“Sono un ragazzo trans, i miei documenti non sono ancora stati rettificati. Quando ho realizzato che per me andare a votare avrebbe comportato subire un violento outing, a causa delle suddivisione tra uomini e donne ai seggi elettorali, ho avuto la tentazione di evitare questo disagio e salvaguardarmi”, racconta Leone, 28 anni, residente a Roma. Lui è una delle migliaia di persone trans italiane per cui andare a votare significa essere costretti a negare pubblicamente il proprio percorso di affermazione di genere. Tanto da fargli passare la voglia di esercitare il diritto di voto.

Nel caso di Leone ha poi prevalso la voglia di non essere invisibile: “Mi sono detto: ma allora dovrei anche smettere di prendere il treno, e perfino di girare per strada, per paura che mi chiedano i documenti, e assecondare così l’invisibilità che già subisco. Votare è uno degli strumenti che ho per far sì che questo non accada più, non è giusto che io ceda quegli spazi che mi spettano di diritto, ma che non sono stati pensati per me”.

In un paese in cui la rettifica dei documenti di identità delle persone trans è ancora un processo troppo lungo e lento, ogni occasione in cui bisogna presentare un documento o dichiarare il proprio genere di appartenenza può essere umiliante e dolorosa.

Nel caso della separazione tra uomini e donne ai seggi elettorali c’è l’aggravante che si tratta di un sistema non strettamente necessario, perché secondo molti basterebbe individuare un altro criterio in base al quale dividere in due le liste degli elettori.

Le procedure di voto in Italia sono regolate da una legge che risale al 1967: si tratta del decreto del presidente della repubblica numero 223, che all’articolo 5 stabilisce che le liste elettorali siano suddivise per genere. Il motivo di questo sistema è meramente pratico: dividendo in due la lista degli elettori diventa più facile per gli scrutatori trovare il nome di una persona nell’elenco. I registri elettorali, quindi, sono ancora separati. In alcuni seggi uomini e donne vengono fatti mettere in file separate, in altri invece la fila è unica ma quando si deve votare si viene comunque smistati. Man mano che si è cominciato a discutere dei diritti delle persone trans, questo criterio ha mostrato i suoi limiti.

“I registri divisi in base al genere ai seggi non sono necessari”, spiega Leone. “E inoltre sarebbe semplice rivedere la legge 164 del 1982 (sulla rettificazione di attribuzione di sesso), dando la possibilità alle persone trans e non binarie di avere dei documenti alias in attesa della rettifica e snellendo le procedure per ottenere quella rettifica”.

Violazione della privacy

Domenica 25 settembre l’avvocata e attivista lgbt+ Cathy La Torre, come molti altri attivisti e politici in tutta Italia tra cui Monica Cirinnà, ha presentato nella sua sezione elettorale a Bologna una dichiarazione in cui affermava che la divisione in file fra maschi e femmine viola privacy e riservatezza delle persone trans perché le costringe a fare un coming out davanti a tutti. Ma la richiesta di verbalizzarla ha creato disordini.

“La presidente mi dice che lo chiedo ogni anno ma non cambia mai nulla, io rispondo che se sono a votare è perché credo ancora che serva e così la penso per ogni singola battaglia. Uno scrutatore sentendomi insistere di mettere al verbale quanto detto chiama le forze dell’ordine. Non contento mi diffama chiamandomi ad altissima voce pazza”, ha raccontato La Torre in un post su Facebook, aggiungendo di aver denunciato lo scrutatore in questione.

Il Gruppo Trans di Bologna già nel 2018 ha avviato una campagna per chiedere la modifica delle procedure di voto, una petizione sulla piattaforma Change.org ha raccolto seimila firme che sono state inviate al ministero degli interni senza però che nulla si sia mosso. “Costringere la comunità trans a coming out forzati in ambienti non preparati ad accoglierli, significa esporre le persone alla non remota possibilità di divenire bersaglio di ostilità, discriminazioni e violenza in virtù della propria identità di genere”, si legge nella petizione.

“La verbalizzazione di voto, con l’inserimento del mio nome anagrafico, mi ha creato delle difficoltà”, racconta Alex, una persona non binaria di 30 anni che domenica ha votato a Roma. “Nonostante l’empatia dimostrata dalle persone che si sono occupate della trascrizione, ho dovuto rispondere a commenti, espressi con grande ingenuità, sul nome riportato sulla tessera elettorale. Nome nel quale io, di fatto, non mi riconosco”.

Dal punto di vista giuridico, Alex si è sentito di nuovo invisibile per l’ordinamento italiano. “Anche se nella mia sezione non erano organizzati con file separate, gli elettori erano chiamati in base al fatto se fossero uomini o donne. Io ho dovuto prendere atto per l’ennesima volta che la mia esistenza non è contemplata nell’ordinamento del mio paese. È qualcosa di cui sono ben consapevole, ma sentirmelo ripetere nel momento in cui esercito il diritto al voto è doloroso. E votare”, conclude Alex, “non dovrebbe essere motivo di angoscia”.