La procura di Rimini ha chiesto l’archiviazione dell’indagine sulle molestie denunciate da una donna durante l’adunata degli alpini dello scorso maggio a Rimini e a San Marino. “Purtroppo, si sparano sentenze senza avere alcuna prova e poi non si ha neanche il coraggio di chiedere scusa”, ha commentato il presidente dell’Associazione nazionale alpini (Ana), Sebastiano Favero. Commenti simili sono arrivati da politici, politiche e giornalisti che hanno parlato di “fango per nulla”, “bugie sulle molestie” o “polemiche montate ad arte”.

Secondo la procura non ci sono elementi per identificare gli autori delle violenze e le immagini fornite dalle telecamere di sorveglianza della zona sono parziali. Non coincide, dunque, con un giudizio di assoluzione né garantisce che le molestie non siano avvenute. Piuttosto, quell’unica denuncia e la sua archiviazione confermano una tendenza documentata nelle relazioni ufficiali del parlamento sulla violenza di genere: le donne preferiscono non denunciare e sono bassi i tassi di procedibilità e di condanna. Le due cose vanno insieme, se si considera l’assenza di una risposta efficace e rapida da parte delle forze dell’ordine e della magistratura e la persistenza di pregiudizi sessisti nei percorsi giudiziari quando si parla di violenza di genere. Basti pensare alla sentenza con cui la corte d’appello di Torino ha di recente assolto un uomo condannato in primo grado per stupro, giustificando l’aggressore con i comportamenti della vittima: aveva bevuto e l’aveva spinto a “osare”.

Quali scuse pretende il corpo degli alpini? Quelle di una donna che, denunciando, ha fatto esattamente quello che l’Ana aveva chiesto di fare per darle credito? O le scuse delle centinaia di donne che hanno raccontato le violenze e gli abusi subiti a Rimini? Pretende forse le scuse dei movimenti femministi? Con la loro raccolta di testimonianze, i movimenti femministi hanno voluto denunciare un sessismo strutturale, radicato e diffuso, che ha reso possibile quella violenza. Il sistema penale non è la strada per ottenere giustizia né può garantire prevenzione e protezione. L’istituzione giudiziaria, come scriveva negli anni settanta l’avvocata francese Odile Dhavernas, è “il terreno dell’avversario per eccellenza”. Quando il dito indica il patriarcato, denunce e condanne diventano solo un pezzo, marginale, della storia. Denunce e condanne non ci salveranno, e una richiesta di archiviazione non assolverà nessuno.