Il principe Jonathan Doria Pamphilj nel palazzo della sua famiglia. Roma, 2009. (John Angerson , Camerapress/Contrasto)

Achi gli chiedeva quanto avesse contato per lui l’appartenenza a una famiglia aristocratica, Carlo Caracciolo, principe di Castagneto e duca di Melito, rispondeva che Castagneto non sapeva dove fosse e, quanto a Melito, si era accorto dell’esistenza di questa cittadina a nord di Napoli attraversandola in taxi dopo che il treno si era guastato in piena campagna. La battuta di Caracciolo (ripresa nel libro-intervista con Nello Ajello, L’editore fortunato, Laterza 2005) era frutto del supremo snobismo dell’allora presidente del gruppo Espresso o un sarcastico sintomo della scarsa considerazione di cui godevano, e godono, i titoli nobiliari in Italia?

Un po’ l’uno e un po’ l’altro, visto che l’appellativo con il quale Caracciolo veniva designato, e che lui non disdegnava, era “il principe”, e visto anche il peso che quei titoli hanno assunto oggi, dopo che la XIV disposizione della costituzione del 1948 ne ha annullato il riconoscimento giuridico, ammettendoli come semplice componente del cognome. Dunque cessata l’istituzione monarchica, fonte primaria dell’essere dichiarati nobili, l’aristocrazia italiana ha perso qualunque funzione, un tempo solidissima, in quanto corpo sociale? E insieme alla funzione sono decaduti stemmi, dignità araldiche e hanno perso valore palazzi, castelli, proprietà immobiliari e fondiarie, collezioni d’arte, partecipazioni azionarie? Neanche per idea.

Qual è il panorama della nobiltà oggi in Italia? È un paesaggio fatto di memorie tramandate, di riti un po’ stanchi oppure è tuttora fitto di relazioni e di potere reale? E ancora: è un mondo compatto oppure un arcipelago frastagliato, sia quanto a ricchezze sia dal punto di vista delle attività, della presenza sulla scena sociale e culturale, della collocazione politica? “Con la fine della monarchia è venuta meno la nobilitazione, cioè la possibilità di reclutare figure rilevanti fra gli industriali o nel mondo della finanza”, spiega Giovanni Montroni, a lungo docente di storia contemporanea all’università Federico II di Napoli, autore di studi sulla nobiltà italiana. In altri termini, non sono più possibili nomine come quella del veneziano Giuseppe Volpi, che nel 1925 fu fatto conte di Misurata, o di Gaetano Marzotto, anche lui diventato conte in extremis, nel 1939. Il numero delle famiglie nobili in Italia non può più crescere, salvo che qualcuno non scopra in una soffitta documenti che attestano il rango aristocratico del proprio casato e ottenga che questo venga riconosciuto. Ma da chi, essendo stati sciolti gli organismi pubblici incaricati di queste indagini? Per esempio, da un organo del tutto privato, il Corpo della nobiltà italiana, senza che però l’attestazione abbia alcuna conseguenza giuridica.

Intanto le famiglie nobili ci sono, ma calcolarne il numero non è facile. Da anni si cimenta nell’impresa il conte Fabrizio Antonielli d’Oulx, torinese, nato nel 1947, in passato manager in aziende metalmeccaniche, fondatore e presidente dell’associazione Vivant ed editore del Libro d’oro della nobiltà italiana, giunto alla XXVI edizione. In esso sono presenti 1997 famiglie, ognuna delle quali è illustrata con cenni storici e lo stemma. Un 30 per cento vanta il titolo di conte, poco meno del 20 sono i marchesi, 10 per cento i baroni, 4 e 5 per cento rispettivamente duchi e principi. Poi figurano un 24 per cento di semplici nobili, il primo gradino del riconoscimento, e un 6 per cento di patrizi. Nei due volumi compaiono altre 3.859 famiglie, per approfondire la storia delle quali si rimanda alle schede delle precedenti edizioni.

5.856 sarebbero dunque le famiglie nobili italiane. Ma non si parla di famiglie nucleari, bensì di famiglie dal cui ceppo originario si distendono molte diramazioni. Antonielli d’Oulx azzarda che i nuclei familiari sfiorino i 40mila e che quindi si possano contare quasi 150mila persone nobili in Italia, lo 0,2 per cento della popolazione.

Ai tempi dei Savoia

Il mondo della nobiltà italiana non è nutrito, non cresce e non è neanche tanto rappresentato nelle istituzioni come avveniva quando ancora regnavano i Savoia. “In Gran Bretagna le nobilitazioni continuano”, continua Giovanni Montroni, “e danno consistenza alla camera dei lord che altrimenti sarebbe poco più di un museo. Inoltre alla camera dei comuni i nobili di rami cadetti sono una parte significativa, nei cui ranghi militava anche Winston Churchill. Non so se ci siano e quanti siano i nobili a Montecitorio o a palazzo Madama”. Un nobile c’era nei banchi del Partito democratico (Pd) e poi nel governo: Paolo Gentiloni, ora commissario europeo e discendente dai conti Gentiloni Silveri.

Se poco o nulla rappresentati in politica, molti nobili compaiono però ancora nei ranghi della diplomazia. Giulio Maria Terzi di Sant’Agata ha girato in diverse sedi diplomatiche prima di diventare ministro degli esteri nel governo di Mario Monti. Emanuele Scammacca del Murgo e dell’Agnone è stato ambasciatore in Russia, mentre Felice Catalano di Melilli ha retto l’ambasciata italiana al Cairo e suo figlio Antonio prima a Lisbona, poi a Copenaghen. Raniero Vanni d’Archirafi è stato in Spagna, mentre suo figlio Uberto è andato prima in Portogallo e ora cura le relazioni diplomatiche del ministro della cultura Dario Franceschini.

Molti aristocratici sono iscritti a logge massoniche. E nelle principali città italiane figurano circoli nati nell’ottocento, ma anche prima, e che hanno allargato le maglie per le iscrizioni. A Roma il Circolo della caccia è ospitato in palazzo Borghese, mentre il Nuovo circolo degli scacchi ha sede in palazzo Rondinini dal 1990. Vantano entrambi circa 700 soci, tutti maschi. Essi fanno parte dell’Unione circoli italiani (Uci), un club ristretto al quale aderiscono 18 strutture. A Milano ci sono il Circolo dell’unione, il Clubino e la Società del giardino. Altri circoli sono a Napoli (L’Unione), a Padova (Casino Pedrocchi), a Torino (Società del Whist), a Palermo (Circolo Bellini).

Nei circoli si organizzano riunioni periodiche, conferenze, ma ci si va anche per incontri informali, s’intessono relazioni e affari, s’imbandiscono ricevimenti. Qualcuno più smaliziato sostiene che tra coloro che li frequentano “c’è chi crede di essere nel settecento, prima della rivoluzione francese, e i gestori del circolo glielo lasciano credere”. D’altro canto il Circolo della caccia di Roma fu la scena, involontaria, di diversi incontri nel 2008 e 2009 tra Angelo Balducci, Denis Verdini e quel tal costruttore che, intercettato dai carabinieri, ridacchiava al telefono con un socio pensando agli affari che avrebbe fatto con il terremoto dell’Aquila.

Tra le associazioni che radunano nobili spicca Vivant, che Antonielli d’Oulx ha fondato nel 1996 a Torino e che presiede tuttora. I suoi obiettivi sono storici e culturali, tesi, si legge, a valorizzare le tradizioni nobiliari, a esaltarne l’attualità. Promuove incontri, conferenze, visite guidate, pubblicazioni. E il profilo è ossessivamente elitario. “È proprio dell’aristocratico una specie di ‘ascesi’”, si legge in un intervento dello stesso Antonielli d’Oulx, “un senso di superiorità rispetto a ciò che è semplice interesse del vivere; un predominio dell’ethos sul pathos; una semplificazione interiore ed un disprezzo per la rozza immediatezza degli impulsi, delle emozioni e delle sensazioni, nel che sta il segreto di una calma che non è indifferenza, ma superiorità reale, di quella capacità di animo aperto e di finezza non meno che di azione decisa e forte tipica della nobiltà”.

Patrimoni immobiliari

Accanto alle tante famiglie aristocratiche che hanno conservato patrimoni immobiliari, fondiari o finanziari di grande o anche di grandissima consistenza, ci sono famiglie decadute e per le quali scattano vincoli di solidarietà, persino di assistenza. Tra le norme che hanno alterato il panorama della nobiltà, Montroni segnala “l’introduzione della legittima per tutti i figli”, vale a dire la norma che impone di distribuire equamente i lasciti ereditari. Nobili ricchi e nobili decaduti, dunque. Non più un partito dell’aristocrazia, ma nobili che si dedicano alle professioni, alla finanza, alle attività bancarie e nobili che gestiscono aziende agricole o che amministrano i propri patrimoni fondiari o immobiliari. È storia nota che la crescita di Roma sia stata alimentata dalle lottizzazioni di immense zone di campagna possedute da famiglie patrizie o dalla distruzione di ville storiche come villa Ludovisi, che negli ultimi due decenni dell’ottocento, sindaco un altro nobile, Leopoldo Torlonia, venne fatta a pezzi e ceduta alla Società generale immobiliare che costruì via Veneto e un intero quartiere. Molti nobili romani dopo la seconda guerra mondiale donavano a enti ecclesiastici piccole porzioni dei loro possedimenti per costruirvi istituti assistenziali. Questi appezzamenti erano dislocati lontano dalla città, così che i mezzi pubblici e gli allacci alle forniture passavano attraverso il resto della proprietà moltiplicandone il valore. Fece così, lungo la via Tiburtina e ai Prati Fiscali, il marchese Alessandro Gerini, erede di una parte del patrimonio Torlonia. E come lui si comportò la principessa Pallavicini, sulla via Cristoforo Colombo.

Tra le leggi che hanno alterato il sistema c’è la legittima, che obbliga a distribuire equamente l’eredità tra i figli

Rispetto ai ruggenti anni della speculazione edilizia, le proprietà fondiarie oggi in mano alle famiglie dell’aristocrazia romana si sono ridotte, ma non sono sparite e sono camuffate in diverse società. “Sono riconoscibili due fasi della parziale dismissione di vasti possedimenti nobiliari”, ricostruisce Walter Tocci, ex vicesindaco di Roma con Francesco Rutelli, e conoscitore delle dinamiche urbanistiche della capitale. “La prima risale agli anni trenta e dura diversi decenni: molti terreni vengono acquistati da chi li gestisce, il cosiddetto ‘generone’. La seconda è degli anni ottanta, quando entra in scena la finanza settentrionale, cioè i Ligresti e i Cabassi”.

Attualmente il patrimonio dei Torlonia è stimato in quasi 2 miliardi. Lo si legge nelle carte giudiziarie della contesa ereditaria che oppone il principe Carlo alle due sorelle, al fratello e al nipote. Tra i possedimenti figurano, oltre ai palazzi, la collezione di 623 sculture d’età classica, tra le più grandi al mondo in mani private, sloggiate dal museo che il vecchio principe Alessandro aveva realizzato nel 1875, e tenute nascoste e ammassate in due magazzini perché il nipote, anche lui Alessandro, aveva bisogno di quei locali per farci degli appartamenti. Ora un centinaio di quelle statue sono in mostra alle Gallerie d’Italia a Milano, dopo essere state esposte a Villa Caffarelli a Roma, e poi viaggeranno in Europa e negli Stati Uniti, producendo considerevoli incassi. Fino alla vendita, avvenuta qualche anno fa, i Torlonia possedevano anche la Banca del Fucino.

Ville, palazzi e castelli nobiliari sono in gran parte iscritti alla lista dell’Associazione dimore storiche – 4.500 soci in tutta Italia –, nata a tutela di un patrimonio insostituibile nel paesaggio culturale italiano e impegnata anche per la sua valorizzazione, che consiste per lo più nell’affitto di spazi pregiatissimi per convegni, cene sociali, matrimoni o anche per vacanza. Ne è presidente Giacomo di Thiene, nobile vicentino, succeduto a Gaddo della Gherardesca. Non c’è regione che non abbia nobili tra i presidenti o i consiglieri. Per una riunione aziendale nel Casino dell’Aurora Pallavicini, a due passi dal Quirinale e sotto lo spettacolare affresco di Guido Reni, il costo minimo - si legge sul sito dell’associazione – è di 5.200 euro. Mentre la visita privata di un gruppo di venti persone ne costa mille, più iva.

Straordinarie collezioni d’arte, tutte visitabili, sono ospitate nel palazzo Colonna (Pinturicchio, Cosmè Tura, Tintoretto, Bronzino) e nel palazzo Doria Pamphilj (Bernini, Carracci, Caravaggio, Raffaello) a Roma, e sono di proprietà delle rispettive famiglie. Più tormentate le vicende della collezione di palazzo Odescalchi, sempre a Roma, da dove, stando a un’interpellanza presentata nel 2020 da una parlamentare del Pd, Vincenza Bruno Bossio, sarebbero state disperse alcune opere.

Militanza a destra

Uno degli ultimi Doria Pamphilj, il principe Filippo Andrea, ruppe la tradizionale militanza a destra, se non proprio fascista, dell’aristocrazia romana, compresa quella cosiddetta “nera” perché a lutto dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Il principe, cattolico fervente, antifascista e sostenitore della resistenza romana, fu il primo sindaco della capitale dopo la liberazione. Non era orientata a destra l’americana Marguerite Chapin, moglie del principe Roffredo Caetani, che nel palazzo di famiglia, nella via omonima, fondò nel 1948 la rivista Botteghe oscure e, aiutata da Giorgio Bassani, fino al 1960 pubblicò il meglio della letteratura europea. Ora la fondazione intitolata al figlio Camillo Caetani, morto in guerra a 25 anni, tutela l’archivio di famiglia e promuove pubblicazioni. Su tutt’altro fronte era però schierata gran parte dell’aristocrazia romana, capeggiata da Elvina Pallavicini, scomparsa novantenne nel 2004 e madrina dell’aristocrazia nera. Nel suo palazzo ospitò il vescovo Marcel Lefebvre, sospeso a divinis e poi scomunicato come campione del tradizionalismo cattolico, e più volte esponenti della destra post fascista.

Gli orientamenti politici della nobiltà italiana non sono stati più univoci con il passare degli anni. Il bollettino di Vivant ha promosso, nell’ottobre 2021, incontri elettorali con candidati di Forza Italia al comune di Torino. Il principe Lillio Sforza Ruspoli, classe 1927, qualche anno fa si è candidato con la destra a sindaco di Cerveteri, ed è un sostenitore di Giorgia Meloni. Ma non era schierato a destra il conte vicentino Paolo Marzotto, scomparso nel 2020, produttore di vino, mecenate e tra i promotori della collana Italiani dall’esilio presso l’editore Donzelli. Come non lo è Marina Colonna di Paliano, per anni docente di economia alla Federico II di Napoli. Nettamente orientati a sinistra sono Andrea Costa, presidente dell’associazione romana Baobab, che accoglie cittadini immigrati, e di recente assolto dall’accusa di favoreggiamento nei loro confronti, e sua madre, Sancia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, biologa, impegnata a difesa del popolo palestinese.

“Non penso che oggi in Italia la nobiltà abbia un ruolo significativo, né forme di coesione”, sostiene Montroni. “Ancora dopo la seconda guerra mondiale, personalità nel mondo dell’industria non disdegnavano una moglie aristocratica. Gianni Agnelli nel 1953 sposò Marella Caracciolo di Castagneto. E non era raro che s’inserisse un nobile in un consiglio d’amministrazione. Ma da allora questa rilevanza sociale è venuta meno”. E questo consentiva al fratello di Marella Caracciolo, l’editore Carlo un altro, superiore scatto snobistico: “Sa come diceva il re Ferdinando di Borbone? A Napoli Caracciolo e monnezza non mancano mai”.