Domenica 25 settembre, dalle ore 7 alle ore 23, quasi 50 milioni di cittadini italiani potranno votare per eleggere il nuovo parlamento, che per la prima volta sarà composto da 400 deputati e 200 senatori. Dopo il referendum costituzionale di settembre 2020, il numero dei parlamentari è stato infatti ridotto dagli attuali 945 ai futuri 600.

Un ruolo fondamentale alle elezioni è svolto dalla legge elettorale, che stabilisce le regole con cui il numero dei voti espressi dai cittadini è trasformato nel numero dei seggi assegnati ai vari partiti alla camera dei deputati e al senato. L’attuale legge elettorale è stata approvata nel 2017, poco prima delle elezioni politiche del 2018, ed è nota come legge Rosato o Rosatellum, dal nome del suo relatore Ettore Rosato, oggi presidente di Italia viva.

Il funzionamento del Rosatellum non è per nulla semplice: i fattori da considerare, per un voto consapevole e informato, sono molti.

Un sistema misto

Innanzitutto, per capire come funziona la legge elettorale, bisogna tenere a mente una prima distinzione. Semplificando un po’, esistono due tipi di sistemi elettorali.

Da un lato, ci sono i sistemi maggioritari, che dividono il territorio di un paese in collegi dove vengono eletti i candidati che prendono anche un solo voto in più rispetto ai loro sfidanti. Dall’altro lato, ci sono i sistemi proporzionali, che assegnano i seggi ai partiti in proporzione ai voti che hanno ricevuto nei singoli collegi. Entrambi questi sistemi hanno i loro pregi e i loro difetti: in estrema sintesi, il maggioritario tende a favorire la formazione di parlamenti meno frammentati, mentre il proporzionale tende a favorire la rappresentatività degli elettori.

Il Rosatellum è un sistema elettorale misto: è proporzionale per circa due terzi dei seggi assegnati e maggioritario per l’altro terzo. Per questo motivo, i partiti sono incentivati a presentarsi coalizzati al voto: in questo modo possono aumentare le loro probabilità di vincere i seggi assegnati con il maggioritario, presentando un candidato comune.

L’elezione della camera

In queste elezioni saranno nominati 400 deputati, di cui otto all’estero. Per l’elezione della camera, il territorio italiano è diviso in 28 circoscrizioni: una per regione, tranne sei regioni, le più popolose, che hanno più circoscrizioni al loro interno. A loro volta, le circoscrizioni sono suddivise in collegi, porzioni di territorio che contengono le sezioni elettorali dove i cittadini vanno a votare. Le dimensioni e il numero di questi collegi sono stati modificati alla fine del 2020, per renderli coerenti con la riduzione del numero dei parlamentari (qui è consultabile la mappa dei collegi alla camera).

Esistono due tipi di collegi, data la natura mista del Rosatellum. Tre ottavi dei 392 seggi da distribuire alla camera, ossia 147 seggi, sono assegnati nei cosiddetti collegi uninominali, l’anima maggioritaria della legge elettorale. Qui i partiti o le coalizioni presentano un solo candidato, che sfida gli altri in uno scontro diretto: il più votato viene eletto.

Più complicata è l’attribuzione dei rimanenti 245 seggi, i cinque ottavi sul totale, quelli assegnati nei cosiddetti collegi plurinominali, l’anima proporzionale della legge elettorale. Questi collegi sono 49 e attribuiscono i seggi ai partiti in proporzione al numero dei loro voti ricevuti. Qui i partiti presentano una lista, con i nomi già scelti di quattro candidati al massimo, alternati per genere: i primi in lista (chiamati appunto capolista) hanno più probabilità di essere eletti. Via via, vengono eletti i successivi in lista, a seconda di quanti voti ha preso un partito.

Senza entrare nei dettagli tecnici, per calcolare quanti seggi attribuire ai partiti con il proporzionale, a livello nazionale si divide il numero dei voti espressi dai cittadini per il numero dei seggi da assegnare, ottenendo così un valore, chiamato quoziente elettorale. A ognuno dei partiti si assegna un numero di seggi pari al numero di volte che il quoziente elettorale risulta compreso nei voti presi dai singoli partiti.

Visto che i voti potrebbero non corrispondere al quoziente elettorale o ai suoi multipli, generalmente avanzano resti, che vengono poi ridistribuiti ai partiti, generando effetti imprevedibili. YouTrend, un sito che si occupa di sondaggi e di approfondimenti sulla politica, ha per esempio spiegato che attraverso il cosiddetto effetto flipper gli elettori di una regione possono contribuire con il loro voto a far eleggere un deputato in un’altra regione.

Non tutti i partiti possono eleggere deputati alla camera, perché ci sono delle soglie di sbarramento. Una coalizione deve prendere almeno il 10 per cento dei voti, mentre un partito che va da solo almeno il 3 per cento. Se un partito dentro una coalizione prende meno dell’1 per cento, i suoi voti non vengono conteggiati per la distribuzione dei seggi: di fatto vanno persi.

L’elezione del senato

Al senato si eleggeranno 200 senatori, di cui quattro all’estero, con regole un po’ diverse rispetto alla camera. Innanzitutto, qui le circoscrizioni sono 20, una per regione: i seggi assegnati con i collegi uninominali sono 74, mentre quelli assegnati con il proporzionale sono 122, in 26 collegi plurinominali. Anche questi collegi sono stati ridisegnati alla fine del 2020 (qui è consultabile la mappa dei collegi al senato).

Alle soglie di sbarramento valide per la camera se ne aggiunge un’altra: un partito può eleggere senatori se prende il 20 per cento dei voti almeno in una regione. In realtà, come ha spiegato il sito di fact-checking Pagella Politica, al senato le soglie di sbarramento sono più alte, visto che l’elezione avviene su base regionale, e non su base nazionale, come alla camera.

Per esempio, la Sicilia assegna con il proporzionale dieci seggi in senato: un partito che corre da solo, per essere sicuro di ottenere almeno uno di questi dieci seggi, dovrà prendere almeno il 10 per cento dei voti, percentuale ben più alta del 3 per cento fissato dalla soglia di sbarramento (in realtà, gli potrebbe bastare anche una percentuale un po’ più bassa del 10 per cento, a seconda del numero di partiti che non superano le soglie minime). I partiti più piccoli sono dunque più svantaggiati rispetto a quelli più grandi o coalizzati.

La riduzione del numero dei senatori rischia di avere poi conseguenze sulla rappresentanza dei cittadini. Per esempio, grandi città come Torino, Napoli e Palermo eleggeranno un solo senatore, che dovrà rappresentare in parlamento centinaia di migliaia di cittadini. Limiti simili ci sono anche alla camera, dove ci sono collegi che eleggono un solo deputato anche se hanno differenze di popolazione superiori ai 150mila abitanti.

Come si vota

Tanto è complicato il funzionamento del sistema elettorale, quanto è semplice, invece, la modalità di espressione del voto. Il 25 settembre a tutti gli elettori saranno consegnate due schede: una per l’elezione della camera e una per l’elezione del senato, dove è stato tolto il limite dei 25 anni di età per poter votare.
Sulla scheda della camera e del senato saranno presenti i nomi dei candidati nel collegio uninominale e la lista, o le liste, che lo supportano, con i nomi dei candidati nel collegio plurinominale.

Per votare, un elettore ha tre opzioni: può barrare il riquadro di una lista, così il suo voto sarà attribuito a quella lista e al suo candidato nell’uninominale; può barrare sia il riquadro della lista sia quello del candidato all’uninominale, con gli stessi effetti dell’opzione precedente; oppure può barrare solo il riquadro del candidato uninominale. In questo caso, il voto viene attribuito anche alla lista che lo sostiene e, nel caso ci fosse una coalizione, il voto viene distribuito ai partiti in proporzione ai voti che hanno preso nel collegio uninominale.

Non è valido il cosiddetto voto disgiunto, ossia non si può barrare il riquadro di un candidato all’uninominale e quello di una lista che non lo appoggia: in quel caso, il voto è nullo. Le preferenze non ci sono (sono valide solo per il voto all’estero): se si scrive il nome di un candidato, il voto rischia di essere annullato.