L’installazione False flag di Voluspa Jarpa. (Per gentile concessione della Fondazione Merz)

Il progetto espositivo Isolitudine. 4 solo shows, a Palermo fino al 26 febbraio, punta a sfidare la distinzione tra mostra personale e mostra collettiva: quattro personali e altrettante curatrici con l’obiettivo di far coesistere identità senza confini e creare un flusso ideale che connetta l’arte alla politica, alla natura e alle geografie.

Il progetto corale, esposto a ZaCentrale, lo spazio gestito dalla fondazione Merz allo ZAC (Zisa arti contemporanee), presenta le personali di tre artiste – la romana Rä di Martino, la slovacca Petra Feriancová, la cilena Voluspa Jarpa – e dell’artista levantino Guido Casaretto curate rispettivamente da Laura Barreca, Valentina Bruschi, Beatrice Merz e Agata Polizzi.

È un lavoro di alleanze femminili in grado di costruire un’esperienza che, nel suo insieme, diventa un viaggio in un arcipelago di opere indipendenti, come isole, ma che si guardano tra loro e interrogano sul significato di confine, sulla tensione tra migrazioni e libertà, tra tempo naturale e tempo culturale. Opere che insieme riflettono sul rapporto tra l’arte contemporanea e ciò che le accade intorno.

“Quando mi è venuto in mente di mettere insieme quattro personali, invece della solita collettiva o di una personale, ho visualizzato delle isole nello spazio”, racconta Merz. “Ho lasciato le altre curatrici totalmente libere di scegliere un artista. Unico paletto: non alzare muri né costruire divisioni, ma trovare il modo di far dialogare le opere in un confronto aperto”.

Il punto di partenza di questa curatela corale è stato ripensare e riscrivere la definizione del neologismo usato da Gesualdo Bufalino per identificare quel sentimento di solitudine che prova chi abita un’isola. Pur riconoscendolo come un sentimento “intermittente di euforia e malinconia”, la nuova accezione data dalle curatrici all’”isolitudine” ne sottolinea lo slancio e la “tensione verso il superamento eroico di barriere geografiche ed emotive” e una direzione dello sguardo volta più al futuro che alla memoria. A questo rovesciamento di prospettiva rispondono le opere unificando esperienze diverse e lontane, verità e menzogna, uomini e animali, passato e futuro, sogno e realtà, sfidando l’idea stessa di isolamento.

L’installazione Eddies di Guido Casaretto. (Per gentile concessione della Fondazione Merz)

La risposta di Voluspa Jarpa è la monumentale installazione False flag, una torre di documenti, un mappamondo bidimensionale e una variazione di faldoni di archivio ricostruiscono, in una sintesi estetica sublime, quindici anni di ricerca dell’artista per capire il modo in cui i governi hanno operato al di fuori della legge in America Latina e in Europa.

L’istallazione elabora in diversi moduli i documenti desecretati dell’intelligence statunitense sull’attività nei paesi dell’America centrale e meridionale durante gli anni della guerra fredda, che ha rivelato anche l’esistenza di eserciti segreti sostenuti dalla Cia e dalla Nato per prevenire l’avanzata della sinistra nell’Europa del dopoguerra.

“Ho scelto Voluspa perché l’aspetto socio-politico è quello che mi sta più a cuore, è una delle poche artiste capaci di coniugare denuncia politica ed esperienza estetica”, spiega Merz. Una delle opere di Jarpa problematizza sulla distrazione del mondo dell’arte contemporanea rispetto a ciò che le succede intorno. Citando apertamente il lavoro dell’artista minimalista statunitense Donald Judd, Jarpa realizza una serie di scatole che esplodono liberando le informazioni nascoste all’interno. “Jarpa fa riflettere su un’arte, come quella minimalista, che, mentre gli Stati Uniti erano artefici di massacri e di situazioni imbarazzanti nel mondo, si concentrava sull’estetismo puro”, spiega Merz.

La linea continua del tempo

Il vortice di informazioni svelate da False flag muove il visitatore tra le opere di Guido Casaretto: Il giorno che mi proposi di cambiar vita, non vissi se non per prepararmi alla nuova, titolo preso in prestito da I viceré di Federico De Roberto, è un’opera che evidenzia la linea continua del tempo: un fiume di 60 metri realizzato imprigionando nella resina i detriti che l’artista ha raccolto da un ruscello alla periferia di Instanbul. Sulla sua superficie affiorano forme che sono un rimando continuo alla memoria che si cristallizza in oggetti, architetture e simboli che contengono al loro interno frammenti di altri luoghi e altri tempi.

“Per Casaretto è importante il processo”, racconta Polizzi, che ha curato la sua mostra. “Il suo lavoro traccia la memoria di un luogo o della sua famiglia, una famiglia italiana che nel 1600 da Genova si sposta in Turchia. La sua migrazione diventa la migrazione di numerosi popoli”.

Dalle memorie cristallizzate di Casaretto, si viene all’improvviso ingoiati dalla cassa toracica della gigantesca balena sospesa a soffitto realizzata da Ferancová in Vertebra. Spiega Bruschi: “L’artista ha letto questo spazio come una grande colonna vertebrale. Ferancová individua nel processo di riproduzione dei vertebrati il principio di un comune destino di deperimento progressivo. Mentre la vita animale finisce si esalta il museo come luogo dove si vince il tempo e si ambisce all’eternità”.

Sputati fuori dalla balena si arriva dritti dentro la testa dell’uomo protagonista del sogno di libertà di Moonbird, video opera di Di Martino sulla musica di Mauro Remiddi. Racconta la curatrice Barreca: “È un libretto d’opera nato da una visita dell’artista a una villa palermitana che diventa metafora di imprigionamento. Un’allucinazione onirica, un uomo intrappolato dentro se stesso, lo zeitgeist di questi tempi”. La libertà cercata in Moonbird trova risposta nel luogo impossibile dei sogni.

Isolitudine è complessivamente un’esortazione ad attraversare il confine, a non accettare oppressioni, a sfidare il tempo e a cercare nel sogno. E l’esperienza di fruizione risente della forza dell’alleanza aperta tra le quattro curatrici, inclusiva e mai didascalica.