Sono passati due anni e mezzo dalla sentenza della corte costituzionale 242. I giudici, chiamati a rispondere al giudizio di legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, hanno deciso che l’aiuto al suicidio è legittimo in alcune circostanze e hanno invitato il parlamento a legiferare.

Le condizioni in cui è lecito aiutare qualcuno a morire – come ha fatto Marco Cappato con Fabiano Antoniani (noto come dj Fabo) nel 2017, accompagnandolo in Svizzera e denunciandosi al suo ritorno in Italia – sono: la capacità di “prendere decisioni libere e consapevoli” della persona che chiede di essere aiutata a morire, la presenza di una “patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili” e di un trattamento di “sostegno vitale”, la verifica di una struttura pubblica delle condizioni e delle modalità di esecuzione dopo il parere del comitato etico competente.

Il 16 giugno Federico Carboni è stato il primo ad accedere alla morte volontaria in Italia. Non è stato facile e ci sono volute tre diffide, la denuncia per il reato di tortura e di omissione di atti d’ufficio, mille insistenze e mille difficoltà.

Come la legge 40

E qui veniamo alla legge e all’assenza dello stato, perché una legge avrebbe dovuto correggere e migliorare quella sentenza di due anni e mezzo fa (o legiferare prima, perché non è la prima volta che si chiede al parlamento di intervenire).

Avrebbe dovuto correggere eliminando il requisito del sostegno vitale, almeno inteso in senso restrittivo, cioè come un macchinario. Perché? Perché molti malati oncologici (ma non solo) non hanno respiratori da staccare o altri sostegni vitali, ma dovrebbero poter scegliere se e quando morire. Altrimenti ci sarebbe una terribile ingiustizia e una discriminazione tra malati.
Avrebbe dovuto migliorare indicando dei tempi entro i quali verificare le condizioni e le modalità. Perché non ci possono volere mesi o anni per ottenere quello che è un diritto.

Avrebbe dovuto o dovrebbe: perché c’è ancora una legge in discussione, anche se i tempi sono molto stretti e il testo (ormai impantanato) è sbagliato e ingiusto perché non corregge e non migliora la sentenza 242, anzi.
Una legge sbagliata e ingiusta è peggio di nessuna legge. Una legge sbagliata e ingiusta è peggio di una sentenza che potrebbe essere corretta e migliorata, ma che comunque ha già dato una risposta. E quella risposta rafforza la libertà delle persone.

Oggi è già possibile, come ha fatto Carboni, chiedere di morire e forse grazie a lui in futuro non ci vorrà tutto questo tempo e non ci saranno tutte queste difficoltà. Quello che una legge non deve assolutamente fare è aggiungere complicazioni, sommare burocrazia e scuse per restringere una libertà che riguarda la nostra vita e nessun altro. Eppure dopo la decisione di Carboni molti hanno chiesto a gran voce una legge, non importa quale legge, altrimenti è il far west e comunque sono meglio le cure palliative e la sedazione profonda.

La libertà è una forma, un recinto nel quale ognuno dovrebbe mettere quello che vuole

Evocare il far west è un grande classico. Era stato evocato anche quando si discuteva di un’altra orrida norma, quella sulle tecniche riproduttive, per dimostrare che è meglio avere una legge qualsiasi dell’anarchia assoluta (l’anarchia non c’era allora e non ci sarebbe ora). Non è finita bene: dopo l’approvazione della legge 40 sulla procreazione assistita, una delle leggi più insensate e coercitive del mondo, i tribunali e le corti l’hanno fatta a pezzi. È rimasto poco di quello che era, ma i costi sono stati altissimi.

Il far west è stato invocato spesso anche rispetto alla legge sulla morte volontaria, l’ultima volta qualche giorno fa dal quotidiano La verità: il “cow boy” Cappato avrebbe cavalcato “nelle praterie dell’Oklahoma come i farmer nel Far west”. E poi, ovviamente, meglio “una legge tardiva e sbagliata” del “business privato della morte alla buona”. In che modo applicare le indicazioni di una sentenza della corte possa essere business privato non è facile capirlo, ma l’inganno è sempre lo stesso: si descrivono disastri e abusi per giustificare una norma ingiusta. Chissà se davvero sono convinti o se è campagna elettorale. Possibile che non abbiamo imparato niente? Filomena Gallo, segretaria dell’Associazione Luca Coscioni e coordinatrice del collegio legale di Carboni, richiama il legislatore alle sue responsabilità e lo invita a scrivere una legge che garantisca davvero la libertà di scegliere delle persone. Altrimenti l’unica alternativa saranno i tribunali.

Premessa e condizione

L’altro espediente classico è il consiglio non richiesto delle cure palliative e della sedazione profonda come equivalenti alla morte. Ricordiamo che la premessa e la condizione necessaria sono sempre la libera decisione del diretto interessato. La libertà è una forma, un recinto nel quale ognuno dovrebbe mettere quello che vuole. A parità di condizioni cliniche, sceglieremo diversamente. Questa è la ragione per cui non ha nemmeno senso elencare le proteste di chi dice “ma io ho la stessa patologia e non voglio morire”: nessuno ti obbliga e la stessa malattia non comporta la stessa decisione.

Quindi dovrebbero essere garantite tutte queste possibilità: le cure palliative, la sedazione, la morte volontaria. Perché tutte rientrano nella libertà. Ma non sono equivalenti. Sono scelte diverse e sarebbe ipocrita provare a barattarne una per l’altra.