Illustrazione di Stefano Fabbri

Suonano al citofono, è arrivato il pranzo. Sono le due del pomeriggio. Paghiamo la consegna, Mace si mette a tavola e con un coltello comincia ad aprire i contenitori sottovuoto di Al Noor, una rosticceria indiana di via Ripamonti. Siamo nel quartiere Vigentino, nella zona sud di Milano. Una volta era considerata periferia ma oggi, in particolare dopo l’apertura della Fondazione Prada, è quasi centro. Siamo nella casa-studio del musicista, un loft open space. Alle pareti sono appesi i quadri di suo padre, Antonio Benussi, pittore e grafico, e i poster raccolti nei tanti viaggi in giro per il mondo, che spuntano dietro a grandi piante in vaso.

In un angolo, tra sintetizzatori e drum machine, c’è un sitar portato qui dall’India. “Non lo suono mai, è scordato. Lo tengo per ricordo”, spiega Mace, che porta i lunghi capelli tinti di verde raccolti in una coda un po’ spettinata. Indossa un paio di pantaloni rossi e un maglione blu a collo alto. Simone Benussi, questo il suo vero nome, è nato a Milano nel 1982 ma è cresciuto a Pioltello, nell’hinterland, dove alla fine degli anni novanta si è avvicinato alla musica e ha formato il duo La Crème insieme al rapper Jack The Smoker. “I miei amici avevano cominciato a rappare, e io volevo fare i beat”, dice ripensando a quei tempi.

Mace è sulla scena da anni, ma ha attraversato i generi, facendo la spola tra l’hip hop e l’elettronica. In Italia nessuno fa i ­beat (le basi, nel linguaggio del rap) come lui. Il suo stile lo riconosci subito, e sta innovando il mondo dell’hip hop italiano.

Da produttore ha lavorato con i nomi più interessanti della scena rap: Fabri Fibra, Colle der Fomento e Marracash, tra gli altri. Ma è sempre stato un irrequieto. Chiusa l’esperienza con i La Crème dopo un solo album, si è dedicato all’elettronica e ha fondato il collettivo Reset!, che per nove anni ha organizzato feste e dj set a Milano, arrivando a fare anche tour mondiali. Nel 2012 ha scoperto la trap, e ha capito che quello era il suono del futuro. Così ha cominciato a pubblicare singoli trap strumentali, prima di tornare a produrre basi per i rapper italiani, come Marracash e Gemitaiz.

Vere allucinazioni

Fino all’inizio del 2021 il suo nome era noto soprattutto agli addetti ai lavori. Poi ha fatto un disco solista, Obe (acronimo di out of body experience, esperienza extracorporea), registrato insieme al cantautore e amico Venerus e ad artisti come Salmo e Blanco. Quell’album, soprattutto grazie al successo del singolo La canzone nostra, riprodotto milioni di volte su Spotify, è diventato uno dei più ascoltati del 2021 in Italia. È pieno di suggestioni, ricco di dettagli sonori affascinanti, e fa incontrare tra loro pubblici diversi: i giovani appassionati di trap, chi ama l’hip hop degli anni novanta e chi è abituato ad ascoltare altri generi, come il rock e il soul. Per questo è uno dei migliori album rap degli ultimi tempi.

Mentre mangiamo riso mutter pilau con zafferano cumino e piselli, cerco di capire meglio come lavora Mace, che scrive, compone e arrangia brani che poi fa cantare, o rappare, agli altri. “Concepisco la musica come un processo corale, fondato sull’incontro e sull’armonia tra le persone. Penso di avere un’etica del lavoro un po’ hippy, mi affascina da sempre quel mondo. Ovviamente vivo nel presente, non è che abbraccio gli alberi o metto fiori nei cannoni. In studio, quando lavoro come produttore, devo fare un po’ il musicista e un po’ lo psicologo. Devo essere paziente e aiutare i musicisti a trovare la loro strada, convivere con il loro ego. Il mio ego invece cerco di tenerlo sotto controllo, anzi il sogno è farlo completamente a pezzi”, spiega.

Su quali siano i suoi dischi preferiti, non ha dubbi: “Tutto quello che è uscito tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, dai Funkadelic ai Black Sabbath. Loro vivevano on the road, mangiavano insieme e condividevano ogni momento. Per quello facevano roba magica. E poi i Beatles. Anche se faccio rap ed elettronica, la mia principale fonte d’ispirazione restano loro”.

Ci aspetta un classico della cucina indiana, il chicken tikka masala: pollo marinato con spezie e yogurt immerso in una salsa speziata tra il rosso e l’arancione. Quello di Al Noor è buonissimo, dice Mace, “perché la salsa è cremosa”. Mi racconta il suo ultimo progetto: “Sono tornato da poco da un breve soggiorno a San Gimignano, nella campagna toscana, dove ho lavorato al mio nuovo album insieme a Venerus, Gemitaiz, Enrico Gabrielli dei Calibro 35 e altri. C’era anche un mio amico che suona benissimo il sitar. Abbiamo registrato un po’ di cose e abbiamo fatto qualche viaggio lisergico”.

“Dai, andiamo in terrazza, che mi fumo una sigaretta”, dice tirando fuori una Winston. Sulle scalette, dove sono appese delle bandiere di preghiera tibetane, noto una copia di Vere allucinazioni di Terence McKenna, scrittore, naturalista ed esponente della cultura psichedelica, considerato il Timothy Leary degli anni novanta. Mace è un convinto sostenitore del potere terapeutico delle sostanze psichedeliche. “Quando ascolti la musica sotto l’effetto della psilocibina, il principio attivo estratto dai funghi allucinogeni, ti sembra di sentirla per la prima volta. La considero una terapia, e mi ha aiutato a uscire da uno dei periodi più bui della mia vita”.

La terrazza è ricoperta di un prato sintetico. Mace si ripara dal sole con una mano. “Le sostanze psichedeliche mi aiutano anche a connettermi con la natura. Il fine settimana scappo in montagna, a un paio d’ore da Milano, magari in compagnia di qualche funghetto, per cercare pace. Ho fatto tantissimi viaggi, il primo a cinque anni insieme ai miei genitori, quando siamo andati all’ashram di Sai Baba in India. Ma di recente ho scoperto che non c’è bisogno di andare sul vulcano del monte Bromo sull’isola di Java. Si può stare bene anche sull’Alpe Veglia, se si è in pace con se stessi”.

Da sapere
Il conto

Rosticceria indiana Al Noor
Via Ripamonti 15, Milano

1 Mutter pilau 4,50
1 Aloo palak 5,40
2 Chiken tikka masala14,80
2 Tandori naan 2,40
Consegna 2,00

Totale 29,10