. Dopo pochi, silenziosi chilometri tra gli ulivi resi fragili dal batterio Xylella, ci si trova davanti al borgo fortificato di Acaya, con le sue mura cinquecentesche. Subito dopo si entra nell’oasi del Wwf Le Cesine: è una riserva naturale di 350 ettari e un piccolo paradiso vietato alle macchine. Da lì si arriva direttamente al mare, nella zona delle marine di Melendugno, dove ci sono alcune delle più belle insenature di tutto il Salento, dalla Grotta della Poesia all’arco degli innamorati. Rinunciare a un bagno da queste parti sarebbe da pazzi. Siamo nella zona tra San Foca e Torre dell’Orso, da cui partì la cosiddetta rinascita salentina: esattamente trent’anni fa, infatti, alcuni ragazzi occuparono una masseria vicino San Foca, La Mantagnata, attirando studenti da tutta Italia e trasformando quel luogo in una sorta di Woodstock nostrana, tra mare, musica raggae, rime improvvisate e concerti. La Giamaica d’Italia stava prendendo forma.

Si prosegue lungo la costa, alternando litoranea, stradine secondarie e sterrati a strapiombo sul mare, fino a quando la vista dell’imponente castello aragonese indica che si è arrivati nei pressi di Otranto, il punto più a est d’Italia. Fino al 2 novembre la città ospita Altre Americhe, un’imperdibile mostra di Sebastião Salgado, inedita in Italia, che racconta il suo primo grande progetto fotografico in America Latina tra il 1977 e il 1984.

Otranto-Santa Maria di Leuca

Questa è la tappa più insidiosa, per l’alternarsi di discese e piccole salite, anche se mai troppo impegnative. Ma è anche la più scenografica, con la strada in leggera quota che segue il profilo sinuoso e frastagliato della costa. Sono solo cinquanta chilometri ma bisogna guadagnarseli. La prima sosta arriva dopo pochi chilometri ed è una delle classiche cartoline salentine: la ex cava di bauxite chiusa nel 1976 e oggi nota per il contrasto tra le acque verdi smeraldo del laghetto di acqua dolce e il rosso dei calanchi scavati dalle piogge meteoriche. Si riprende la litoranea, si supera il faro di Punta Palascia – da cui, si dice, nelle giornate più limpide si vedono le montagne dell’Albania – e in breve si raggiunge il pittoresco centro di Porto Badisco, uno dei luoghi ipotizzati come primo rifugio di Enea in fuga dalle rovine dell’antica città. Ma prosaicamente conosciuto anche per i leggendari panini del bar Da Carlo, tra i migliori di tutta la costa adriatica. Da qui in avanti è un susseguirsi di soste quasi obbligatorie: dalla grotta carsica di Zinzulusa - difficile non fare almeno un tuffo - al borgo di Castro, con le sue terrazze e i giardini fioriti, dalla piscina naturale di Marina Serra allo stupefacente Ciolo, un piccolo canyon che si tuffa nell’Adriatico. Fino alla destinazione finale: Santa Maria di Leuca, che i romani chiamavano De finibus terrae. La quintessenza della terra salentina.

Santa Maria di Leuca-Gallipoli

Per la prima volta dall’inizio del giro si punta verso nord. Se non si ha la sfortuna di trovare vento contrario questa tappa è poco più di una semplice passeggiata marina, con il conforto del mare sempre sulla sinistra. Ci si lascia alla spalle le eleganti ville liberty di Santa Maria di Leuca e subito ci si ritrova a pedalare sul lungomare, giusto in tempo per ammirare il paesaggio dal promontorio di Punta Ristola. Poi lo scenario cambia e la costa rocciosa lascia spazio alle lunghe e bianche spiagge caraibiche, fondali bassi, sabbia finissima, altra immagine simbolo della rinascita salentina. Ma il tratto più interessante arriva dopo Torre Mozza, quando si entra nel parco naturale regionale Litorale di Ugento, pedalando a due passi dal mare lungo il ciclopercorso dei bacini, realizzati nella prima metà del novecento per bonificare le paludi che caratterizzavano questo tratto di costa. C’è ancora tempo per un bagno in una delle più belle spiagge di tutto il Salento, Punta della Suina, all’interno di una riserva naturale, prima di percorrere gli ultimi chilometri, superare la ciclabile di Baia verde e giungere in prossimità del ponte di Gallipoli. La passeggiata al tramonto lungo le mura della città vecchia vale gran parte del viaggio.

Gallipoli-Lecce

e pedalando in riva al mare. Si oltrepassa la località di Rivabella, il Lido delle Conchiglie e si giunge al piccolo borgo di Santa Maria al Bagno, dove c’è una delle più belle spiagge urbane d’Italia. Se c’è tempo, vale la pena di fermarsi a visitare il museo della Memoria e dell’Accoglienza, dedicato agli ebrei che si rifugiarono in questa zona del Salento tra il 1943 e il 1947. Merita poi un’ultima sosta marina, poco più avanti, l’incontaminato parco naturale di Porto Selvaggio. A quel punto si abbandona la costa verso l’interno e si punta su Nardò, una piccola Lecce, con il suo centro storico di pietra bianca, le bellissime chiese e l’elegante piazza Salandra a fare da salotto urbano.

E poi è ora di chiudere il giro. Da Nardò si seguono le indicazioni per Copertino e poi si punta diritti su Lecce, facendo attenzione a non prendere la tangenziale. L’ultimo tratto di strada è più monotono dei precedenti, ma le bellezze della capitale del barocco pugliese ripagheranno di ogni chilometro di fatica.

Info
Dove dormire

Masseria Panareo In una posizione incantevole lungo il tratto di costa tra Otranto e Porto Badisco, quest’antica masseria è immersa tra la macchia mediterranea e il mare blu cobalto
masseriapanareo.com

La Bella Lecce In pieno centro a Lecce, ma in posizione defilata, ha stanze sobrie e moderne con un tocco di personalità
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Corte Casole A Gallipoli, antiche abitazioni di pescatori riadattate a B&b ispirandosi alla tradizione locale, con una bellissima corte interna
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