Il 4 luglio c’è stata la sentenza di primo grado del processo per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte, il ragazzo pestato a morte a Colleferro la notte tra il 5 e il 6 settembre 2020. Le condanne comminate ai quattro imputati erano state ampiamente previste per tutto il processo: ergastolo per i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, più di vent’anni (rispettivamente 21 e 23) a Mario Pincarelli e Francesco Belleggia.

Anche le reazioni alla lettura della sentenza sono state prevedibili: sollievo dei familiari e degli amici di Duarte; delusione e rabbia dei condannati, che negli ultimi giorni hanno provato a scagionarsi accusandosi l’un l’altro e a dipingersi come vittime di un processo mediatico; e fuori, un coro abbastanza unanime che ha applaudito agli ergastoli e alle condanne a più di vent’anni con i soliti “buttate la chiave”.

Del resto il caso della morte di Willy Duarte non è mai stato un giallo. Il pestaggio è avvenuto in meno di un minuto, e i carabinieri sono arrivati a prelevare i colpevoli dopo neanche mezz’ora. Il processo ha solo confermato quello che era evidente e spaventoso quel sabato notte del 2020: un ragazzo preso a botte fino a fargli scoppiare il cuore da alcuni ragazzi che non lo conoscevano.

I testimoni erano tantissimi, pronti a un linciaggio dei colpevoli. Quando i fratelli Bianchi sono stati portati al commissariato, una folla si è assiepata lì fuori, e c’è stato il rischio reale, visto che la domenica non si trovava un giudice che convalidasse l’arresto, che fossero rilasciati e finissero per essere assaliti.

Violenza maschile

Dopo due anni il senso comune rispetto a questa storia non è cambiato di molto. E il processo lascia inevase due domande. La prima riguarda le ragioni per cui è avvenuto l’omicidio di Duarte: perché i fratelli Bianchi hanno usato “una violenza sproporzionata” (come recita la sentenza) contro il suo corpo? Non l’avevano mai visto, ed era inerme. La seconda riguarda le origini di questa violenza. Perché in un sabato sera di una provincia qualunque d’Italia una chiacchiera tra ragazzi si trasforma in una rissa e poi in un massacro?

Molti commentatori hanno giustamente sottolineato il coraggio di Duarte, la sua lealtà nel tentare di proteggere Federico Zurma, il suo ex compagno di scuola che aveva visto in difficoltà. Ma il gesto di Duarte è un’anomalia quella sera. La normalità sembra essere, per come sono andate le cose, una violenza tutta maschile che precipita sul suo corpo come un’onda sismica che montava già da ore.

È utile allora provare a capire come ha funzionato la meccanica di quella violenza e non limitarsi a isolarne l’ultimo gesto. All’origine della rissa, che si articola in diverse fasi, c’è un episodio di catcalling. Lo ha raccontato anche al processo Azzurra Biasotti, senza descriversi come vittima, ma semmai come fragile. Anche lei voleva passare una serata in compagnia, e arrivata alla fine, stava andando via con le sue amiche e i suoi amici. “Mentre stavamo per scendere le scale”, ha dichiarato, “mi accorgo che un ragazzo mi lancia un bacio mentre passo, la prima cosa che mi viene da fare è abbassare lo sguardo. Ho cercato di non guardarlo. Il mio amico Massimiliano Pierantoni lo racconta al mio fidanzato e s’innervosisce”.

Il ragazzo che le lancia il bacio è Francesco Belleggia, uno dei quattro condannati: il suo gesto è la prima scossa di una serie che con una logica quasi materiale arriva alla deflagrazione finale, il pestaggio incontrollato. Ricostruendo tutta la dinamica precedente ci sono diversi momenti in cui sembra che, nella dialettica tra provocazioni e reazioni, ci si possa fermare; ma poi c’è comunque qualcosa che innesca di nuovo la spirale di violenza.

In due anni il senso comune rispetto a questa storia non è cambiato di molto

Cosa sia questo qualcosa il processo e il dibattito che l’ha accompagnato non lo chiariscono. I fratelli Bianchi in maniera grezza dicono una mezza verità per nasconderne una intera: il loro processo è stato mediatico. Hanno ragione: da subito sono stati dipinti come mostri, e la loro violenza omicida è stata collegata alle arti marziali o all’uso di droghe. Sono accostamenti che non spiegano nulla.

Piuttosto bisognerebbe capire come si generi una violenza così feroce e tutta maschile in ragazzi di poco più di vent’anni. Se ci limitiamo a ragionare sull’intenzionalità dei singoli, perdiamo di vista la complessità delle ragioni: in queste situazioni ci sono un gruppo e un contesto di riferimento in cui quel gesto e quell’azione hanno un certo significato, un certo valore.

Altrove

Alessandro Coltrè, giornalista di Artena, il paese dove vivevano i quattro colpevoli, quella sera era lì. È stato tra i pochi a riflettere a freddo su quello che è successo: “È difficile fare capire a chi non è nato qui cosa vuol dire vivere, come maschi, in provincia negli anni venti ossia negli anni della globalizzazione, dei social network, di EasyJet. La provincia nell’immaginario non esiste. Se guardi la tv, internet, c’è sempre solo la città. Ed essere maschi in provincia vuol dire vivere lacerati tra due spinte opposte: riprodurre una cultura tradizionale che ti protegge in qualche modo dalla ferocia dell’esclusione sociale e immaginarsi in un altrove che però nella maggior parte dei casi non si troverà mai”.

Per Willy Duarte quell’altrove è stato la morte, per i colpevoli del suo omicidio decenni di galera.