L’hanno arrestato e messo in carcere perché ha guidato il barcone che lo ha portato in Italia insieme a un centinaio di altre persone in fuga dalla Libia. Eppure Saidu Bangura non capisce perché lo hanno messo in prigione una volta sbarcato in Italia: in fondo ha fatto sì che tutti si salvassero.

Anche Joof Ousaineu è arrivato in Sicilia attraverso il Mediterraneo centrale. Non aveva ancora nemmeno 16 anni ed era il più piccolo a bordo. Ha sofferto il mal di mare, in quelle lunghe ore di traversata, e ha passato tutto il tempo riverso al centro del barchino. Non sa dire chi lo guidava. “Era buio e stavo male”, dice. Da sette anni si dichiara innocente di fronte alla giustizia italiana. Quando è stato soccorso era così disidratato che è stato portato in ospedale, come avrebbe potuto guidare? In corsia era piantonato dalle forze dell’ordine, poi è stato arrestato e processato da un tribunale ordinario. La giustizia italiana non credeva che fosse minorenne: stando alla radiografia del polso avrebbe aveva 18 anni. Anche Saidu è stato processato in Italia come maggiorenne: ma il suo arresto è avvenuto il giorno prima che compisse 18 anni. “La legislazione di emergenza in tema di immigrazione produce mostri giuridici”, spiega l’avvocata di Ousaineu, Cinzia Pecoraro.

Non si sa quanti siano i minorenni che, come Bangura e Ousaineu, negli ultimi anni sono stati arrestati, processati e a volte condannati in Italia per aver guidato imbarcazioni che trasportavano migranti irregolari. L’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, reato previsto dall’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione. Negli anni la norma è stata modificata più volte e secondo molte associazioni della società civile ha finito per diventare un’arma per criminalizzare le persone che entrano in Italia e le organizzazioni non governative che si occupano di migrazioni.

Oggi però il vento sta cambiando e molti di quei processi si stanno concludendo con un nulla di fatto. A maggio alcuni volontari di Baobab Experience, associazione che negli ultimi sei anni ha prestato aiuto umanitario a quasi centomila tra uomini, donne e bambini in transito a Roma, sono stati assolti dall’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. “Qui a Palermo negli ultimi anni molti processi che vedono imputati ragazzi e uomini sbarcati in Italia come cosiddetti scafisti sono finiti con delle assoluzioni. I tribunali cominciano a capire”, racconta Pecoraro. “Non succede lo stesso in altri tribunali siciliani, dove puoi beccarti ancora oggi trent’anni di carcere”.

Joof a Palermo, 9 aprile 2022. (Angela Gennaro)

Secondo le avvocate che hanno difeso Bangura e Ousaineu in questi anni – Pecoraro a Palermo e Paola Ottaviano a Catania – l’arresto dei cosiddetti scafisti fa parte di una strategia: quella di dimostrare, all’Europa e all’opinione pubblica italiana, che l’Italia lotta contro il traffico di esseri umani dalla Libia. Un’esigenza nata nel 2013, sulla scia dell’indignazione internazionale seguita al naufragio del 3 ottobre, quando a poche centinaia di metri dalle coste di Lampedusa annegarono almeno 368 persone.

Da quel momento, raccontano le avvocate, le procure siciliane sarebbero diventate “molto attive” nell’applicare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E le accuse hanno riguardato anche molti minorenni: ragazzi, a volte bambini, che vengono processati in Italia come adulti. Senza alcuna conseguenza per le organizzazioni criminali: i veri trafficanti, infatti, restano in Libia. “Le imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo centrale non hanno equipaggio. Gli scafisti e i trafficanti di esseri umani non sono a bordo: restano in Libia”, spiega Stefania Gasparri, volontaria del centro Astalli di Catania. Dal 1999 l’associazione assiste “uomini e donne in fuga da guerre e persecuzioni, spesso vittime di tortura, che arrivano dopo viaggi al limite della realtà”.

Stato di necessità

L’Osservatorio minori di Antigone “per i diritti e le garanzie nel sistema penale” nata alla fine degli anni ottanta, ha lanciato l’allarme nel 2017. “Visitando i quattro istituti minorili siciliani e quello sardo, il Quartucciu di Cagliari, abbiamo trovato diversi ragazzi su cui pendeva questa accusa tremenda: quella di essere dei trafficanti”, spiega Susanna Marietti, coordinatrice dell’Osservatorio. “Una follia. Ricordo un ragazzo che parlava solo un dialetto minore di un paese africano e non riusciva a capire cosa gli stesse succedendo. Era in carcere per traffico di esseri umani, ma evidentemente era una vittima. Dieci volte vittima”.

Secondo il ministero della giustizia, il fenomeno sarebbe in netto calo. Nel 2017 la procura di Catania ha cominciato a cambiare linea, con una circolare del procuratore Carmelo Zuccaro, illustrata dal magistrato a Roma in una audizione di fronte alla commissione parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen sullo spazio di libera circolazione, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione. “Si invitava a non configurare con troppa facilità il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, consapevoli del fatto che ben di rado questi ragazzi ne sono realmente colpevoli”, dice Marietti.

Si tratta infatti in genere di ragazzi “che forse tenevano la mano sul timone o distribuivano boccette d’acqua: ragazzi che non hanno colpe, ma probabilmente erano stati istruiti dai trafficanti in Libia su quello che dovevano fare a bordo ”. Dopo aver riconosciuto lo “stato di necessità” dei ragazzi costretti dalle organizzazioni criminali a fare da “driver” di barchini carichi di umanità, Zuccaro ha però puntato il dito contro il ruolo delle organizzazioni non governative impegnate nel soccorso in mare. “L’intervento immediato delle navi delle ong rende inutili le indagini anche sui facilitatori delle organizzazioni criminali, rendendo più difficili le indagini”, ha affermato.

Solo il carcere minorile Bicocca di Catania ha fornito all’associazione Antigone dei dati: i ragazzi accusati di aver guidato imbarcazioni che trasportavano migranti irregolari erano 7 nel 2012, 9 nel 2013, 15 nel 2014, 9 nel 2015, 12 nel 2016. In quegli anni l’Istituto penitenziario minorile (Ipm) di Catania si è riempito di ragazzi stranieri accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. A molti è stato applicato l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario che vieta la concessione di benefici, una misura che dal 2018 non è più consentita negli istituti minorili.

La domanda che ci dovremmo fare è: perché criminalizzarli?

“Molti di quei ragazzi erano semplici pescatori”, spiega Elvira Iovine del Centro Astalli di Catania, volontaria al carcere minorile. “Conoscevano il mare e sapevano guidare la barca”. “Gli veniva affidato un ruolo da leader nell’imbarcazione”, spiega la direttrice dell’Ipm di Catania, Maria Randazzo. “Distribuivano acqua, cibo, a volte guidavano, erano utilizzati per le loro competenze tecnologiche, perché sapevano magari usare il cellulare, perché parlavano inglese o francese e potevano farsi capire da tutte le persone a bordo. Ma non ne traevano alcun guadagno, non erano parte dell’organizzazione criminale”.

All’Istituto gli hanno spiegato in cosa consiste il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cui sono accusati. Sono davvero pochi i ragazzi che “potrebbero provenire effettivamente da famiglie di trafficanti e sono consapevoli di ciò che fanno”, continua la direttrice. Quasi tutti sono fuggiti da situazioni di estrema povertà, spesso grazie ai debiti contratti dalle famiglie. E sono passati attraverso le torture nei lager libici. Come dice Richard Brodie di Arci Porco Rosso, circolo che ha sede in piazza Casa Professa, nel quartiere di Ballarò a Palermo, “non dovremmo chiederci perché si mettono a guidare un barchino. La domanda che ci dovremmo fare è: perché criminalizzarli?”.

Il collettivo europeo di giornalisti Lost in Europe, che dal 2018 racconta le storie dei minori stranieri non accompagnati che arrivano in Europa, ha provato in questi anni a ricostruire il fenomeno degli “scafisti minorenni”. Grazie al loro lavoro abbiamo realizzato un video per l’Ansa su Saidu Bangura e Joof Ousaineu. Anche Moussa (il nome è di fantasia), originario del Senegal, arrestato durante lo sbarco a Trapani a 16 anni, ha una storia simile, che è stata raccontata da Ismail Einashe sulla Bbc a marzo.

Secondo il rapporto Dal mare al carcere di Alarm Phone, un progetto nato nel 2014 che ha istituito un numero di emergenza per migranti in difficoltà nel Mediterraneo, e di Arci Porco rosso, dal 2013 al 2021 ci sono stati almeno “2.500 arresti di migranti accusati di essere ‘scafisti’ in processi sommari”. Una fotografia scattata incrociando dati di polizia e notizie di cronaca. “Abbiamo visto molteplici sentenze finite in condanne a cinque, otto, dieci anni di carcere. Anche all’ergastolo, se nel viaggio in mare ci sono state vittime”, racconta Richard Brodie di Arci Porco Rosso. “Il punto è che invece di andare a cercare la vera organizzazione criminale e i suoi vertici, la polizia prendeva un migrante ogni cento per indagarlo e accusarlo di questo reato. Sono numeri altissimi”.

Accendere il motore

Saidu Bangura aveva 13 anni quando è scappato dalla Sierra Leone e dalla famiglia del padre per cercare, senza successo, la mamma andata via di casa quando era piccolissimo. Ha attraversato il deserto, è stato rapito, torturato, ricattato: prima in Algeria, poi in Libia. Ha viaggiato per cinque anni prima di arrivare a Pozzallo, dove è sbarcato nel 2018 e dove è stato arrestato con l’accusa di aver guidato un’imbarcazione che trasportava migranti irregolari. Era il giorno prima del suo diciottesimo compleanno, ma l’Italia l’ha processato come maggiorenne.

“Mio papà voleva uccidermi perché credeva che fossi diventato cristiano”, racconta Joof Ousaineu. È scappato dal Gambia e dal sospetto di aver tradito l’islam. “È vero, andavo in chiesa. Ma solo per ascoltare”, dice. Ha attraversato Senegal, Mali, Niger e infine è arrivato in Libia. Il barchino su cui viaggiava, partito da Zwara, è stato soccorso da una nave della guardia costiera italiana. Alcuni suoi “compagni di viaggio” dicono che era lui a guidarlo. Lui che è stato portato in ospedale perché disidratato. Lui che è stato male per tutto il tempo. Lui che non aveva ancora compiuto 16 anni.

“Allo sbarco Joof ha dichiarato la sua vera età”, racconta l’avvocata Pecoraro. Ma poiché la radiografia del polso “è compatibile con la maggiore età”, Joof trascorre undici mesi nel carcere Pagliarelli di Palermo. Minorenne tra i maggiorenni. “E innocente”, aggiunge Pecoraro. “Quando l’ho incontrato ho capito subito che era un bambino”. L’avvocata ha contattato l’ambasciata del Gambia e grazie a un po’ di fortuna è riuscita a risalire alla famiglia, che ha mandato in Italia l’atto di nascita di Ousaineue il tesserino della scuola con la foto. Documenti che Pecoraro ha presentato al tribunale.

Il sorriso che gli illumina il volto, oggi, è triste. “Non riesco dormire”, racconta

“Il giudice ha scarcerato il ragazzo e ha rimandato gli atti al tribunale dei minori: nella sentenza ha messo in dubbio l’efficacia della tecnica utilizzata in Italia per stabilire l’età di un individuo”. I parametri usati per leggere le radiografie del polso, si legge nella sentenza, “si riferiscono alla popolazione anglosassone degli anni cinquanta”. Sono quindi “difficilmente applicabili con veridicità alla popolazione africana di oggi”, aggiunge l’avvocata. La prova ha anche un margine di errore dichiarato che va dai sei ai 24 mesi.

Oggi Ousaineu vive vicino Palermo, a Partinico, lavora come pastore di pecore e vive in un appartamento in condivisione. Il suo caso pende ancora di fronte al tribunale dei minori. E la sua legale vuole andare fino in fondo per dimostrare la sua innocenza. “Ci riusciremo”, assicura. “Joof non ha neanche visto chi guidava il barchino su cui viaggiava”.

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Saidu Bangura oggi vive in una comunità di suore, fa il pizzaiolo a Modica ed è in attesa dell’udienza per la messa alla prova, la misura che permette di estinguere il reato in caso di esito positivo di un periodo di prova concesso all’imputato. Anche la sua avvocata, Paola Ottaviano, dopo molti anni è riuscita a portare il suo caso di fronte al tribunale dei minori. “Non sapevo che fosse un crimine”, dice Bangura. Sì, il barchino lo guidava. “Che altro potevo fare? Cercavo di salvarmi la vita. Di salvarci la vita”, dice.

In Libia, nel luogo di raccolta in cui i migranti erano ammassati in attesa di venire stipati sulle barche per la traversata fino all’Italia, Bangura era quello senza soldi e più sveglio. “Una notte mi hanno portato insieme a un altro ragazzo in un porticciolo. ‘Se riesci ad accendere il motore sei libero’, mi hanno detto”. Ci è riuscito, ma non è stato liberato: per una settimana ogni sera gli scafisti, quelli veri, quelli che restano in Libia e a cui la giustizia europea non arriva, lo hanno fatto uscire e hanno portato in spiaggia per insegnargli a guidare. “Se tornate indietro, vi spariamo”, gli hanno detto l’ultima sera dopo averlo fatto salire a bordo con altre persone. Il sorriso che gli illumina il volto, oggi, è triste. “Non riesco dormire, il mio cervello non fa altro che pensare a tutto quello che è successo e non si ferma”, racconta.

“Ero molto arrabbiato perché ero straniero, africano, nero: credo che sia per questo che mi hanno fatto quello che mi hanno fatto”, dice Ousaineucon la sua parlata incerta, timida nello studio della sua avvocata a Palermo. “Spero che tutto questo finisca, così sarò davvero libero”. Il suo sogno è diventare un cuoco. Ma non ha il permesso di soggiorno, e lavora in nero. Per il momento si limita a partecipare alle sue udienze, a distanza di mesi e tra innumerevoli rinvii. “Ogni volta perdo un giorno di lavoro. E spesso solo per vedere che l’udienza è rinviata”.