Prima che le cronache si riempissero di foto e racconti dal Vinitaly, il salone internazionale del vino e dei distillati che si tiene a Verona, i giornali locali si erano occupati per settimane di un presunto – ma, a detta dell’amministrazione, grave – problema di sicurezza pubblica: la presenza, in città, delle cosiddette baby gang.

Il primo comunicato del comune sulla questione è del 10 giugno 2020. “La nostra è una città presidiata per garantire sicurezza”, aveva dichiarato il sindaco Federico Sboarina. E quello è stato anche l’inizio della sua campagna elettorale, dedicata da lì in poi a sicurezza, decoro, degrado urbano e controlli nei “negozi etnici”. Cinque giorni dopo Sboarina, ex di Alleanza nazionale ed eletto nel 2017 come indipendente, ha annunciato il proprio ingresso in Fratelli d’Italia, partito con cui si presenta ora per un secondo mandato, sostenuto anche dalla Lega.

Un dibattito fermo

Verona, infatti, è una delle città italiane in cui il 12 giugno si voterà per rinnovare l’amministrazione comunale. Secondo un sondaggio condotto dalla società Arcadia nel gennaio 2021, il 29 per cento delle persone intervistate riteneva in quel momento positivo l’operato dell’amministrazione, il 47 per cento aveva invece espresso parere negativo. Sono numeri che non sorprendono Fiorenzo Fasoli, della segretaria provinciale di Rifondazione comunista, secondo il quale, “mentre la città diventava sempre più marginale, anche dal punto di vista economico, la maggioranza che la governava non si occupava affatto dei progetti di cui ci sarebbe invece stato bisogno”. La conseguenza è che i problemi con cui si arriva alle prossime amministrative sono quelli di quindici anni fa. Così come le soluzioni proposte.

E infatti Giulio Saturni, urbanista esperto di pianificazione territoriale, spiega che tra i principali problemi di Verona ci sono mobilità e traffico. Qui il 65 per cento della popolazione si sposta in auto o in moto, il trasporto pubblico è all’8 per cento e, pur parlando di una delle prime province turistiche d’Italia, mancano parcheggi di scambio. Inoltre, a differenza di città vicine come Brescia o Padova, dove sono state realizzate tramvia e metropolitana, a Verona manca ancora un sistema di trasporto pubblico di massa. Eppure, dice Saturni, “siamo ancora qui a parlare di traforo, un progetto vecchio di trent’anni che sposta il traffico ma non lo riduce, e di filobus, un progetto finanziato negli anni novanta ma che da allora non ha registrato grandi progressi”.

Quella che secondo Saturni rappresenta un’inefficienza cronica della pubblica amministrazione locale, ha prodotto conseguenze non solo sull’inquinamento dell’aria e sulla viabilità, ma anche di tipo economico su cittadine e cittadini. “Oggi”, spiega ancora l’urbanista, “si è obbligati a usare l’auto che costa e che influisce sul potere d’acquisto delle persone”. È mancata, a suo dire, “una visione a lungo termine che avrebbe permesso di fare, seppur con ritardo, almeno i primi passi verso una città più sostenibile e inclusiva”.
Il comune è stato invece molto attivo su altri fronti come, per esempio, il dibattito su foibe, aborto o famiglia tradizionale. Così, da quel comunicato del 2020 sulle baby gang, gli aggiornamenti sui controlli di minorenni che potenzialmente potevano farne parte sono stati continui e presentati con enfasi. Nel 2020 le identificazioni seguite a segnalazioni sono state 997, nei primi quattro mesi del 2021 sono state 299, e nei primi due mesi del 2022 sono state 778.

“È stato creato un clima molto pesante”, afferma Francesca Bragaja, segretaria provinciale della Confederazione unitaria di base (Cub) e attiva nei movimenti femministi veronesi. “Un’intera componente della cittadinanza”, aggiunge, “è stata automaticamente criminalizzata: i giovani, in particolare quelli che non si possono permettere di frequentare i bar del centro e che sono stati di fatto cacciati anche dagli spazi che erano ricavati all’interno della città”.

Solo repressione

Nel frattempo, da una classifica pubblicata sul Sole 24 Ore sull’indice della criminalità delle città italiane, è risultato che nel 2020 Verona era la più sicura tra quelle di pari dimensioni. L’opposizione ha accusato allora l’amministrazione di aver creato a tavolino un clima di allarme sociale sulla sicurezza, che semmai avrebbe dovuto riguardare il disagio giovanile e che, comunque, se fosse stato davvero così significativo, la stessa amministrazione avrebbe dovuto gestire con più efficienza. L’accusa è stata rivolta a Sboarina anche da Flavio Tosi, il “sindaco sceriffo” che ha governato Verona dal 2007 al 2017 e che, dopo l’uscita dalla Lega e una presunta svolta dorotea, si ripresenta alle elezioni del prossimo giugno, anche con il sostegno di Italia viva, il partito di Matteo Renzi.

“Il tema della sicurezza declinata solo in termini di repressione”, spiega Oreste Veronesi, tra i fondatori della rivista indipendente Malora, “si è rivelata un’arma a doppio taglio per l’attuale amministrazione, e anche un campo di contesa tra i principali candidati dell’area politica della destra e dell’estrema destra”. E infatti, ad allarme sociale ormai creato, criticata da una parte e dall’altra, l’amministrazione è stata costretta a ridimensionare toni e conclusioni. Nel febbraio 2022, nel resoconto della commissione del comune competente per le politiche della sicurezza, è stato dichiarato che un vero e proprio fenomeno baby gang, a Verona, non esiste.

La storia di Verona quale “laboratorio dell’estrema destra”, e la storia dell’alleanza dell’estrema destra veronese con l’integralismo cattolico, sono storie vecchie.

“Il tema della sicurezza declinata solo in termini di repressione”, spiega Oreste Veronesi, tra i fondatori della rivista indipendente Malora, “si è rivelata un’arma a doppio taglio per l’attuale amministrazione, e anche un campo di contesa tra i principali candidati dell’area politica della destra e dell’estrema destra”. E infatti, ad allarme sociale ormai creato, criticata da una parte e dall’altra, l’amministrazione è stata costretta a ridimensionare toni e conclusioni. Nel febbraio 2022, nel resoconto della commissione del comune competente per le politiche della sicurezza, è stato dichiarato che un vero e proprio fenomeno baby gang, a Verona, non esiste.

Incappucciati

Tra il racconto di un grave allarme per la sicurezza pubblica e la sua sostanziale sdrammatizzazione, si è inserito però un nuovo soggetto politico, “con gravi ricadute, a quel punto sì, sulla sicurezza nei quartieri e di chi li attraversa”, osserva ancora Veronesi.

Alcuni gruppi di estrema destra, abbandonata la priorità politica delle manifestazioni contro le restrizioni per contenere la pandemia, culminate negli scontri di piazza del 28 ottobre 2020, anniversario della marcia su Roma, hanno cominciato a organizzare quelle che loro stessi hanno definito “passeggiate” e momenti di “pubblica aggregazione”. Frasi come: “quelli con i riccioletti (…) in questa città non avranno mai spazio”, o: “Verona non sarà mai una banlieue”, hanno cominciato ad accompagnare foto sui social che mostravano in posa per la città gruppi di persone incappucciate, vestite di nero e con ombrelli impugnati come bastoni.

Roberto Bussinello, responsabile regionale di Casa Pound, ha spiegato – come riportato dal Corriere del Veneto – che le loro non erano ronde squadriste, come alcuni politici di opposizione e i movimenti antifascisti le avevano definite, ma “presidi”. “Le nostre ragazze e i nostri ragazzi”, questa era la tesi, “occupano gli spazi e li preservano per la città”.

Poco dopo, in pieno centro, si è verificata un’aggressione contro un diciassettenne che è finita con l’identificazione e con la perquisizione delle case di 23 militanti di Casa Pound e della sua formazione giovanile Blocco Studentesco. Di aggressioni se ne erano già verificate altre, e alcune di queste avevano portato alla perquisizione della sede veronese di Casa Pound. Un’altra ancora si sarebbe verificata di lì a poco.

Ma “da parte del sindaco o degli altri politici a lui vicini non c’è mai stata una dichiarazione contro il fascismo o le sue più recenti pratiche di strada”, fa notare Michele Bertucco, consigliere comunale che si ricandiderà nelle liste di centrosinistra a sostegno del terzo principale candidato delle prossime comunali, l’ex calciatore Damiano Tommasi.

Un ponte sul fiume Adige e una strada del centro. (Alfred Buellesbach, Visum/Luz)

A Verona, nella notte del 30 aprile 2008, un ragazzo di vent’anni, Nicola Tommasoli, venne ucciso a calci e a pugni da un gruppo i cui componenti o avevano precedenti legati a episodi di violenza da stadio o erano conosciuti come militanti di estrema destra. “Il clima che si respirava nei mesi precedenti l’omicidio di Tommasoli, denso di violenza e di impunità, è molto simile a quello che si sta respirando oggi”, dice Andrea Nicolini del Centro documentazione Giorgio Bertani, che da qualche anno monitora le vicende dei movimenti sociali veronesi.

La storia di Verona quale “laboratorio dell’estrema destra”, e la storia dell’alleanza dell’estrema destra veronese con l’integralismo cattolico, sono state raccontate da inchieste giornalistiche, libri e dossier politici. È una storia vecchia.

Nel novecento Verona fu una delle capitali della repubblica di Salò, fu sede del comando generale della Gestapo, dagli anni settanta divenne un centro fondamentale per diverse organizzazioni eversive neofasciste, e più avanti fu un luogo fecondo per l’associazionismo giovanile dei ricostituiti partiti fascisti o ex fascisti e dei movimenti della destra radicale collegati alle frange più violente della curva sud, il settore della tifoseria della squadra cittadina dell’Hellas, che da un certo punto in poi divenne un vivaio di candidati e di voti.

Paola Bonatelli, che per anni ha seguito le vicende veronesi per il Manifesto, osserva che “la violenza squadrista in qualche modo ha sempre fatto parte di questa città. Su di essa, la Democrazia cristiana, dagli anni cinquanta agli anni novanta, non ha mai preso una posizione chiarissima”. E quando negli anni novanta vi fu la svolta di Fiuggi, cioè la trasformazione del vecchio Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale, a Verona venne eletta sindaca Michela Sironi, di Forza Italia, che, ricorda Bonatelli, “sdoganò i fascisti a livello istituzionale, rendendoli in qualche modo accettabili anche con il benestare di parte della chiesa”.

Il paradosso cattolico

La storia è dunque quella di una città in cui le destre, sia quelle istituzionali sia quelle che non lo erano, mantengono confini molto labili e spesso sovrapponibili, con la sponda dell’integralismo cattolico. Una figura rappresentativa di questo fenomeno è quella di Andrea Bacciga, eletto con una lista civica a sostegno di Sboarina nel 2017 e poi passato alla Lega, imputato in base alla legge Scelba per manifestazioni fasciste e per questo attualmente sotto processo, e allo stesso tempo presidente della commissione del comune che si occupa di sicurezza.

“È una città”, dice ancora Bonatelli, “in cui per gran parte dei cittadini la situazione è tollerabile. La borghesia, qui, non è mai stata illuminata, anzi. Nonostante l’apparenza di benessere e di cultura, la radice è rimasta nella terra: quella di chi la lavorava, ma soprattutto quella di chi la terra la possedeva e che, storicamente, i fascisti li ha sempre armati”.

Le amministrazioni degli ultimi decenni, a parte la breve parentesi tra il 2002 e il 2007 con un sindaco di centrosinistra, “hanno sempre avuto nelle loro compagini”, dice Bonatelli, “gli stessi personaggi, tutti con la stessa provenienza, quasi tutti amici tra loro, e tutti ripuliti da anni di incarichi e ruoli istituzionali”.
Un’ampia fascia di popolazione, insomma, pur non abbracciando esplicitamente certe posizioni, ne tollera però il volto accettabile, non ne riconosce le esplicite connessioni e ne accoglie la narrazione mitigata portata avanti dai protagonisti stessi, in qualche caso dai giornali locali, e da parte della chiesa.

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Il grande paradosso restano però i cattolici di sinistra. A Verona sono infatti molte e attive le associazioni di volontariato collegate ai vari istituti religiosi. “Queste persone”, afferma Bonatelli, “hanno idee che non si richiamano al fascismo, ma sono un po’ abituate, un po’ remissive e sicuramente non propense a vedere gli intrecci e a prendere posizioni forti per difendere i diritti o le idee dell’antifascismo. Brontolano, non sono d’accordo, ma non riescono a essere incisivi”.

Alcuni collettivi studenteschi spiegano da tempo come la connessione tra destra istituzionale e destra di strada riesca a condizionare anche gli spazi scolastici e universitari. Nel maggio del 2018 il rettore dell’università di Verona, Nicola Sartor, annullò per esempio un convegno intitolato “Lgbt: richiedenti asilo, orientamento sessuale e identità di genere” dopo che l’estrema destra locale aveva minacciato di impedirlo. Forza nuova e altre associazioni dell’integralismo cattolico parlarono esplicitamente di una loro vittoria. Episodi simili, “di sottrazione di spazio, di parola e libertà”, fa notare Oreste Veronesi, “sono di fatto assecondati, se non promossi dalle istituzioni”.

Sciogliere le contraddizioni

Tra le proposte per arginare il fenomeno delle baby gang, Sboarina propose anche il controllo degli istituti scolastici attraverso le unità cinofile antidroga. “Questa è la dimostrazione più evidente di quanto male ci si occupi di giovani qui”, dice Camilla Velotta, coordinatrice della Rete studenti medi di Verona. “Quando e se lo si fa”, dice, “non è per garantire a tutti e a tutte biblioteche di quartiere o spazi di aggregazione, ma sempre in ottica repressiva”.

Si tratta di una repressione fondata anche su un ripetuto allarme sicurezza che si è rivelato infondato, e poi diventata strumento di governo della città e quindi interiorizzata dalla maggior parte delle persone che la abitano, mentre la violenza che percorre Verona, pur costituendo un tema reale e una vera emergenza, non sembra essere percepita come tale dalla città. Le elezioni di giugno, forse, serviranno anche per sciogliere questa contraddizione.

Da sapere
Così andò nel 2017

Il 12 giugno a Verona si voterà per il rinnovo dell’amministrazione comunale. L’attuale sindaco, Federico Sboarina, è stato eletto il 25 giugno 2017 come candidato indipendente a capo di una coalizione di centrodestra di cui facevano parte Fratelli d’Italia, partito al quale si è ora iscritto, Lega, Forza Italia e varie liste civiche. Ha ottenuto il 58,11 per cento dei voti al ballottaggio contro il 41,89 per cento di Patrizia Bisinella, indipendente sostenuta da alcune liste civiche compresa quella legata all’ex sindaco di Verona Flavio Tosi. Al primo turno, Sboarina aveva ottenuto il 29,26 per cento contro il 23,54 per cento di Bisinella, il 22,48 per cento della candidata del Partito democratico, Orietta Salemi, e il 9,52 per cento di Alessandro Gennari, candidato dei Cinquestelle ora passato alla Lega. Gli altri cinque candidati, al primo turno, non avevano superato il 5 per cento.