“Il 7 ottobre ci sarà un processo per violenza carnale di cui è stata vittima una ragazza. Per una volta ancora, come tutte le donne che hanno subìto violenza e che hanno avuto il coraggio di denunciarla, Alma dovrà comparire davanti ad un giudice per spiegare, motivare, discolparsi della sola colpa di essere donna. Come sempre succede in questi casi è la donna a subire il processo per ‘essersi fatta violentare’: come sempre, da vittima diventa colpevole”. Era il 1976 e così recitava il volantino che i movimenti femministi di Verona distribuirono in città poco prima dell’inizio di un processo per stupro.

Non un processo per stupro qualunque: il primo che diventò anche politico e pubblico, il primo in cui una donna da oggetto della violenza diventò soggetto di un’accusa che andava oltre quella rivolta ai suoi stupratori e denunciò, soprattutto, la violenza maschile contro le donne in tutte le sue forme, a partire da quella agita nelle aule dei tribunali. Fu il primo processo per stupro in cui un collegio giudicante venne ricusato per maschilismo e in cui la sentenza riconobbe il movimento femminista come soggetto collettivo da risarcire. Fu la prima volta, infine, che un processo per stupro arrivò in parlamento e che quello che accadeva nelle aule dei tribunali entrò nelle case di tutti, attraverso la televisione.

La Rai lo raccontò in prima serata il 26 ottobre del 1976 in un lungo documentario intitolato Scatola aperta. Contrariamente a quel che si pensa, e si sa, il primo filmato di un processo per stupro non fu quello di Latina, che diventò sì molto più celebre, ma che fu realizzato tre anni dopo.

Anche nei testi di storia del femminismo italiano i riferimenti alla vicenda di Verona sono scarsi. Nadia Maria Filippini, tra le fondatrici della Società italiana delle storiche, l’ha ricostruita in un libro intitolato Mai più sole. Contro la violenza sessuale, pubblicato quest’anno da Viella. Filippini ha usato fonti diverse, per la maggior parte inedite: i giornali dell’epoca, le fotografie, alcune trasmissioni radiofoniche e televisive, il fascicolo processuale, gli archivi del movimento delle donne, i volantini prodotti, i manifesti, ma soprattutto i racconti diretti delle protagoniste di quella lotta.

Un fatto politico

Lo stupro avvenne in una sera di giugno. Lungo una stradina della campagna veronese, una studente, minorenne, stava rientrando a casa con il suo ragazzo. All’improvviso, dagli alberi, uscirono due uomini. Ferirono lui, presero lei, la trascinarono verso un’auto parcheggiata poco lontano e dopo aver percorso qualche chilometro la stuprarono e le intimarono di non dire niente. Alma (così, con uno pseudonimo, viene chiamata la giovane donna al centro della vicenda) fu soccorsa da alcuni contadini. Nel frattempo il ragazzo ferito, prima di finire in ospedale, riuscì a dare l’allarme e scattarono subito le ricerche.

Nell’aula del tribunale di Verona durante il processo. (Archivio Uliano Lucas)

Il mattino successivo cominciarono gli interrogatori, i sopralluoghi, la ricerca dei responsabili, e tutto confermava la versione di Alma e quella del testimone ferito. Eppure, fin dall’inizio, il sospetto dei carabinieri ricadde su di lei. Andarono alla ricerca di contraddizioni, insinuarono una sua accondiscendenza o complicità con gli aggressori, le chiesero se fosse vergine prima dello stupro.

Lo raccontò lei stessa, in un’intervista: “Il maresciallo mi imputava la mia incapacità di azione e faceva delle assurde ipotesi chiedendomi se non era stata una mia scappatella. Oppure se io conoscessi gli stupratori o se avessi organizzato io il tutto per giustificare una mia probabile gravidanza. Cercai di difendermi e provai, dopo una visita dal ginecologo che non ero affatto incinta. Allora il maresciallo disse che potevano esserci altri motivi, come per esempio che io avessi voluto lo stupro per poter lasciare il ragazzo che era con me, mi chiesero come mai non reagii nemmeno durante il coito, mi dissero che se una donna non vuole che avvenga il rapporto sessuale, per costringerla bisognerebbe legarla, insinuando che in fondo avevo voluto io il rapporto. Mi chiesero anche se ero vergine. Questa domanda mi impressionò molto, così come i loro sguardi che sembravano dimostrare chiaramente quali erano i loro valori”.

Le domande dei carabinieri, spiega Filippini nel libro, non erano affatto qualcosa di straordinario, come pure quelle dei giudici durante il processo. Il Codice Rocco, promulgato durante il fascismo, considerava la “violenza carnale” come un reato contro la moralità pubblica e il buon costume. E distingueva tra “violenza carnale” e “atti di libidine violenta” rendendo necessario appurare le modalità dell’atto sessuale per verificare se ci fosse stata o meno penetrazione, e in quali forme. E nel caso di “congiunzione carnale” doveva essere provato che ci fosse stata violenza, che non ci fosse stata provocazione da parte della donna e che il corpo di lei ne portasse i segni: il suo corpo “diventava esso stesso corpo del reato”, scrive Filippini. Per tutte queste ragioni già allora le vittime non denunciavano quasi mai le violenze subite, consapevoli che sul banco degli imputati ci sarebbero finite loro.

Aprirsi al racconto e all’ascolto delle altre portò Alma a scoprire che il suo personale non solo era collettivo, ma era anche politico

Il silenzio sarebbe calato anche sullo stupro di Alma se lei “non fosse stata una ragazza particolarmente determinata, se non fossimo alla metà degli anni settanta a meno di un anno dal delitto del Circeo, e se il movimento femminista veronese non avesse deciso di avviare su questo caso una battaglia politica”, dice Filippini. Alla metà degli anni settanta, il femminismo dopo la lotta contro lo sfruttamento economico e l’esclusione dai diritti politici e civili affermò che alla radice del predominio maschile c’era una supremazia nella sfera della sessualità e della riproduzione. La radice del problema era la servitù sessuale. E questa consapevolezza trovò, rispetto al passato, canali e modalità diverse da quelle che si erano viste fino ad allora.

Il personale diventò politico, si cominciò a praticare l’autocoscienza, l’esplorazione del proprio corpo, si misero a fuoco le esperienze per farne pensiero. E le idee cominciarono a circolare da paese a paese, anche sulla base di obiettivi pratici e comuni: l’accessibilità dei mezzi di contraccezione, la richiesta di legalizzazione o depenalizzazione dell’aborto, i consultori femministi, le case per donne maltrattate.

In Italia il delitto del Circeo fu determinante per la politica del movimento femminista: mostrò in maniera eclatante l’altra violenza subita dalle donne, quella agita all’interno delle istituzioni e dai cosiddetti rappresentanti della giustizia. L’anno del delitto, il 1975, il Collettivo femminista milanese di via Cherubini scrisse sul Manifesto un intervento dal titolo “La violenza dell’uomo sulla donna è di per sé un fatto politico”, in cui denunciava come la violenza sessuale non fosse un fatto privato o episodico, ma il sintomo di un dominio storico esercitato dall’uomo sulla donna. Al momento della notizia dello stupro di Alma, i movimenti femministi veronesi ripresero quelle posizioni offrendo alla giovane donna vicinanza, aiuto e mostrandole le loro pratiche e politiche di sorellanza. Fu l’inizio, per lei e per tutte, di un percorso imprevisto.

Aprirsi al racconto e all’ascolto delle altre portò Alma a scoprire che il suo personale non solo era collettivo, ma era anche politico. E quella sua nuova consapevolezza fu messa al centro del processo e della sua presa di parola. Non furono i particolari dello stupro che da quel momento in poi racconterà pubblicamente ma, con un’inversione del tutto inedita, il suo vissuto della violenza, l’individuazione delle sue cause e anche la violenza subita e reiterata nei luoghi della giustizia.

Nell’aula del tribunale di Verona durante il processo. (Archivio Uliano Lucas)

A due settimane da quella sera di giugno, gli stupratori di Alma furono individuati e rinviati a giudizio con quattro imputazioni: rapimento per fini di libidine, violenza carnale, atti osceni in luogo pubblico, lesioni personali nei confronti del ragazzo. Il movimento femminista veronese si strinse intorno ad Alma, e si espanse intorno a quella vicenda. Al nucleo originario che aveva accolto Alma si aggiunsero gruppi, collettivi, singole donne di diverse età, classe sociale e orientamento politico: tutte accomunate dal desiderio di agire collettivamente, di trasformare il processo in un momento di lotta e di denuncia pubblica. Per questo, la prima decisione fu quella di chiedere un processo a porte aperte: per essere accanto alla vittima, ma anche per affermare, con lei, l’esistenza di un soggetto collettivo che intendeva dichiararsi altrettanto coinvolto in ogni manifestazione della violenza maschile.

Interrogatorio umiliante

Mancando in città penaliste donne, fu scelto come avvocato Vincenzo Todesco, un uomo attento verso il movimento femminista e che con il movimento femminista aveva condiviso alcune battaglie in tribunale. La prima udienza si tenne il 7 ottobre. Nella piazza davanti al tribunale c’erano centinaia di donne che gridavano slogan e agitavano cartelli. Un enorme striscione diceva: “Stiamo insieme ora per non essere mai più sole!”. Anche l’aula e i saloni vicini erano pieni di manifestanti, di giornalisti di tutte le maggiori testate nazionali, di fotoreporter e radiocronisti di radio libere.

La difesa degli imputati fu da subito molto chiara: assoluzione per il reato di violenza carnale perché la vittima, non avendo opposto resistenza, era consenziente. Il dibattimento cominciò con una disanima da parte del tribunale della richiesta avanzata dall’avvocato Todesco: svolgere il processo a porte aperte e ammettere come testimoni alcune esponenti del movimento femminista, sociologhe, antropologhe, psicologhe, scrittrici e giornaliste conosciute a livello nazionale. Entrambe le richieste furono respinte e dopo una protesta si arrivò a una soluzione di compromesso: l’interrogatorio degli imputati e della parte lesa si sarebbe svolto a porte chiuse, mentre il dibattimento si sarebbe tenuto a porte aperte.

Il processo riprese, e anche se uno degli imputati ammise apertamente il reato, l’interrogatorio di Alma fu umiliante e offensivo. Lo riferì lei stessa in un’intervista a Repubblica: “Mi hanno fatto un sacco di domande, tutte umilianti e offensive: se sono stata spogliata con la forza o se mi sono spogliata da sola, se mi sono fermata a cercare i sandali; qual era la posizione delle mie gambe e come mai erano aperte e piegate. E ancora: abbracciavo gli imputati durante il coito? Ho smesso di fare resistenza ad un certo punto? Ho avuto precedenti rapporti sessuali? Alla fine mi sono sentita bagnata?”.

Mentre quella violenza si consumava in tribunale, fuori il collettivo femminista delle studenti veronesi metteva in scena uno spettacolo teatrale, un contro-processo in cui a ruoli rovesciati erano le donne a processare i principali responsabili dell’oppressione femminile: la Legge, la Chiesa, l’Uomo, la Medicina, l’Educazione, personificati da cinque figure incappucciate e vestite di nero. Le accuse contro di loro venivano presentate a turno da alcune ragazze nella folla che raccontavano disagi, soprusi e desideri repressi.

Per Alma e per tutte

Gli undici giorni che separarono la prima udienza dalla seconda furono fondamentali. I movimenti femministi cercarono di allargare la mobilitazione e di intensificare il rapporto con i mezzi d’informazione, cosa piuttosto innovativa per l’epoca. Furono organizzate conferenze stampa nei luoghi delle donne e i quotidiani nazionali dedicarono alla storia un grande spazio: riportando con accuratezza le dichiarazioni di Alma, il suo racconto, descrivendo anche il lavoro organizzativo del movimento. I giornali diventarono nella maggior parte dei casi – e sembra strano scriverlo oggi – degli alleati.

In quei giorni fu presa una decisione importante: chiedere a due avvocate femministe molto note, Maria Magnani Noya e Tina Lagostena Bassi, di rappresentare la parte civile. Vincenzo Todesco rimase al loro fianco, ma in una posizione secondaria e marginale, cosa che peraltro, commenta Filippini, “andava a rovesciare anche le implicite gerarchie di genere professionali”. Le due avvocate accettarono.

Durante il processo. (Archivio Uliano Lucas)

La seconda udienza cominciò il 18 ottobre. La folla delle donne nella piazza del tribunale era diventata una marea. Dentro, Lagostena Bassi e Magnani Noya presero subito parola per ricusare la corte dubitando della sua imparzialità e denunciando la posizione antagonista che aveva assunto verso Alma. L’istanza fu respinta, ma ne fu avanzata un’altra: un’eccezione di nullità per la prima seduta del processo e di rinnovamento parziale dell’interrogatorio della parte civile e degli imputati.

Anche questa seconda istanza non fu però accolta e le donne presenti non si tennero più: cominciarono a gridare slogan, ad agitare i cartelloni, ad alzare le mani facendo il gesto femminista della vagina. Il presidente ordinò di sgomberare l’aula e di proseguire il processo a porte chiuse, ma le manifestanti si rifiutarono di uscire. “Che cosa sia successo a questo punto non è molto chiaro: secondo le testimoni, le avvocate e vari cronisti, tra la folla si sarebbero infiltrati dei provocatori che avrebbero cominciato a spingere, insultare, colpire. Poi d’improvviso partì la carica della polizia, con scontri e ferite”, racconta Filippini. Anche l’avvocata Maria Magnani Noya fu colpita, come raccontò Tina Lagostena Bassi: “La ricordo piegata su sé stessa per il gran dolore al petto dove l’avevano colpita”.

Le sale del tribunale furono infine sgomberate e la porta rinchiusa a forza. “La carica della polizia ha cacciato a pugni e calci le donne da quel tribunale che esse stesse erano riuscite finalmente a rendere pubblico”, scrisse l’Unità. Le donne si riunirono in piazza e cominciarono un lungo presidio in attesa della sentenza.

Il processo intanto riprese, ma le avvocate di parte civile, Tina Lagostena Bassi e Maria Magnani Noya, con l’avvocato Vincenzo Todesco, Alma e suo padre, abbandonarono l’aula in segno di protesta per quanto accaduto. Depositarono semplicemente una memoria scritta con le loro conclusioni. Chiesero la condanna degli imputati al massimo della pena, ma soprattutto un risarcimento danni in sede penale di 1 lira simbolica (“La nostra sofferenza non si può ripagare con il denaro”, dirà Alma) e un risarcimento danni da definire e liquidare in sede civile e da devolvere al movimento femminista.

Dopo una breve camera di consiglio, nel tardo pomeriggio e in un’aula semivuota, la corte diede lettura della sentenza. Furono fondamentalmente accolte tutte le richieste fatte dal pubblico ministero (condanna degli imputati per tutti i reati contestati) e anche quelle avanzate dalle avvocate di parte civile. I due stupratori furono condannati a quattro anni e sei mesi di reclusione con interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, e al pagamento delle spese processuali. La corte accolse anche la richiesta di un risarcimento da “destinarsi ai movimenti femministi per la liberazione della donna”. E fu così indirettamente riconosciuto il movimento femminista come parte civile e anche la sua legittima battaglia contro la violenza. La piazza celebrò la vittoria.

Il processo ebbe delle ripercussioni anche in parlamento. Furono presentate delle interrogazioni su come era stato condotto il dibattimento e sul comportamento delle forze dell’ordine. Un’altra protesta fu portata avanti dai giornalisti e dal loro ordine professionale perché, come invece stabilito dal codice, gli era stato impedito di assistere alla lettura della sentenza.

Una risposta a tutto questo arrivò il 27 ottobre con un’iniziativa delle forze dell’ordine, come riportò un quotidiano: una denuncia nei confronti di alcune manifestanti per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale durante l’operazione di sgombero dell’aula del tribunale. La reazione del movimento fu radicale: come già accaduto nel caso dei processi per aborto all’inizio degli anni settanta, le femministe si autodenunciarono in massa per resistenza alle forze dell’ordine.

La mobilitazione veronese con Alma diventò, negli anni successivi, un modello di lotta per tutta l’Italia, ma anche all’estero. Nel codice penale, lo stupro sarà trasformato da delitto contro la morale e il buoncostume a delitto contro la persona solo nel 1996.