Napoli, 1944 (First Run Features/Courtesy Everett Collection/Contrasto)

Ho incontrato la guerra tanti anni fa, nel corso delle mie ricerche, raccogliendo le storie di vita delle generazioni nate tra gli anni venti e trenta, che avevano vissuto i lunghi e drammatici anni del conflitto bellico. Quasi tutti i testimoni ponevano al centro dei loro racconti la guerra, che emergeva nella sua dimensione estrema, una sorta di turning point che divideva la vita in un prima e un dopo.

Questa è una dinamica che accomuna i traumi legati alla guerra e quelli causati dalle catastrofi naturali. La perdita dello spazio fisico, della casa, degli oggetti spezza la continuità delle storie individuali, interrompe il trascorrere quotidiano del tempo e provoca un drammatico spaesamento. In entrambi i casi, guerra e catastrofi, le narrazioni pubbliche semplificano la complessità della storia e oscurano l’esperienza delle persone.

La rappresentazione della seconda guerra mondiale è da questo punto di vista particolarmente significativa. L’Italia e l’Europa erano state attraversate da eserciti di occupazione, divise tra resistenze e collaborazioni; le popolazioni avevano vissuto la violenza degli occupanti (le deportazioni, le stragi di civili), ma anche la violenza dei liberatori (i bombardamenti, gli stupri di massa dei soldati del corpo di spedizione francese e dell’armata rossa). Più di un milione di soldati italiani erano stati fatti prigionieri su diversi fronti di guerra e con diversi nemici (inglesi, statunitensi, francesi, russi, tedeschi…).

Dopo la guerra ogni paese aveva ricostruito la propria storia cercando di nascondere errori, sconfitte, colpe: in Italia la partecipazione alla guerra nazista (dal 1940 al 1943), i crimini di guerra commessi nelle zone di occupazione nei Balcani e in Grecia, senza contare quelli perpetrati negli anni precedenti nelle colonie, ancora oggi fra i peccati più dimenticati.

Ne era emerso un racconto edificante in cui tutti gli italiani avevano, anche se silenziosamente, avversato il fascismo e in gran maggioranza avevano partecipato o appoggiato la resistenza. Non solo in Italia, la narrazione della liberazione negava inoltre le violenze di guerra perpetrate dai vincitori, come i terribili raid aerei che avevano distrutto tante città e ucciso la popolazione civile.

La reale esperienza delle persone, in gran parte dissonante dalla narrazione pubblica, si è trasmessa attraverso i circuiti informali della memoria: storie private affidate alle reti familiari, circolanti in “comunità del ricordo” più o meno ristrette che hanno incrociato in modi diversi le memorie pubbliche e, a seconda della loro forza politica, sono state ascoltate o respinte.

Sono memorie che ci aiutano a comprendere il vero vissuto della guerra, ci fanno entrare in quella catena di pensieri e immagini che sottostanno alle memorie ufficiali ma che contribuiscono a creare opinione e senso comune. Che cosa ha provato un francese, un tedesco, un giapponese, un italiano di fronte alle macerie del suo paese quando ha dovuto accogliere come liberatori coloro che avevano distrutto la sua città? Quali sono stati, e sono tuttora, i sentimenti delle popolazioni che hanno vissuto in misura estrema i crimini di diverse occupazioni, come gli abitanti dei paesi dell’Europa orientale? Sono solo alcune delle domande che gli storici si sono posti in questi anni. Le risposte ci aiutano a comprendere le dinamiche della memoria che ancora oggi scatenano rancori, conflitti e contese, come è avvenuto nei Balcani e come avviene oggi fra Russia e Ucraina.

Ho ripercorso l’esperienza della guerra totale su uno dei territori che ha vissuto, a volte contemporaneamente, le violenze di fronti opposti: Napoli – la città più bombardata d’Italia –, il resto della Campania e il basso Lazio attraversati dalle linee di fortificazione tedesche e anche per questo obiettivi dei cosiddetti bombardamenti chirurgici.

In un altro volume ho ricostruito le vicende dei soldati (Combattenti, sbandati, prigionieri, Donzelli editore 2016). Confrontandomi con gli studi analoghi di storia orale ho allargato il campo alla realtà europea della guerra e alle catastrofi naturali (La memoria, i traumi, la storia, Viella 2020).

C’è un’analogia tra le memorie della guerra e quelle delle catastrofi naturali? La grandezza, l’estensione territoriale, il coinvolgimento di milioni e milioni di persone, la violenza volontariamente perpetrata contro la popolazione nemica fanno della guerra un evento incommensurabile e incomparabile con i disastri naturali. Ma nello stesso tempo possiamo rilevare alcune dinamiche simili: come la guerra, la catastrofe è un avvenimento che rompe il corso ordinario della cose, apre un baratro tra passato e presente, costituisce una minaccia radicale all’ordine culturale e sociale nella sua dimensione spaziale e nella sua dimensione temporale.

Nei racconti di catastrofi appare sempre l’eco della guerra. Chi ha vissuto l’esperienza di un terremoto, spesso pensa a un bombardamento improvviso e devastante, e paragona le macerie a quelle provocate dai raid aerei.

Anche nelle calamità naturali emergono discorsi semplificati spesso dominati da stereotipi radicati nel tempo che vanno criticati e decostruiti. Studiare con una lente ravvicinata il contesto del disastro permette di capire la vulnerabilità e il rapporto con il rischio di territori e popolazioni, sostenendo gli strumenti anche culturali per prevenire e mitigare gli effetti della catastrofe che non è mai interamente naturale. Si pensi ai terremoti e alle alluvioni i cui effetti in Italia sono sempre amplificati dall’incauta mano dell’essere umano.

C’è infine il ruolo della memoria. Nei casi in cui la calamità abbia distrutto intere comunità e mietuto molte vittime la necessità di superare il trauma può dar luogo alla sua rimozione. L’attaccamento ai luoghi, il desiderio di restare nella propria casa può condurre all’oblio e alla sottovalutazione del rischio. Infine le istituzioni stesse che non sono riuscite a prevenire e combattere un disastro possono intenzionalmente oscurare l’evento.

Lavorare nelle comunità all’elaborazione del ricordo rappresenta dunque un’opera fondamentale di prevenzione. Convivere con il rischio è possibile, ma a condizione che lo si conosca e ci si prepari ad affrontarlo.

Gabriella Gribaudi è professoressa presso l’università di Napoli Federico II. Con il gruppo di ricerca del dipartimento di scienze sociali, cura l’Archivio multimediale delle memorie, che raccoglie testimonianze su guerra e terremoti.