In questi giorni è molto difficile mettere a fuoco i pensieri, sembra di vivere nel peggior incubo di una femminista (ed è solo l’inizio). Nel poco tempo trascorso dalle elezioni la destra al governo ha lanciato dei segnali che evidentemente considera un modo per segnare la propria vittoria e la discontinuità. Ha presentato una legge per il riconoscimento giuridico dell’embrione (antiabortista), ha nominato alla presidenza del senato e della camera due rappresentanti di idee fortemente patriarcali e retrograde e istituito il “ministero della famiglia, natalità e pari opportunità” e ha confermato la scelta del genere maschile per indicare il nuovo incarico di Meloni: il presidente, non la presidente.

Il corpo delle donne è al centro del campo di battaglia, anzi è la testa mozzata del nemico da piantare sui pali. A questo si somma una narrazione che si sta affermando su gran parte dei mezzi d’informazione che descrive Meloni come un successo collettivo delle donne. Peccato che per farlo usa ingredienti sessisti: considerazioni sul suo aspetto fisico, sul suo modo di vestire, l’impiego di vezzeggiativi e del nome di battesimo per riferirsi a lei come se fosse una persona che conosciamo da sempre, i commenti sul cambio di scarpe tra il passaggio in rassegna del picchetto d’onore e la cerimonia della campanella come se stessimo parlando del matrimonio della nostra compagna di banco storica.

La prima presidente del consiglio dovrebbe distinguersi per la sua capacità di migliorare la vita delle donne e non per avere nel suo programma e nel suo governo il trionfo del patriarcato. Ma in ogni caso è sbagliato descriverla con toni che sono allo stesso tempo svilenti e rassicuranti.

Svilenti perché raccontano la sua storia come una favoletta, come spesso capita con le donne di successo, mentre non bisogna affatto sottovalutare l’impatto simbolico della prima donna a ricoprire la carica di presidente del consiglio. D’altra parte ogni narrazione rassicurante è da evitare, perché bisognerà invece fare un’opposizione strenua ed è più difficile farlo se Meloni diventa la cugina d’Italia.

Al di là delle narrazioni, delle foto di rito e dell’impatto sull’immaginario collettivo di una donna alla guida del governo, Meloni rappresenta il successo di Una Sola: in termini di possibilità, non sposta molto nella vita delle altre. Il dato politico è che Meloni ce l’ha fatta nonostante sia una donna e non perché è una donna.

Ha lottato per il potere facendo il gioco degli uomini, probabilmente faticando il doppio, anzi il triplo se consideriamo anche la classe, e il quadruplo se consideriamo l’età. Ma è convinta che volere è potere e che l’unico strumento è il merito. Se guarda intorno a sé, non c’è nessuna.

Nel suo discorso per la fiducia alla camera Meloni ha ringraziato una lista di donne, ha costruito una sua genealogia. Eppure, come ha scritto Giorgia Serughetti, incarna un modello di leadership individualista e si presenta priva di legami politici con altre donne; prima del discorso le uniche che aveva ringraziato e di cui aveva parlato pubblicamente erano state la sorella e la madre.

Nel partito da lei fondato e governato dal 2014, le donne hanno una vita più difficile che negli altri. La struttura di Fratelli d’Italia è coerente con il nome: composta effettivamente da fratelli. Il partito è governato da un esecutivo nazionale dove ci sono 5 donne e 19 uomini e da dipartimenti e laboratori tematici coordinati da 74 uomini e 18 donne. Ai vertici c’è una donna ogni cinque uomini.

Guardiamo agli eletti e le elette: di solito quando un partito ha una crescita improvvisa ed esponenziale aumentano le possibilità che donne e giovani entrino in parlamento. Si è visto, per esempio, con il Movimento 5 stelle, ma anche con la Lega, e Fratelli d’Italia, che ha triplicato i suoi eletti, non fa eccezione. Al senato la presenza di donne di Fratelli d’Italia è aumentata di otto punti percentuali, ma arriva comunque a uno scarso 27 per cento, il dato più basso tra tutti i partiti. Alla camera la percentuale di donne ha raggiunto il 31 per cento ma è sempre un risultato da fondo classifica.

Al governo la situazione non è migliore: su ventiquattro ministri, le donne sono sei, tre delle quali senza portafoglio, come nell’esecutivo di uno qualunque dei predecessori di Meloni.

Insomma, la prima donna premier è sola al potere: non ha cambiato il rapporto di potere tra i generi nel suo partito, nemmeno nella sua coalizione e neppure nel governo. E infatti è Il Presidente. Solo una proposta di sinistra, con un programma contrapposto e altrettanto radicale a quello di Meloni, capace di far emergere la leadership delle donne, potrebbe risvegliarci da quest’incubo. Ma anche a sinistra gli ancelli del patriarcato non sembrano molto disposti ad accoglierla.