Corso Vittorio Emanuele, febbraio 2019. (Foto di Antonio Di Cecco, Contrasto)

Al secondo piano della palazzina il balcone è senza infissi e il telaio è coperto da baffi di fumo nero che salgono fino al tetto. A destra, dove c’è il vano delle scale, il muro è squarciato, e dal buco si scorge una stanza, forse un piccolo salotto. La palazzina, rivestita da un intonaco ocra, è vuota, come vuoti e malandati sono tutti gli appartamenti di Sassa, uno dei nuclei abitativi realizzati all’Aquila dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Sassa faceva parte, insieme ad altri 18 insediamenti, del progetto C.a.s.e. (complessi antisismici sostenibili ed ecocompatibili) voluto dal governo di Silvio Berlusconi e dalla protezione civile diretta da Guido Bertolaso. Qui, a ovest del vasto territorio comunale, gli edifici sono distribuiti in una ventina di isolati su una superficie di 13 ettari. Era previsto che ci potessero abitare fino a 1.450 persone – il progetto C.a.s.e. aveva una capienza totale di 16mila abitanti. Ora non c’è più nessuno, il comune ci vorrebbe realizzare una scuola dei vigili del fuoco, e a febbraio sono arrivate le ingiunzioni di sfratto per le ultime 19 famiglie. L’erba è alta e spunta a ciuffi lungo la strada, i marciapiedi sono sconnessi, le rifiniture in legno esposte a nord sono deteriorate, e sulle finestre dei piani bassi sono montati pannelli di compensato per evitare che qualcuno entri

Il destino delle new town

Al pari di Sassa, abbandonata e derelitta è anche Cese di Preturo, un’altra delle new town (come assai impropriamente vennero definite), costruite in gran fretta per dare alloggio “temporaneo ma durevole” – come si disse – a un terzo dei 45mila aquilani restati senza casa. Cese è all’estremo ovest dell’Aquila ed è grande quanto Sassa. Molti appartamenti sono stati vandalizzati. Oltre a buona parte degli arredi, oltre a televisori e frigoriferi, sono spariti persino i cavi elettrici sotto le piastre che reggevano gli appartamenti. Questi impianti sfilavano tra i pilastri sui quali erano montati i dissuasori antisismici, uno dei vanti più reclamizzati e costosi del progetto. Anche questi sono inservibili.

Il progetto C.a.s.e. – 4.489 appartamenti in 185 palazzine – è costato 800 milioni. È il simbolo più appariscente di come fu impostata la ricostruzione dal governo Berlusconi, e anche quello più imponente, che può aver cambiato per sempre il volto della città. Se affiancati l’uno all’altro, i 19 insediamenti occupano una superficie di 136 ettari, poco meno dei 160 sui quali si distende il pregiatissimo centro storico dell’Aquila. È quasi una seconda L’Aquila, realizzata in pochi mesi, ma non concentrata in un solo punto, bensì sparpagliata in un territorio comunale molto vasto, il nono per estensione in tutta Italia. A L’Aquila risiedono 69mila persone con una densità di 147 abitanti per chilometro quadrato, la più bassa in Italia tra i comuni con oltre 60mila abitanti.

“L’Aquila è diventata una città stellare”, sintetizza Antonio Perrotti, architetto, ex dirigente del settore urbanistico della regione Abruzzo e tra gli animatori del Comitatus aquilanus, un’associazione attiva già all’indomani della terribile notte in cui il terremoto uccise 309 persone. Gli effetti delle scelte fatte allora dal governo si misurano a distanza di tempo, e tredici anni sono sufficienti per un bilancio. Lo sollecita anche la scadenza elettorale del 12 giugno. Si confrontano un centrodestra unito a sostegno di Pierluigi Biondi, sindaco uscente di Fratelli d’Italia, e un centrosinistra diviso fra Stefania Pezzopane, deputata del Partito democratico (Pd) ed ex presidente della provincia, appoggiata anche dal Movimento 5 stelle, e Americo Di Benedetto, vicino ad Azione di Carlo Calenda. Nel 2017 Biondi è subentrato a Massimo Cialente, del Pd, che aveva retto il comune per due mandati.

La città che va al voto sembra disorientata e in cerca di un profilo urbano che da quella notte si è smarrito. Ormai tutti gli aquilani hanno una casa, ma a molti manca la città. La ricostruzione procede, ma va a due velocità. È quasi completa nella parte privata, dunque nella prima cinta periferica, dove sono i condomini realizzati dagli anni cinquanta del novecento in poi. Ma i quartieri di edilizia popolare e soprattutto il centro storico, dove erano insediate le principali strutture pubbliche, sono indietro. Molti palazzi monumentali sono restaurati e sfoggiano facciate fin troppo levigate. Ma altrettanti palazzi restano foderati da impalcature e alzando gli occhi al cielo s’incrociano solo i giganteschi bracci delle gru.

Tessuto urbano disarticolato

Il centro storico dell’Aquila, si dice qui, è uno dei più grandi cantieri d’Europa. “I suoi più assidui frequentatori sono gli operai della ricostruzione”, aggiunge Perrotti. “Secondo una stima, ha riaperto un dieci per cento dei negozi e per lo più si tratta di bar o di ristoranti dove vanno a pranzare gli operai o i turisti, di nuovo numerosi dopo la pandemia, o i ragazzi che occupano il centro storico fino a notte fonda nei week end. Ma i residenti”, fa notare Perrotti, “non sono più di un migliaio, ce n’erano 11mila nel 2009, ai quali andavano aggiunti 6mila studenti fuori sede. È stato realizzato un dispendioso cunicolo sotterraneo dove passano tutti gli allacci, ma molte abitazioni non sono servite dalle condutture, per cui si ricorre alle bombole a gas. Gli uffici amministrativi, le sedi universitarie sono rimasti fuori dal centro, e lì pagano affitti esorbitanti”.

Il rumore dei martelli pneumatici è assordante lungo corso Vittorio Emanuele, l’asse principale del centro storico, il solo che abbia recuperato molto della propria bellezza. Come è tornata a splendere la facciata rinascimentale della basilica di San Bernardino. “L’Aquila è una città disarticolata”, dice lo storico Raffaele Colapietra, novant’anni, a lungo docente all’università di Salerno. Colapietra vive da solo in una palazzina che sorge sotto il castello. Per oltre un anno dopo il sisma, è stato l’unico abitante del centro storico, dal quale si era rifiutato di sgomberare, “nonostante le ingiunzioni militaresche”, racconta. “Non potevo abbandonare i gatti”, aggiunge, “e ho visto i miei concittadini scappare in pigiama, nei pullman della protezione civile. Molti di loro potevano restare, ma hanno preferito l’albergo sulla costa e chissà se sono più tornati. Ho pensato a lungo a quale avverbio definisse i danni e ho deciso per ‘seriamente’. L’Aquila è stata danneggiata seriamente, non gravemente, tantomeno totalmente. Ma oggi è disarticolata. Fino al terremoto”, spiega Colapietra, “gli abitanti si dividevano in tre gruppi grosso modo equivalenti: un terzo viveva nel centro storico, un terzo nella periferia sorta nel dopoguerra, un terzo nelle sessanta e più frazioni. Molte di queste hanno origini medievali. L’Aquila nasce a metà del duecento per la forza centripeta di numerosi castelli che si aggregano fra loro e decidono di costruire un centro cittadino, l’attuale centro storico, appunto, che diventa il cuore di un organismo urbano altrimenti disaggregato”.

Se si ascolta il racconto di Colapietra si capisce cosa intenda per città “disarticolata”. Il centro ha perso le funzioni ordinatrici del territorio, non è più il luogo in cui hanno sede le principali istituzioni cittadine. Ci vivono in pochi e non ci si viene per fare acquisti né per studiare e neanche per svolgere piccole pratiche amministrative. Non c’è più neanche una scuola, gli edifici che le ospitavano sono in abbandono. Gli istituti sono lontani dal centro e gran parte di essi ha ancora sede nei Musp (moduli ad uso scolastico provvisorio) allestiti dopo il terremoto. “La ricostruzione pubblica è indietro rispetto a quella privata e anche fra le strutture pubbliche le scuole sono in fondo alla lista”, denuncia Antonio Lattanzi, per molti anni dirigente scolastico a L’Aquila, esponente della Cgil. “I Musp hanno funzionato per l’emergenza”, prosegue il professore, “ma molti di essi sono ormai inservibili, ci sono infiltrazioni d’umidità e i pavimenti sono sconnessi. Non si può tollerare che una generazione cresca facendo lezione con i secchi che raccolgono l’acqua dal soffitto o senza laboratorio o dovendo raggiungere una palestra con il pulmino. Noi presidi non siamo stati interpellati prima di decidere dove collocare una scuola, per cui ci sono istituti sovraffollati e istituti semivuoti. Una delle conseguenze di questa situazione è che il prossimo anno si iscriveranno 600 bambini in meno”.

Senza progetti

Il centro si svuota, “ma intanto le frazioni da una sessantina che erano, sono diventate 104”, spiega Perrotti squadernando una mappa della città dove il suo dito scorre da uno all’altro dei 19 insediamenti del progetto C.a.s.e., e non basta: “Ecco le decine e decine di nuclei dei Map, i moduli abitativi provvisori realizzati sempre dopo il terremoto, e poi le casette e le villette che nei mesi successivi al sisma chiunque poteva tirar su, bastava che avesse un terreno. Una città il cui sviluppo non è stato progettato, e che ora ha un assetto così polverizzato, sopporta costi enormi. Le aziende municipalizzate del trasporto pubblico e della raccolta dei rifiuti accumulano deficit”. E così Assergi e Cese di Preturo, due insediamenti del progetto C.a.s.e. ai capi opposti dell’Aquila, distano fra loro 25 chilometri, con strade che sono rimaste quelle di un tempo.

Fin dal 2012 l’economista Antonio Calafati, in un rapporto commissionato dall’allora ministro Fabrizio Barca e in uno studio per l’Ocse, l’Organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo, metteva in guardia dagli effetti urbanistici che avrebbe causato questa sovrapproduzione edilizia. Nel 2013 Calafati ha contribuito a fondare l’International doctoral programme in urban studies del Gran Sasso science institute, un centro d’eccellenza che ha sede a L’Aquila e che ha coordinato fino al 2016. Su questi temi l’economista ha continuano a insistere, e sostiene che “il disinteresse della comunità scientifica locale e nazionale, così come quello della comunità politica locale e nazionale, era ingiustificato”. L’Aquila gli appariva e gli appare come una città che si accontenta “della propria sostanziale stabilità”. Le sue fonti di reddito “derivano da una solida base industriale, ma molto piccola, da un grande comparto di pubblica amministrazione e da un elevato numero di pensioni erogate. La ricostruzione non modifica questo assetto, perché le imprese vengono da fuori, come pure gli operai. Inoltre essa andrà avanti ancora a lungo, ma si tratterà pur sempre di un periodo transitorio. È mancato il coraggio di fare scelte innovative, per esempio puntando sull’università: ma non la si può ritenere un’effettiva potenzialità se le sue sedi sono così disperse”.

Nel 2002 a L’Aquila fu progettata una metropolitana che avrebbe dovuto garantire migliori collegamenti fra il centro e le frazioni. Sarebbe costata 64 milioni ma, pagata e realizzata in parte, è fallita a metà dei lavori, sepolta insieme a uno strascico di recriminazioni. Appena qualche anno fa sono stati smantellati oltre 3 chilometri di binari che giacevano inutilizzati sulle strade, intralciando il traffico. “È un esempio di come si programmano le opere pubbliche in questa città”, insiste Perrotti. “Avevano previsto che la metropolitana dovesse trasportare 22mila persone al giorno per essere economicamente sostenibile, ma con quel tracciato al massimo sarebbero arrivate a 5mila”. A febbraio scorso l’Anac, l’autorità nazionale anticorruzione, ha bloccato l’appalto per un gigantesco intervento a piazza d’Armi, un’area di quasi dieci ettari, vinto da una ditta della provincia di Caserta: troppo consistente il ribasso offerto, oltre il 60 per cento, troppo alte le modifiche apportate successivamente al progetto, il 40 per cento. Un duro colpo per la giunta di Pierluigi Biondi, che contava molto sull’intervento in campagna elettorale.

Ma chi vive a L’Aquila ricava la più preoccupante impressione dello spreco girando nei complessi del progetto C.a.s.e.. Vennero presentati come la svolta nei modelli di ricostruzione, all’insegna dello slogan “dalle tende alle case”, ma attualmente sono abitate, calcola Perrotti, per il 40 per cento, e il resto è in rovina. “Hanno appesantito la già grave dispersione abitativa di cui soffriva L’Aquila”, aggiunge l’architetto, spiegando che “la loro manutenzione costa tanto e la città è quasi ingestibile. Sono solo case e niente servizi, sembrano tristi dormitori. Inoltre non ci sono idee chiare sul loro futuro”. Si disse che potevano diventare case per studenti, ma era un’illusione. Dopo il sisma del 2016 nel reatino e nelle Marche, sono stati accolti gruppi di sfollati, e ora una comunità di profughi ucraini è ospitata nel progetto C.a.s.e. dell’area di Roio.

Nel dibattito si è inserito anche chi vorrebbe demolire queste palazzine, tutte o in parte. Ma i costi sarebbero spropositati. Si va a tentoni e intanto avanzano propositi di grande impatto: una caserma e una scuola per i vigili del fuoco, che dovrebbe sorgere al posto delle case di Sassa, un centro della protezione civile, una scuola per la pubblica amministrazione. Potrebbero essere interventi che fanno bene alla città, sottolinea Perrotti, “ma non se ne intravedono la logica, le dimensioni e le localizzazioni, salvo il fatto che farebbero crescere i valori fondiari e, ancora una volta, influirebbero negativamente sui collegamenti e sui valori ambientali. Si sta avverando la profezia che molti di noi facevano all’indomani del sisma: se non si ricostruisce tutto e bene entro dieci anni, ogni problema a L’Aquila diventerà una piaga”.

Questo articolo fa parte di una serie sulle città in cui si vota il 12 giugno. Finora sono uscite le puntate su Genova, Verona, Pistoia, Catanzaro, Riccione e L’Aquila. La prossima settimana: Palermo.

Da sapere
Così andò nel 2017

Nel 2017 Pierluigi Biondi di Fratelli d’Italia, sostenuto dalla coalizione di centrodestra, è stato eletto sindaco dell’Aquila con il 53,5 per cento dei voti. Biondi ha sconfitto al ballottaggio Americo Di Benedetto, allora militante del Partito democratico, appoggiato dal centrosinistra, che ha ottenuto il 46,5 per cento dei consensi. Al primo turno Di Benedetto era risultato primo, con il 47 per cento dei voti, mentre Biondi si era piazzato al secondo posto con il 35,8. Terza è risultata Carla Cimoroni, esponente di una lista civica, alla quale è andato il 6,3 per cento. Biondi è subentrato a Massimo Cialente, del Partito democratico, che ha retto il comune dell’Aquila dal 2007.