La sala di lettura dell’Archivio centrale dello stato a Roma, 2014. (Michele Palazzi, Contrasto)

Sulmona, provincia dell’Aquila, 22mila abitanti, patria del poeta latino Ovidio. Uno dei vanti della cittadina abruzzese, oltre all’imponente massiccio montuoso della Maiella, è l’archivio di stato. Fino al 31 dicembre ci lavoreranno cinque dipendenti, tra i quali Roberto Carrozzo, l’unico archivista. Il primo gennaio 2022 Carrozzo e tre suoi colleghi andranno in pensione. Nel grande edificio dalla facciata bianca su cui sventolano le bandiere italiana e dell’Unione europea, dove un tempo aveva sede il convento di Sant’Antonio da Padova e dove è custodita la storia della città, rimarrà solo un addetto.

Per legge l’archivio di stato di Sulmona, sede distaccata di quello dell’Aquila, dovrebbe chiudere: non è possibile garantire né che le carte siano al sicuro né che siano usate per scopi legittimi. Ma si è sollevata una vivace mobilitazione, sono state proposte interrogazioni parlamentari e si è mosso il comune per trovare una soluzione. Una prima ipotesi – trasferire all’archivio alcuni uffici del comune e parte del suo personale – si è rivelata irrealizzabile. Se n’è architettata un’altra: a custodire documenti e pergamene saranno messi due percettori di reddito di cittadinanza, ai quali si cercherà di fornire qualche conoscenza di base su come maneggiare quelle carte. Almeno l’archivio rimarrà aperto, si sono detti al comune di Sulmona. La chiusura avrebbe gettato nel panico non solo studiosi di storia e di altre discipline, ma anche decine di tecnici alle prese con ristrutturazioni di edifici, incalzati dalle scadenze del bonus 110 per cento e in cerca di mappe catastali e di regolamenti urbanistici.

La soluzione è generosa, ma è un palliativo: tre dipendenti andranno in pensione anche a L’Aquila, e tre lasceranno l’altra sede distaccata, quella di Avezzano; in tutta la provincia abruzzese rimarranno sette persone, nessuna delle quali archivista. Anche a Camerino, sezione dell’archivio di stato di Macerata, saranno due persone che prendono il reddito di cittadinanza a tenere aperta la sede, fondamentale per tanti ricercatori e anche per ingegneri e architetti impegnati nella ricostruzione dopo il terremoto.

Sulmona, L’Aquila, Avezzano, Camerino: non sono casi isolati. Gli archivi di stato, 101 in Italia più 35 sedi distaccate, tutti dipendenti dal ministero della cultura, vivono da anni una condizione tragica. Conservano la documentazione prodotta dalle amministrazioni pubbliche, centrali e periferiche, che qui la depositano trascorsi trent’anni dalla conclusione della pratica. Ma più d’uno rischia la chiusura. E più passa il tempo più il quadro peggiora. Personale insufficiente, spazi inadeguati a fronte di un materiale da custodire che cresce costantemente e che va selezionato e reso disponibile. La stessa sorte tocca alle soprintendenze archivistiche, una in ogni regione, che hanno il compito di tutelare il patrimonio non statale, conservato da privati, partiti, imprese o enti religiosi.

Emergenza democratica

“Gli archivi sono la chiave d’accesso alla storia”, ammoniva Claudio Pavone, approdato alla storiografia dopo una carriera da archivista. Lo diceva quasi come se temesse la comparsa di ricostruzioni fatte aggirando il confronto con i documenti. Ma gli archivi sono anche “il luogo in cui s’instaura un patto di cittadinanza tra lo stato e tutti noi”, osserva Diana Toccafondi, per molti anni alla guida della soprintendenza toscana, oggi in pensione.

Passione e spirito di servizio animano i tanti archivisti in pensione che si arruolano come volontari

Eppure la luce è sempre più fioca negli sterminati corridoi dove sfilano quasi 1.600 chilometri di scaffalature, dove alloggiano più di 14 milioni di pezzi – buste, faldoni, registri – ai quali vanno aggiunte pergamene e altri materiali raccolti dall’età altomedievale a quella contemporanea. “È un’emergenza democratica”, insiste Toccafondi, “il sintomo di una disaffezione dello stato per una funzione primaria del vivere civile”.

Non è sempre stato così. Nel processo di unificazione del paese, gli archivi svolsero un ruolo decisivo. “I primi governi avevano la consapevolezza di dover riassorbire il passato degli stati preunitari e misero a punto un sistema di conservazione efficiente”, spiega Toccafondi. “Un regolamento del 1875 affidava questo compito al ministero dell’interno. Ma lo stesso impegno lo rintracciamo nel secondo dopoguerra, quando gli archivi diventano accessibili a tutti. È un processo di democratizzazione sostenuto da una solida impalcatura politica e storiografica. Nel 1963 fu varata una legge organica, alla quale lavorò Pavone: ogni capoluogo di provincia deve avere il suo archivio di stato, che contemporaneamente diventa un archivio della città, della comunità, e lì vanno riversati dopo un certo tempo tutti i documenti prodotti dagli uffici pubblici e anche da enti ospedalieri, dalle scuole, dagli istituti di beneficenza. Per cui la storia non è solo delle istituzioni, ci sono la storia sociale, la storia di un territorio, la microstoria. Poi nacquero le soprintendenze che devono tutelare gli archivi privati, come le soprintendenze ai beni artistici tutelano dipinti e sculture. Quando nacque il ministero dei beni culturali, nel 1976, tutto questo sistema diventò di sua competenza”.

Oggi questo impianto culturale e politico sembra svanito. Il problema più grave è quello del personale, sempre meno numeroso e sempre più anziano. I numeri sono implacabili. Li fornisce Claudio Meloni, responsabile per i beni culturali della Funzione pubblica Cgil: nel 2022 di 600 archivisti di stato previsti in una pianta organica del 2016 ce ne saranno 279. E dire che quella pianta organica era già stata drasticamente tagliata nel 2016; nel 1997 era fissata a 950 archivisti. Mancano funzionari con specifiche competenze informatiche e spesso si ricorre a consulenti esterni. “E quando nella pubblica amministrazione si ragiona sulla digitalizzazione non si tiene conto del fatto che il materiale va classificato in modo da facilitarne l’archiviazione. In Italia siamo drammaticamente indietro”, lamenta un’archivista di vasta esperienza, che vuole l’anonimato (una circolare ministeriale impone ai funzionari di parlare solo se autorizzati).

Scarseggia anche il personale delle soprintendenze, che dalla riforma Franceschini del 2015 gestiscono la tutela sia degli archivi sia del patrimonio bibliografico: nel 2022 gli addetti saranno appena 186, rispetto ai 462 previsti nel 2016. Sempre nel 2016 è stato bandito un concorso e circa duecento giovani e meno giovani archivisti sono entrati in servizio. Ma il loro ingresso ha compensato solo in minima parte le uscite. Un altro concorso è stato promesso per assumere 270 archivisti e spendere bene i 600 milioni che il ministero ha destinato alla digitalizzazione, uno dei capitoli del Pnrr. “Ben venga, però i tempi sono lunghi”, prevede Meloni. “I bandi non arriveranno prima del 2022 e ci vorrà un anno e mezzo perché la procedura si chiuda”. Nel frattempo sarà possibile avviare una cinquantina di contratti della durata di 24 mesi, che andranno a infoltire il grande bacino di lavoratori esterni, in buona parte precari, che già affollano il settore dei beni culturali. Nessuno, neanche al sindacato, riesce a quantificarli: “Per loro spesso non c’è una voce di bilancio specifica: vanno sotto il capitolo ‘acquisto di materiali’, come fossero una macchina per le fotocopie”, spiega Meloni.

Drammatica è anche la situazione dei dirigenti di archivi e di soprintendenze. L’ultimo concorso risale al 2008 e la graduatoria si è ormai esaurita. La conseguenza è che ai vertici di molti uffici non ci sono archivisti, ma storici dell’arte o architetti, oppure amministrativi o, ancora, funzionari provenienti da altre amministrazioni, in base a un criterio manageriale, per cui se si è diretto qualcosa si può dirigere tutto: alla guida dell’archivio di stato di Roma c’è un’ex dirigente scolastica, docente di materie letterarie, mentre soprintendente archivistica dell’Emilia Romagna è l’ex segretaria del comune di Fossombrone.

Se gli archivisti sono sempre meno numerosi e vedono sottrarsi spazi, mancano anche molti funzionari amministrativi (nel 2022 ce ne saranno solo 54 dei 174 previsti), addetti alla gestione delle sedi (270 su 603) e alla vigilanza (393 su 625), e commessi (156 su 303). Ridotti a un’esigua pattuglia anche i bibliotecari che lavorano negli archivi di stato (appena 24 sui 125 previsti).

Gli archivi sono una specie di cenerentola in un settore, quello dei beni culturali, che a sua volta è schiacciato da bilanci molto magri e da gravissime carenze di personale. L’Anai ha spesso assimilato gli archivi (e anche le biblioteche) a una bad company lasciata in balia del suo dissesto. Non staccano biglietti, non alimentano un indotto commerciale, se non per le riproduzioni. E costano, perché quasi sempre alloggiati in edifici storici, di qualità architettonica, ma bisognosi di cure e manutenzione.

Da anni il funzionamento degli archivi è inceppato, chi ci lavora si sente mortificato. Eppure passione e spirito di servizio animano i tanti archivisti che, una volta in pensione, si arruolano come volontari per non lasciare incompleto un inventario delicato, come quello dei processi agli assassini di Aldo Moro, o un catalogo di lucidi appartenenti a uno studio di architettura. E non mancano le perle. Una per tutte: l’Archivio per la memoria e la scrittura delle donne, intitolato ad Alessandra Contini Bonacossi, custodito nell’archivio di stato di Firenze e al quale nel giugno scorso sono approdate, per sua volontà, tutte le carte di Rossana Rossanda.

Un suv sulle scale

Il lockdown ha aggravato le tensioni in alcune sedi importanti (“le ha solo evidenziate”, chiosa Toccafondi). A Firenze e a Venezia gruppi di ricercatori hanno firmato petizioni di protesta per le restrizioni che, a loro avviso, sono imposte dai dirigenti ben oltre quanto stabilito dalle circolari ministeriali: troppo poche le persone ammesse nelle sale studio, troppo lunghe le liste d’attesa per le prenotazioni, troppo pochi i materiali da consultare, troppo stringenti gli orari, assurdamente punitive alcune prescrizioni.

L’archivio di Firenze è in un edificio costruito alla fine degli anni ottanta, un progetto che ha fatto molto discutere, con spazi imponenti e sala studio e magazzini raffreddati e riscaldati solo con aria condizionata. Ma l’impianto è malandato e incompatibile con le norme per contenere la diffusione del covid. “Per rimetterlo in sesto”, spiega la direttrice, Sabina Magrini, “è stato necessario chiudere la sala studio e allestire spazi provvisori. Dai 72 posti a disposizione siamo scesi a 15, ma non per un capriccio. Ora che le restrizioni sono state allentate, abbiamo una capienza al 100 per cento nelle sale provvisorie”.

Firenze rimane un’isola felice, almeno per il numero di archivisti presenti: 14 su 16 previsti. “L’ultimo concorso ci ha portato alcuni giovani e bravissimi funzionari”, dice Magrini, “e siamo riusciti ad attivare progetti internazionali”. È invece drammatico che non ci sia neanche un funzionario amministrativo, che solo da poco si sia parzialmente riattivato il laboratorio di restauro (che tanta prova di sé diede dopo l’alluvione che colpì la città nel 1966) e che dei 16 addetti a smistare le richieste circa la metà siano anziani che non possono portare faldoni pesanti. Da tutto questo deriva il servizio rallentato, che provoca le proteste degli utenti.

Gianni Penzo Doria, il direttore dell’archivio di Venezia, ospitato nell’ex convento accanto alla Basilica dei Frari, ha lamentato che nella lettera di protesta inviata al ministro Dario Franceschini non si fa cenno “a una dotazione organica ormai prossima al collasso”. Dall’11 ottobre, però, la capienza della sala studio è tornata al 100 per cento.

Poco personale, ma anche sedi che avrebbero bisogno di lavori. È un altro capitolo dolente, che si apre con le condizioni in cui versa l’istituto più importante in Italia, l’Archivio centrale dello stato, ospitato a Roma, all’Eur, in un edificio degli anni trenta realizzato da Mario De Renzi, Luigi Figini e Gino Pollini. I depositi nell’ala laterale sono senza aria condizionata, compresa la sala dove sono conservati disegni, plastici e progetti di grandi architetti del novecento, da Luigi Moretti a Riccardo Morandi. L’impianto antincendio è in buona parte ad acqua, sistema sconsigliato in ambienti dove sono custodite carte. Frequenti sono le infiltrazioni di umidità e perfino la caduta di calcinacci.

Le denunce fioccano da anni e se ne sono fatti interpreti anche diversi soprintendenti. Il budget annuale dell’Archivio centrale è di 800mila euro. E per racimolare un po’ di soldi si è ricorsi a tutto: a capodanno del 2014 l’allora soprintendente Agostino Attanasio ha affittato il salone d’ingresso per un veglione con musica electro-house. Qualche mese prima la Range Rover ha noleggiato lo scalone per pubblicizzare l’ultimo modello di suv.

L’edificio ha una storia tormentata. È di proprietà dell’Inail (Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro), che lo ha acquistato dall’Eur Spa. Sia Eur Spa sia Inail sono di proprietà pubblica, ma il ministero pagava e paga un canone di cinque milioni all’anno (in totale il ministero paga 16 milioni e mezzo di affitti per gli archivi). Tormentate sono state anche le vicende del nuovo soprintendente, Andrea De Pasquale. Ex direttore della Biblioteca nazionale di Roma, De Pasquale aveva suscitato vivaci polemiche quando aveva acquisito le carte di Pino Rauti, accompagnando l’iniziativa con un comunicato fin troppo agiografico del fondatore di Ordine nuovo, organizzazione di estrema destra coinvolta in indagini sul terrorismo neofascista. Ne sono seguite proteste che hanno indotto il ministro Franceschini a rimuovere quel comunicato.

Il passaggio di De Pasquale all’archivio centrale è stato molto contestato anche dai familiari delle vittime della strage di Bologna: De Pasquale, hanno detto, non è la persona adatta per gestire le carte riguardanti la stagione delle stragi neofasciste e i depistaggi degli apparati statali. Franceschini ha confermato la sua nomina, ma il presidente del consiglio Mario Draghi gli ha sottratto la responsabilità della desecretazione dei documenti riguardanti le stragi. Ne sono seguite comunque polemiche e dimissioni, compresa quella di Toccafondi dall’Anai, accusata di non essere intervenuta contro quella nomina. Così, ancora una volta, a dirigere un archivio di stato, il più importante, è andato non un archivista, ma un bibliotecario.

Da sapere
Adotta un sovversivo!

Il 7 settembre 2021 l’Archivio di stato di Bologna ha lanciato il progetto Adotta un sovversivo!. L’obiettivo è raccogliere fondi per restaurare e digitalizzare più di 300mila carte prodotte dal gabinetto della questura di Bologna, classificate nella categoria Persone pericolose per la sicurezza dello stato. Si tratta di verbali, foto, schede biografiche, materiale sequestrato e altro che testimoniano la schedatura politica, tra il 1872 e il 1983, di anarchici, repubblicani, socialisti, comunisti e persone ritenute potenzialmente pericolose e messe sotto sorveglianza. Per contribuire: as-bo@beniculturali.it