L’ultima casa di Cloe Bianco, a Gaggio-Marcon (Venezia). (Sergio Camplone per L’Essenziale)

Auronzo di Cadore è un paese lungo nel nord del Veneto: una striscia di case, alberghi, ristoranti, che si snoda alla destra di un lago artificiale fino a diradarsi nel bosco di Misurina. Uscendo dal paese, a nord, la luce sulla provinciale diventa più cupa perché le montagne dolomitiche si alzano ai lati. Tre chilometri fuori dal centro abitato c’è una vecchia centrale elettrica dismessa; a quell’altezza a sinistra comincia un sentiero. Bisognerebbe parcheggiare all’inizio della stradina, il transito è vietato ai mezzi a motore, ma entrano comunque tutti. Si sale e dopo 500 metri, invece di proseguire si può svoltare a sinistra verso la miniera di piombo e zinco abbandonata. C’è uno spiazzo davanti alla cava recintata dove alle volte sostano i camper.

Anche Cloe Bianco aveva parcheggiato qui quando ha deciso di togliersi la vita. Lo scheletro del camper carbonizzato, circondato dal nastro biancorosso, ora è l’unica presenza nello spiazzo. Tutto quello che c’è dentro è combusto. La plastica e il metallo fuso hanno reso indistinguibili gli oggetti; le poche cose non completamente bruciate sono alcune tazze, una scarpa sinistra, una maglietta dell’Agesci ritagliata come una canottiera e un vocabolario di italiano.

Anche il suo corpo era irriconoscibile, secondo i verbali dei vigili del fuoco di Santo Stefano arrivati sul luogo la mattina dell’11 giugno. Erano stati chiamati da un paio di persone che, andando al lavoro la mattina molto presto, avevano notato una colonna di fumo nel bosco.

Al nome di Cloe Bianco si è arrivati attraverso la targa del camper. Ma le indagini non sono ancora chiuse, mancano i risultati della comparazione del dna. Il funerale non c’è stato, non c’è un luogo dove portare un fiore per lei e anche qui, vicino al camper, non ci ha pensato nessuno.

Le parole che ha voluto lasciare sono quelle scritte sul suo blog, personetransgenere.word­press.com, che aveva aperto sette anni fa. Nella sua lettera di congedo dice: “Subito dopo la pubblicazione di questo comunicato porrò in essere la mia autochiria, ancor più definibile come la mia libera morte. In quest’ultimo giorno ho festeggiato con un pasto sfizioso e ottimi nettari di Bacco, gustando per l’ultima volta vini e cibi che mi piacciono. Questa semplice festa della fine della mia vita è stata accompagnata dall’ascolto di buona musica nella mia piccola casa con le ruote, dove ora rimarrò. Ciò è il modo più aulico per vivere al meglio la mia vita e concluderla con lo stesso stile. Qui finisce tutto”.

Molti giornali hanno letto nelle sue parole la descrizione di un atto disperato. Ma lei stessa aveva scritto, in altri post, che a ispirarla era stata la lettura approfondita di un testo di Jean Améry, l’intellettuale di origine ebraica deportato ad Auschwitz e morto suicida nel 1978. Due anni prima Amery aveva pubblicato Levar la mano su di sé. Discorso sulla libera morte (Bollati Boringhieri 2012) dove ragionava in maniera vertiginosa sul suicidio: “Con il loro atto assurdo, coloro che hanno scelto una morte volontaria non solo hanno fornito la prova mortalmente inoppugnabile che la vita non è ‘il bene più alto di tutti’, […] ma hanno risolto la contraddizione della morte (vivere-morire), anche se al prezzo di un’altra e più orribile contraddizione, che si potrebbe chiamare: muoio, dunque sono. Oppure: muoio, quindi la vita e tutto ciò che esiste per quanto riguarda i giudizi non ha valore. O ancora: muoio, quindi ero, almeno in modo insensato nel momento prima del salto, ciò che non potevo essere perché la realtà non me lo permetteva”.

In classe con tutta se stessa

La realtà in cui Cloe Bianco ha vissuto le è spesso stata ostile. Ma a quella realtà Cloe Bianco si è opposta con le sue parole, con le sue scelte e con il suo corpo. Nel posto che ha scelto per morire, Auronzo di Cadore, nessuno dice di averla mai vista in giro. Era la prima volta che arrivava lì con il suo camper? Perché ha scelto quel posto? Tutti quelli che ci vivono dicono di aver saputo di lei dai giornali. Non solo non c’è un fiore vicino al camper carbonizzato, ma non c’è nessuna traccia in tutto il paese che la ricordi; anche il sindaco Dario Vecellio Galeno – eletto il 13 giugno, due giorni dopo la morte di Bianco – commenta al telefono che non ha intenzione di renderle in alcun modo omaggio e che non gli interessa molto questa storia: ci siamo appena insediati, dice, abbiamo altro a cui pensare, a cominciare dal bilancio. Stesse reazioni nei bar (“Di chi stai parlando? Di quel frocio?”), dal giornalaio (“Perché raccontare questa storia?”) o nelle osterie (“Si sarebbe notato un personaggio del genere, qui ci conosciamo tutti, siamo chiusi sì, ci piace essere così”).

Non solo non c’è un fiore vicino al camper carbonizzato, ma non c’è nessuna traccia in tutto il paese che la ricordi

Raccontare Cloe Bianco non è semplice, lei stessa ha cercato sempre di evitare le semplificazioni: non ha accettato di adeguarsi a un ruolo, non ha voluto raccontarsi come vittima e dopo la sua morte non dovrebbe essere trasformata in una martire o in un simbolo. Quasi tutte le persone che l’hanno conosciuta la ricordano come una donna intelligente e colta, combattiva e spesso conflittuale o semplicemente molto dura. Una donna transgenere la cui vita privata è diventata, a un certo punto e forse suo malgrado, pubblica e che ha reso la propria storia personale profondamente politica. La sua morte, volutamente politicizzata ed esemplare, lo dimostra. Ma c’è stato un altro momento della sua esistenza in cui, senza volerlo, Bianco è arrivata sulle pagine dei giornali. Il 25 novembre 2015, dopo aver avvisato il preside dell’istituto tecnico Scarpa-Mattei di San Donà di Piave, in provincia di Venezia, dove insegnava, decise di entrare nelle classi vestita da donna; e da allora continuò a insegnare vestita da donna. Fu una scelta piena di conseguenze. Come reazione il padre di una studente scrisse una livorosa lettera all’assessora all’istruzione della regione Veneto, Elena Donazzan, di Fratelli d’Italia, che la avvalorò istituzionalmente rilanciandola in un post su Facebook violento e molto condiviso, scaraventando il coming out di Cloe Bianco al centro dell’arena pubblica.

In rete si trova poi ancora traccia – fu data come notizia dal quotidiano Libero – di una petizione fatta da alcune sue alunne che criticavano l’abbigliamento della loro professoressa: “Ha cominciato a infastidirci il modo discinto con cui la/il prof si è presentata/o in aula alla classe. Minigonne, scollature profonde e mini-abiti sgargianti. Non lo troviamo educativo. Possibile che noi veniamo di continuo redarguite per come ci vestiamo? È accettabile ci venga imposto di presentarci a scuola con abbigliamento decoroso e la ‘adesso professoressa’ si presenti invece alla classe in sottoveste? Noi non lo troviamo giusto”. Altri, come la sua ex alunna Sara Mazzonetto in una recente intervista su Repubblica, ricordano che alcuni genitori reagirono prendendola in giro, trattandola come un fenomeno da baraccone. Ma a sentire altri suoi ex alunni Cloe Bianco aveva continuato a svolgere il suo lavoro di docente di laboratorio di fisica in modo professionale e coinvolgente: “Era molto brava, nell’insegnare e nello spiegare. Anzi capivamo molte più cose da lei che dai professori di teoria”.

Dopo la sua morte, si è provato a ricostruire anche la reazione dell’istituzione scolastica, anche se molti passaggi restano da chiarire. Carmela Palumbo, direttrice dell’ufficio scolastico regionale, ammette che ci furono tre provvedimenti a carico di Cloe Bianco: il primo, dopo il coming out in classe, portò a una sospensione dall’insegnamento di tre giorni. Il secondo, che si concluse con un’archiviazione, arrivò dopo l’accusa di aver rivolto “frasi inopportune” ai suoi alunni. Il terzo, nel 2016, portò alla sospensione per un giorno per essersi presentata in classe con una minigonna. “Ma”, dice Palumbo, “non ci fu nessun demansionamento”. È così? O, come sembra più evidente, Bianco si sforzò di resistere a una pressione molto forte sul luogo di lavoro? Era iscritta a due graduatorie, quella del corpo docente e quella del personale amministrativo. L’anno dopo lasciò la scuola di San Donà di Piave e andò a lavorare a Mestre, dove continuò a insegnare fino al 2018 quando scelse di lavorare in segreteria.

Corpo fluorescente

A leggere la sentenza del tribunale del lavoro del 30 settembre 2016 si capisce che il 2015-2016 non fu un anno per nulla facile per Bianco. Presentò un ricorso al tribunale del lavoro contro la sospensione dalla scuola, ma la sua richiesta di risarcimento per danni morali fu respinta con una serie di rilievi umilianti: la sentenza parlava di “inadeguatezza”, di “non conformità ai doveri del dipendente insegnante nell’aver attuato con quella tempistica e in quel modo la rivendicazione della propria identità di genere”. In sostanza: avrebbe dovuto essere più cauta, più rispettosa di una morale pubblica ispirata al decoro. Bianco viene criticata per aver fatto coming out senza valutare la “necessità di una preventiva e adeguata informazione e preparazione dell’ambiente scolastico, senza gradualità, senza un previo percorso formativo/educativo degli studenti in gran parte minorenni”.

Fu costretta anche a risarcire la pubblica amministrazione; il giudizio è scritto con tono da reprimenda: “Abbastanza temeraria anche la domanda risarcitoria, per altro nemmeno suffragata da parametri di riferimento (sul quantum), che va dunque rigettata. […] Tenuto conto del principio della soccombenza, soprattutto con riferimento alla domanda risarcitoria (quasi immotivata) le spese vanno rifuse alla pubblica amministrazione, seppur in misura simbolica”.

Oggi il sindacato le è vicino. Tiziana Basso della Cgil Veneto in una nota dichiara esplicitamente che c’è bisogno di battaglie culturali ma anche di una nuova legislazione per i luoghi di lavoro, compresi quelli scolastici, ma all’epoca nessuno disse nulla.

“Guardami. Io ci sono. Sono qui. Esisto. Io sto parlando, m’ascolti? Non vuoi sentirmi? Allora alzerò la voce. Non mi vuoi vedere? Allora diventerò sempre più appariscente”. Cloe Bianco l’aveva scritto in un post del suo blog e fu ciò che fece, anche a scuola: diventò sempre più appariscente. A chi voleva rendere “adeguata”, “decorosa”, invisibile la sua presenza, lei aveva risposto rendendo il suo corpo fluorescente, esibendo il suo essere transgenere in modo indecoroso, performativo e politico.

Aveva scritto anche che il suo era un atto di “sabotaggio”, un “deragliamento” rispetto al percorso di transizione più tradizionale che chiede o impone di passare da un sesso a un altro: di diventare un “vero uomo” o una “vera donna” aderendo a un modello di maschilità e di femminilità già dato, pagando però il prezzo – come per esempio scrisse nel 1987 Sandy Stone nel suo manifesto post-transessuale Empire strikes back – dell’invisibilità. Un prezzo che chiaramente Cloe Bianco non ha voluto pagare.

Nel difendere la sua lotta senza mediazioni, nel sostenere di sentirsi doppiamente discriminata, come donna e come donna trans non intenzionata a fare la transizione classica, Cloe Bianco si era trovata spesso isolata e in dissenso anche con i consultori e i collettivi che aveva attraversato: la sua radicalità a volte non veniva riconosciuta se non come irriducibilità, e la sua conflittualità veniva letta spesso come litigiosità. “La sua presenza” dice Ilaria Ruzza, presidente del Sat Pink, il servizio di accoglienza delle persone trans di Verona che Bianco aveva frequentato, “era stata per molte e molti piuttosto destabilizzante”.

Una transizione eretica

Laurella Arietti e Cloe Bianco si erano conosciute nel 2014 al Sat Pink, che Arietti aveva contribuito a fondare nel 2005: al tempo si chiamava Trans­gender Pink ed era il primo sportello del Veneto per le persone trans.

Bianco non aveva ancora fatto la transizione sociale presentandosi agli altri nel genere con cui s’identificava. Gli obiettivi dello sportello, dice Arietti, “erano la depsichiatrizzazione e il superamento del sistema patriarcale e binario basato sui concetti uomo-donna”. Come per Bianco, anche per Arietti la transizione non ha significato passare da una condizione di uomo a una condizione di donna: “Ho decostruito il percorso tradizionale attraverso la mia storia e il mio corpo, cercando però di non giudicare chi sceglieva diversamente, quindi chi seguiva le transizioni psichiatrizzanti pur di diventare un uomo trans o una donna trans adeguandosi ai canoni patriarcali binari e quindi di non trasformare il proprio corpo in un corpo politico. I miei obiettivi critici erano e sono la società, la cultura, i saperi e la politica, non m’interessa attaccare i differenti modi di pensare delle singole persone”. Arietti racconta che Bianco si dimostrava spesso intollerante verso chi non aderiva completamente a quella sua stessa radicalità. Criticava anche le associazioni o i consultori che pur comprendendo la sua prospettiva supportavano le soggettività trans anche con percorsi più tradizionali. “Cloe voleva un po’ imporre il proprio pensiero, pretendeva la decostruzione immediata di norme e modelli secolari. Io ho cercato e cerco ancora oggi di mantenere un equilibrio tra la lotta politica e la mia ricerca di serenità. Sembrava invece che Cloe potesse trovare la felicità solo ed esclusivamente se il mondo, là fuori, fosse all’improvviso cambiato. Ciò che diceva, le sue idee, la sua lotta avevano un grandissimo valore culturale e politico ma non era riuscita a trovare il modo giusto per comunicarle, e non era riuscita nemmeno a trovare, proprio per questo motivo, degli alleati e delle alleate anche tra chi la pensava esattamente come lei. Va detto che a una soggettività trans in questa società non è permesso avere delle difficoltà, o un brutto carattere”.

Qual è il confine tra un brutto carattere e una conflittualità politica permanente?
“Quella di Cloe Bianco è stata un’inconciliabilità dichiarata”, sostiene Lorenzo Bernini, docente di filosofia politica all’Università di Verona, dove ha fondato il Centro di ricerca PoliTeSse-Politiche e teorie della sessualità, che oggi dirige. Aveva conosciuto Bianco all’università, lei aveva seguito i suoi corsi per qualche mese. “La bellezza è un dispositivo di controllo sociale che, come già diceva Frantz Fanon a proposito del Corpo Nero, dà o nega l’accesso a una piena umanità. Nel caso delle donne trans, bellezza significa innanzitutto ‘passare’ da donne, e Cloe Bianco aveva fatto del suo non passare da donna un atto politico”.

Se da una parte la presenza “scandalosa” di Bianco era da lei rivendicata, dall’altra, “incarnare ciò che non si deve essere” era stata una “fonte di rifiuto” molto dolorosa.

In uno degli ultimi post del suo blog, si legge quello che sembra essere un manifesto politico o, dall’altra parte, forse, un cedimento oltre la durezza della sua fedeltà alla linea: “Una donna brutta non ha a disposizione le opportunità per raccontarsi offerte dalla vita alle altre persone, tranne solo un pertugio piccolo piccolo dal quale poter esternare la propria esistenza, i propri aneliti, i propri desideri, i propri vissuti. Il possibile d’una donna brutta è talmente stringente da far mancare il fiato, da togliere quasi tutta la vitalità. (…) Io sono brutta, decisamente brutta, sono una donna transgenere. Sono un’offesa al mio genere, un’offesa al genere femminile. Non faccio neppure pietà, neppure questo”.

Visionaria

La scelta definitiva di Cloe Bianco è stata quella della libera morte. “E anche la morte, come la sua vita, è stata comunque e di nuovo una scelta politica”, dice Arietti. Per riconoscere la qualità politica della prospettiva di Cloe Bianco, allora, occorre andare oltre la lettura della sua storia come un caso psichiatrico o come la parabola tragica di una dissidente, un’eccentrica o una vittima, una discriminata o un simbolo. Sarebbe più giusto comprendere le idee che lei stessa aveva difeso in tanti contesti diversi, anche quando le sue lotte sembravano difficili o apparentemente impossibili. Del resto come essere visionarie senza voler cambiare tutto?

Una sua ex alunna ricorda l’ultima volta che la incontrò, qualche anno fa sul treno verso Mestre: “Sempre educata e delicata”. Con affetto Bianco le chiese cosa avesse fatto negli anni dopo la scuola. Era bella, dice la sua ex alunna, e molto elegante. Molti la ricordano come una persona dura ed eccentrica, nessuno può dimenticare la potenza della sua richiesta di libertà.