Il 23 gennaio sarà l’ultimo giorno di lavoro di Nicola Magrini, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Il ministro della salute Orazio Schillaci, grazie al sistema dello spoils system (che consente al nuovo governo di cambiare i vertici dei ministeri e delle agenzie poste sotto il controllo dei ministeri), ha deciso di anticipare la fine del suo incarico. Tra i dossier sul tavolo di Magrini c’è anche quello sulla gratuità della pillola contraccettiva, un percorso avviato da tempo che ora rischia di essere riposto in un cassetto.

La pillola contraccettiva non rientra negli attuali criteri di rimborsabilità (è classificata in fascia C, quindi totalmente a carico delle cittadine) e renderla gratuita ha risvolti tecnici e politici: significa riconoscere il diritto universale delle donne alla salute sessuale e riproduttiva.

È quindi una scelta importante, ma non così avveniristica come sembra. L’accesso alla contraccezione è gratuito per tutte le donne o per alcune di loro (come per esempio le adolescenti o quelle che rientrano in gruppi vulnerabili) già in tredici paesi europei e, grazie al titolo V della costituzione che permette l’autonomia nella gestione della sanità, anche in sei regioni italiane (Puglia, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana, Lombardia, Marche e Lazio).

Salute riproduttiva

Per comprendere l’impatto e il rilievo di questa misura bisogna capire innanzitutto chi ne trarrebbe benefici0. I dati disponibili sono pochi e discontinui, ma evidenziano che le donne provenienti da contesti più poveri e con meno strumenti sociali e culturali hanno un accesso minore alla contraccezione. Una situazione che ricalca i divari sociali, economici e territoriali dell’Italia: luogo di residenza, reddito e livello culturale incidono anche sulla pianificazione familiare e sulla salute riproduttiva.

L’assenza di politiche nazionali che garantiscano l’accessibilità alla contraccezione, oltre ad acuire le disuguaglianze sociali, provoca un rischio maggiore di aborto, di gravidanze indesiderate, non pianificate o adolescenziali e di abbandono di neonati. Tutti fenomeni che riguardano principalmente i gruppi sociali più vulnerabili.

“Quando nel 2019 abbiamo realizzato la nostra ricerca sulla contraccezione abbiamo notato che in Italia l’accesso è disomogeneo”, spiega Serena Fiorletta, vicepresidente dell’Associazione italiana donne per lo sviluppo (Aidos) che dal 1981 si occupa di salute sessuale e riproduttiva. “Si registrano divari tra regioni del nord e del sud, con alcune eccezioni come la Puglia. Ma c’è anche un’evidente difficoltà nel reperire le informazioni”.

Per Fiorletta l’accesso non è solo ai mezzi contraccettivi, ma anche a un’educazione sessuale completa: “È un fattore chiave per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle persone giovani, in particolare delle ragazze. Questo è sottolineato nelle diverse convenzioni, piattaforme e programmi d’azione internazionali dedicati ai diritti delle donne. Un’educazione sessuale completa è necessaria per la salute e il benessere, per fare scelte sane, informate e responsabili, che garantiscono la libertà di scelta e l’autonomia corporea delle donne e delle ragazze”.

Nei dieci paesi europei con maggiore accesso alla contraccezione si fanno più figli

C’è dunque un problema economico e uno di accesso alle informazioni. Secondo l’Istituto superiore di sanità la principale fonte d’informazione di ragazzi e ragazze sulla salute sessuale e riproduttiva è internet. La quasi totalità pensa che sia la scuola a doversene occupare, eppure al sud solo il 33 per cento degli studenti ha ricevuto qualche tipo di informazione su questi temi in ambito scolastico (al nord il 78 per cento).

Anche se non ci sono programmi di educazione sessuale e il numero dei consultori è insufficiente, le ragazze sono sempre più consapevoli, anche perché sono figlie di madri che hanno fatto ampio uso della contraccezione. Ma chi viene da contesti con una cultura più tradizionale e patriarcale o con meno strumenti culturali per emanciparsi, resta indietro. La scarsa informazione si può tradurre in gravidanze adolescenziali, che infatti riguardano principalmente ragazze con un basso livello economico e d’istruzione, e in un aumento degli aborti, come suggerisce il tasso di aborti tra le donne straniere che è significativamente più alto di quello delle italiane.

La fondazione Onda riporta che una donna su tre non sa che la contraccezione di emergenza (anche detta “pillola del giorno dopo” o dei “cinque giorni dopo”) si può trovare in farmacia e che non è più necessaria la prescrizione medica. Secondo l’Istat le donne che ne fanno più uso sono le laureate. In sintesi, chi ha soldi e capacità di reperire e interpretare le informazioni – di solito queste due categorie si sovrappongono – gode di pieno accesso ai farmaci contraccettivi. Riconoscere che la contraccezione è un diritto di tutte servirebbe quindi soprattutto a chi oggi ne è esclusa.

Una spesa sostenibile

Come dice Valeria Viola, esperta di percorsi per l’approvazione dei farmaci, “se riconosciamo come diritto universale la pianificazione familiare e la libertà sessuale delle donne, la gratuità della pillola diventa una spesa prioritaria nonché sostenibile: se prendiamo come parametro la Francia, il servizio sanitario nazionale spende per ogni donna che sceglie questo tipo di contraccezione circa sette euro all’anno, a fronte dei 160-230 euro che spenderebbero le singole cittadine”.

In questo quadro l’approvazione della rimborsabilità della pillola (l’inserimento in fascia A, e quindi a carico del Servizio sanitario nazionale), avrebbe una valenza sociale importante e segnerebbe un punto politico fondamentale, ma per essere davvero efficace questa decisione dovrebbe essere sostenuta da un sistema efficiente di accesso alle informazioni sulla contraccezione nelle scuole, e attraverso il rafforzamento dei presidi territoriali. Come dice Cecilia D’Elia, senatrice con una storia di lungo corso nella politica delle donne, “l’educazione sessuale deve essere curricolare, non delegata alla sensibilità di singoli insegnanti o istituti, ma un diritto garantito a tutti i ragazzi e le ragazze”.

La destra al governo sembra convinta di poter alzare la natalità controllando il corpo delle donne e limitando le loro scelte sessuali e riproduttive, ma se la politica volesse davvero promuovere le nascite offrirebbe contraccezione gratuita. Sembra un paradosso, ma non lo è.

Nei dieci paesi europei con il maggiore accesso alla contraccezione si fanno più figli che nei dieci paesi con un minore accesso. Perché? Forse c’è maggiore parità, il lavoro di cura è più distribuito, i modelli di famiglia e genitorialità sono molteplici, le donne lavorano di più e il welfare non è basato sulle donne ma sui servizi.

Ormai ci sono abbastanza dati per sapere che nei paesi più conservatori dell’occidente, dove lo stato limita e non promuove l’accesso alla contraccezione, in cui il modello promosso dalle politiche e consentito dalla legislazione è la cosiddetta famiglia tradizionale, con una forte divisione tra lavoro di cura e lavoro salariato, si fanno sempre meno figli.