Il dibattito sull’omicidio di Alika Ogorchukwu, un uomo nigeriano ucciso a Civitanova Marche da un uomo italiano che si chiama da Filippo Ferlazzo, è una delle cose peggiori che si siano viste negli ultimi tempi.

Si è discusso del fatto che la vittima avrebbe molestato la compagna dell’assassino; si è commentata la brutalità dell’aggressione; ci si è sdegnati per quella che è sembrata indifferenza in chi non è intervenuto per fermare l’assassino; e alla fine gli interventi dei leader politici in campagna elettorale si sono ridotti a due bandierine speculari: Enrico Letta ha detto che non bisogna dimenticare, Giorgia Meloni che va fatta giustizia.

I brividi provocati da questo massacro sono amplificati dal vuoto che c’è intorno. La morte di Ogorchukwu risuona senza trovare nemmeno un’incarnazione in una forma collettiva. C’è un uomo nero, povero e disabile, ucciso; c’è un uomo bianco che lo ammazza a mani nude con una furia impietosa.

Mario Di Vito, giornalista marchigiano, ha scritto giustamente che la sensazione di gelo non è nella paralisi di fronte al massacro e ai telefonini che riprendono la scena, ma che anche a distanza di ventiquattr’ore non stia accadendo nulla.

Partecipata e potente

Leonardo Bianchi, che ha studiato a fondo il suprematismo italiano e gli omicidi dei neri a partire da quello di Jerry Masslo nel 1989, si chiede come sia possibile che non scatti immediatamente una reazione antirazzista di massa. Eppure è così. Le elezioni del 2018 furono decise anche dal tentato massacro di Luca Trainia Macerata, e dalle reazioni politiche a quella prova di strage.

Il Partito democratico tentennò vergognosamente e poi non andò a manifestare, nonostante una sua sede fosse stata presa di mira, il sindaco di centrosinistra decise di non consentire la manifestazione nel centro della città, la Cgil disertò, l’Anpi e l’Arci si spaccarono, il ministro dell’interno di allora, Marco Minniti, commentò: Traini, l’attentatore di Macerata, “l’avevo visto all’orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell’immigrazione”, autolegittimando così la sua politica di respingimenti.

La manifestazione a Macerata ci fu comunque, e fu partecipata e potente. Oggi non c’è nemmeno l’ombra di una proposta di mobilitazione: nessuno ha convocato un presidio, nessuno ha indetto una manifestazione. Soltanto la comunità nigeriana di Civitanova Marche è scesa sulla via principale stamattina. Soli, nel deserto politico che coincide con un’indegna campagna elettorale.

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