Residenza Anni Azzurri San Martino a Bollate (MI), febbraio 2020 (Jordan Angelo Cozzi)

La persona più longeva d’Italia si chiama Nina Ercolani, ha 112 anni e secondo le interviste che rilascia ai giornali mangia dolci e adora lo yogurt. La signora Nina non è sola: negli ultimi tre anni in Italia c’è stata una crescita esponenziale degli ultracentenari. Con più di ventimila persone che hanno superato i cent’anni siamo il paese più longevo d’Europa. Se l’aspettativa di vita a livello nazionale è alta, per chi coltiva l’orto, vive lontano da grandi fonti di inquinamento e preferibilmente in piccoli paesi a poca distanza dal mare diventa altissima, dicono gli esperti. Vivere più di un secolo è uno scenario sempre più plausibile in cui proiettarsi quasi come una fantasia romantica: tramonti e pomodori con vista sul mare.

I centenari sono la punta avanzata di una trasformazione in atto in un paese dove vivere a lungo significa essere i più vecchi tra i vecchi. L’Italia è il secondo paese al mondo per invecchiamento della popolazione, ed è al primo posto per numero di ultraottantenni. Questo significa che ci sono molti anziani e pochi giovani: le persone con più di sessantacinque anni sono quasi una su quattro, mentre bambini e bambine (minori di quattordici) sono appena più di una persona su dieci. Le persone anziane aumenteranno nei prossimi anni visto che la popolazione dei baby boomers, i nati tra il 1961 e il 1976, è la più numerosa.

Ma c’è un dato da aggiungere senza il quale è difficile comprendere i cambiamenti in atto: a ben vedere siamo un paese con pochi giovani e molte anziane. Le donne infatti sono in generale la leggera maggioranza della popolazione, ma dai sessant’anni in poi la forbice si allarga progressivamente e tra chi ha più di 110 anni sono il cento per cento.

Mai state meglio

Il modo in cui si vive dopo i sessant’anni cambia con il tempo anche in relazione a come cambia la demografia: oggi l’età media della popolazione italiana è 46,2 anni, l’aspettativa di vita per le donne è di quasi 85 anni, e questi parametri sono in crescita costante. Poi ci sono i cambiamenti sociali, come l’età pensionabile o l’età in cui si diventa genitori e nonni, che si sono alzate considerevolmente.

Una conseguenza di queste trasformazioni è che si è allargata una fascia di età che potremmo chiamare “le giovani anziane”. Il dato che porta con sé anche trasformazioni culturali: oggi sono anziane le donne che sono entrate in massa nelle università e nel mercato del lavoro e non sono poche quelle che superati i sessant’anni hanno una vita sociale attiva, viaggiano, frequentano teatri, cinema, eventi culturali, vanno in palestra. Molte sfondano, finalmente, tetti di cristallo diventando per esempio la prima presidente della corte costituzionale, come Marta Cartabia, o la prima questora di Messina, come Gabriella Ioppolo. Vienna Cammarota all’età di 72 anni, è la prima donna che si è messa in cammino per la via della seta, un percorso di 22mila chilometri a piedi da Venezia alla Cina. “Voglio sradicare quei pregiudizi sulle donne e sul fatto che una donna sola e della mia età non può o non dovrebbe compiere questo tipo di impresa”, ha scritto sul suo sito.

Le donne che valicano la soglia dei sessanta si trovano infatti tra due spinte contrapposte: quella che arriva dagli spazi che hanno conquistato, dai successi personali, dagli stili di vita che hanno costruito e quella che le risospinge verso nozioni ormai obsolete su cosa significa essere una donna anziana. Nonostante le norme sociali, o forse perché ne hanno già sfidate tante, le anziane di oggi stanno reinventando un modo di vivere la vecchiaia. In parte, come spesso succede, le aziende lo hanno capito: si moltiplicano le pubblicità rivolte a giovani anziane che vanno al ristorante, nuotano e ridono felici della loro dentiera a tenuta stagna. Eppure nell’immaginario collettivo, mediatico, politico, culturale le donne anziane hanno una sola connotazione: quella di nonne, anzi, di nonne che cucinano.

Nel suo libro Non è un paese per vecchie, recentemente ripubblicato, Loredana Lipperini mostra come in Italia le donne anziane vengano sostanzialmente rimosse dallo spazio pubblico o accettate solo a patto che si comportino, si vestano e si pettinino “come si conviene”. Un concetto che torna nel saggio In our prime. How older women are reinventing the road ahead della statunitense Susan J. Douglas: “Troppi uomini d’affari, politici e sicuramente i mezzi d’informazione hanno ancora i paraocchi quando si parla di noi donne. Perché si presume che le donne anziane siano, in grande maggioranza, e ancor più delle giovani, quiete, docili e invisibili”.

Divari

Se per alcune la vecchiaia è l’età in cui godere della stabilità economica, del tempo libero, degli affetti o per continuare a lavorare e ricevere riconoscimenti, per molte altre invece coincide con condizioni disastrose.
La qualità della vecchiaia dipende moltissimo dalla qualità del lavoro nella fase di vita attiva, perché la pensione è correlata al lavoro, così come la possibilità di avere una casa confortevole, di pagare servizi di cura e anche di essere di supporto per il resto della famiglia. La minore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, la discontinuità delle carriere, il part-time, le peggiori condizioni contrattuali e salariali creano disuguaglianze che incidono negativamente sulla vecchiaia, sulle possibilità di un invecchiamento attivo e su quelle di curarsi. A questo si aggiunge il lavoro domestico e di cura non retribuito, che pesa quasi esclusivamente sulle donne, per cui, anche quando non partecipano al mercato del lavoro, le donne lavorano più ore degli uomini; quindi, arrivano alla vecchiaia più logorate dal lavoro.

Le peggiori condizioni contrattuali e salariali si riflettono in quello che si chiama “gap pensionistico di genere”, ossia nel divario tra le pensioni percepite dalle donne e quelle percepite dagli uomini. Il rapporto Inps 2022 evidenzia che anche se le donne rappresentano il 52 per cento del totale dei pensionati, percepiscono solo il 44 per cento dei redditi pensionistici. L’importo medio mensile dei redditi percepiti dagli uomini è 1.884 euro lordi, superiore del 37 per cento a quello delle donne, pari a 1.374 euro. La maggior parte delle donne rientra nella fascia delle pensioni basse, e il divario produce una massa di anziane povere.

Il divario salariale e quello pensionistico si aggiungono a quello della ricchezza. È una stima difficile da fare perché la ricchezza, così come la povertà, in Italia è misurata su base familiare, ma nel 2018 Giovanni D’Alessio ha realizzato uno studio sperimentale per Banca d’Italia sulla ricchezza individuale degli italiani in cui dimostra che il divario di ricchezza tra uomini e donne è estremamente elevato in Italia, e cresce con il crescere della ricchezza (esattamente come il divario salariale): gli uomini hanno una ricchezza netta individuale più alta del 25 per cento rispetto alle donne e il dato aumenta quando si parla di investimenti finanziari, arrivando al 35 per cento.

Una delle conseguenze di queste disuguaglianze è che le donne vivono sì più a lungo, ma arrivano alla vecchiaia in peggiori condizioni di salute: i dati Istat dicono che, ad eccezione delle malattie croniche gravi, più diffuse tra gli uomini, le donne hanno condizioni peggiori per tutti gli altri indicatori di salute.

E oltre ai soldi e alla salute, manca l’amore: secondo l’Istat solo tre donne su dieci dopo i 75 anni vivono in coppia. Per gli uomini le percentuali sono invertite. Insomma, mentre per un uomo è abbastanza ragionevole prevedere un futuro “in compagnia” anche nell’ultima parte della vita, per le donne non è così. Mara Gasbarrone su inGenere sottolinea che la solitudine è un fattore che incide molto sulla qualità della vecchiaia. I motivi per cui tante donne vivono sole sono molteplici e non riconducibili unicamente alla maggiore longevità, spiega Gasbarrone.

Un altro fattore è che nella nostra società sono viste favorevolmente le unioni con differenza di età tra uomini e donne in cui gli uomini sono più grandi delle donne. È la stessa cultura che consente agli uomini di avere una vita sentimentale attiva più a lungo; infatti, dopo i 65 anni si sposano molti più uomini che donne e, a mano a mano che aumenta l’età dello sposo, aumenta la differenza di età con la sposa. Da un punto di vista della sostenibilità sociale, avrebbe più senso la scelta inversa: donne più grandi perché destinate a vivere di più accompagnate da uomini più giovani perché destinati a vivere meno. E se in passato l’età maggiore dello sposo si associava a una maggiore solidità economica, nel 2022, quando per ogni coppia che si sposa ce n’è una che si separa e in generale c’è molta più mobilità sentimentale, il discorso della solidità non vale più, rimangono solo gli stereotipi.

Agli stereotipi sulle relazioni si aggiunge il ruolo della famiglia tradizionale come universo relazionale privilegiato. Gli anziani e le anziane vivono quasi sempre molto vicino ai figli, quando ce ne sono, ma spesso senza una rete di amicizie forte che renda plausibili forme nuove e diverse di convivenza e compagnia. La maggior parte delle persone anziane senza coniuge vive da sola e questo, sempre secondo i dati riportati da Gasbarrone, aumenta il rischio di demenza del 30 per cento. In Italia ci sono quattro milioni e mezzo di donne ultrasessantenni che vivono sole. Sono nubili, divorziate, separate e vedove, soprattutto vedove. Una parte di popolazione abbastanza rilevante, ma di cui, come abbiamo visto, quasi non si parla.

Pomodori e vista sul mare

Come osservano sia Lipperini sia Douglas, le anziane di oggi sono le ragazze che partecipavano al movimento femminista negli anni settanta. L’affacciarsi alla vecchiaia di molte donne che hanno trasformato le loro vite attraverso il femminismo potrebbe essere una grande risorsa per rompere il silenzio sulle condizioni di vita delle anziane e cambiare le aspettative su come le donne dovrebbero vivere la terza età. Se le donne anziane prendessero parola sulla loro condizione, avrebbero i numeri per una rivoluzione.

In questa prospettiva, è fondamentale comprendere e sostenere nuove forme di relazione e di abitare. Il modello italiano – una persona, una casa, una badante – è insostenibile sotto molti profili, non ultimo quello dello sfruttamento delle badanti. Tra le donne che lavorano in Italia con i contratti più svantaggiosi e gli stipendi più bassi ci sono molte colf e badanti immigrate dai paesi dell’Europa dell’est. In un’analisi condotta prima dell’invasione russa dell’Ucraina, la sociologa Francesca Alice Vianello, ha osservato che molte di loro non sono affatto giovani. Nella comunità ucraina in Italia, in particolare, il 24 per cento delle donne ha più di sessant’anni e solo una minima parte percepisce una pensione: la maggioranza continua a lavorare e svolge prevalentemente attività domestiche e di cura. Siamo quindi di fronte a un generale invecchiamento di una componente significativa della popolazione femminile straniera residente in Italia che si accompagna a un parallelo invecchiamento delle lavoratrici impiegate come assistenti familiari. Giovani anziane che assistono persone anziane o molto anziane.

La sfida è quella di cambiare il modello. Pensare a servizi comuni, case condivise, amicizie che aprano la possibilità alla convivenza e alla ripartizione delle spese, forme non solo di reciprocità, ma anche di mutualità. In Italia, in particolare al centronord, sono state avviate le prime sperimentazioni di cohousing per anziani, nell’Europa del nord ci sono esperienze di coabitazione più consolidate. Si tratta di modelli in cui le persone hanno una propria autonomia ma condividono servizi di cura e spazi comuni. Ci si può andare a vivere con le amiche, o sostituendo la dipendenza dalla famiglia di origine con la interdipendenza da persone a cui si vuole bene e che negli anni sono diventate una famiglia elettiva. La coabitazione non passa necessariamente da luoghi e spazi codificati, ma per realizzarla dobbiamo cambiare la nostra idea di famiglia e immaginare un welfare diverso.

Indubbiamente sarebbe bello vivere in una casa con vista sull’oceano come fanno Jane Fonda e Lily Tomlin in Grace and Frankie, una delle rare serie tv che parlano della terza età come di un tempo complesso ma vivo e ricco di possibilità, incluse quelle erotiche e sentimentali. Ma si potrebbe vivere bene anche in una casa in Sardegna o in Liguria (le due regioni di Italia con la popolazione più longeva) con le amiche di una vita a coltivare pomodori con vista sul mare. In Francia lo hanno fatto le donne che nel 2012 hanno costruito la Casa delle Babayaga, un progetto di coabitazione tra donne fondato sui princìpi del femminismo, dell’ecologismo, della partecipazione e della solidarietà per vivere “libere e vecchie”. È ora di immaginare come vorremmo vivere dopo i sessantacinque anni, dopo i settantacinque e possibilmente verso i cento.