In principio erano 15, quattro anni e mezzo dopo ce ne sono almeno una decina in più. La scissione nel Movimento 5 stelle, che ha portato alla nascita di Insieme per il futuro di Luigi Di Maio, è soltanto l’ultima di una serie di trasformazioni che hanno modificato, scomposto e ricomposto, i gruppi parlamentari nella diciottesima legislatura. Un ginepraio di sigle, spesso anche simili, in cui è facile perdersi. Anche perché non sempre è chiaro il progetto politico che le distingue. E la disinvoltura con cui molti deputati e senatori passano dall’una all’altra, in alcuni casi anche più volte, non contribuisce a fare chiarezza.

D’altra parte proprio l’ultima spaccatura nella galassia grillina, che apparentemente si è consumata su princìpi di adesione all’atlantismo e all’europeismo, è avvenuta nella stessa giornata, il 21 giugno, in cui tutti insieme hanno votato un’identica mozione di sostegno al governo guidato da Mario Draghi in vista del Consiglio europeo. E in una opinione pubblica già confusa, che risponde con percentuali sempre più alte di astensionismo quando si tratta di votare, cresce la sensazione che a muovere le fila siano più giochi di potere che questioni di principio.

Matematica elettorale

Non si tratta solo di nuove sigle che nascono, ma anche di formazioni che si sono presentate alle elezioni politiche e che, in breve tempo, sono sparite senza lasciare traccia. Come per esempio Italia Europa insieme o Civica e popolare, che nel 2018 erano collegate al Partito democratico. Insomma, pura matematica elettorale.

In alcuni casi le scissioni hanno generato non soltanto gruppi parlamentari, ma anche dei partiti. È presto per sapere se questo sarà il caso anche della formazione nata dalla volontà di Luigi Di Maio. Dipenderà anche dalla legge elettorale: una riforma in senso proporzionale agevolerebbe i tentativi di piccole formazioni. Di certo, il nome racconta poco del programma e, per ammissione di Vincenzo Spadafora, che ne è stato eletto coordinatore politico, è un nome “provvisorio”, e che “tutti avrebbero dimenticato in un mese”. Insomma, quasi fossero frutto di un generatore automatico anche le denominazioni finiscono nel tritacarne della crisi delle ideologie.

La prima vera grande scissione della legislatura la subisce il Pd. Nel settembre del 2019 Matteo Renzi decide di lasciare il partito di cui pure era stato segretario per fondare Italia viva. Succede pochi giorni dopo la nascita del secondo governo guidato da Giuseppe Conte, quello in cui il centrosinistra sostituisce la Lega nella maggioranza con il M5s. Una mossa che solo in parte può essere spiegata con dissidi interni. Renzi comincia così a collocarsi nell’area di centro – dalla quale peraltro proviene, essendo stato esponente della Margherita – e allo stesso tempo con i suoi parlamentari può diventare ago della bilancia della durata di quell’esecutivo. Ed è esattamente quello che accade all’inizio del 2021, quando ritira i ministri dal governo e apre la strada all’arrivo di Mario Draghi a palazzo Chigi.

Non è questa l’unica formazione nata da una costola del Pd in questa legislatura. A novembre di quello stesso anno nasce anche Azione di Carlo Calenda, che separa la sua strada dai democratici ai quali pure aveva aderito dopo la sconfitta alle elezioni politiche, proprio in segno di dissenso verso la decisione di allearsi con il M5s.

Dei partiti che si sono presentati alle elezioni del 2018 soltanto due non hanno subìto scissioni, almeno per ora, e sono la Lega e Fratelli d’Italia. Entrambi, grazie alle porte girevoli tra un gruppo e l’altro, hanno anzi visto la loro consistenza parlamentare aumentare.

Luigi Di Maio ha sottratto in un sol colpo una sessantina di eletti al suo partito di origine, facendogli perdere anche lo scettro di primo gruppo del parlamento in favore di Matteo Salvini. Ma nel corso del tempo i micro smottamenti nel mondo grillino, in varie fasi e per ragioni diverse, sono stati molteplici, tanto che è da lì che deriva la maggior parte delle nuove sigle presenti attualmente nelle due camere, come per esempio Alternativa, Italexit di Gianluigi Paragone, il gruppo C.a.l del Senato, Manifesta. Gli stessi rappresentanti di Potere al popolo sono per lo più fuoriusciti dal M5s. Il risultato è che i 222 deputati iniziali sono diventati 105 e i senatori sono passati da 111 a 62. È un paradosso nel paradosso se si pensa che si tratta di una delle forze che invocava con più convinzione il vincolo di mandato, ossia l’obbligo di rimanere fedeli al programma e al partito con i quali si entra in parlamento. Ne faceva una questione dirimente lo stesso Luigi Di Maio, secondo cui era “sacrosanto per chi vuole fare politica onestamente”.

Quella dei cosiddetti cambi di casacca o dei voltagabbana non è certo una novità di questa legislatura, anzi a detenere il record per ora è la precedente. Secondo i dati di Openpolis, infatti, nello scorso quinquennio ci sono stati 569 passaggi da un gruppo all’altro che hanno coinvolto 348 parlamentari. In questo momento, ma mancano ancora otto mesi alla scadenza naturale, i movimenti sono stati 415 e hanno interessato 280 tra deputati e senatori. Ci sono anche alcuni casi emblematici. Uno su tutti, quello della deputata Michela Rostan, che ha cambiato cinque partiti in cinque anni: nel 2017 ha abbandonato il Pd, alle elezioni è stata eletta con Leu, poi è transitata da Italia viva e nel gruppo misto prima di approdare all’inizio di giugno in Forza Italia. E anche il partito di Silvio Berlusconi, per la verità, è tra quelli che hanno subìto maggiori perdite strada facendo. Nonostante qualche nuovo ingresso, infatti, il bilancio è comunque di una trentina di componenti in meno tra camera e senato.

Gruppo misto

Ma la vera cartina di tornasole della polverizzazione delle sigle è il gruppo misto, quello in cui vanno a finire coloro che non si riconoscono in nessun partito o non hanno una consistenza sufficiente a creare un gruppo autonomo. Attualmente alla camera ne fanno parte 84 deputati –più o meno quelli che ha Forza Italia – per un totale di otto diverse sigle. Al senato sono 49.

Per regolamento, infatti, ciascun parlamentare deve dichiarare la sua appartenenza a un gruppo. Per poterlo costituire alla camera sono necessarie almeno 20 adesioni, mentre al senato ne bastano 10. Tuttavia, nella scorsa legislatura – proprio per provare a limitare la moltiplicazione di nomi e piccole formazioni – al senato è stata introdotta una novità: per potersi formare, ogni gruppo deve rappresentare un partito o una lista che abbia presentato il proprio simbolo alle elezioni. Ha funzionato? Niente affatto.

L’escamotage è dietro l’angolo ed è già stato usato più volte. Per esempio, per costituire il gruppo di Italia viva in senato a Matteo Renzi è bastato mettersi d’accordo con il Nuovo Psi di Riccardo Nencini. Nel nome del gruppo C.A.L.-Alternativa-P.C.-I.d.V. c’è un riferimento a Italia dei valori indispensabile per poter costituire il gruppo, ma mette assieme diverse anime: c’è anche Emanuele Dessì, ex M5s, che avendo aderito al Partito comunista è riuscito a riportare anche quella sigla all’interno delle istituzioni. Lo stesso meccanismo ha consentito a Luigi Di Maio di costituire il gruppo di Insieme per il futuro in senato, grazie all’aiuto del Centro democratico di Bruno Tabacci.

Non si tratta solo di marcare una identità, anzi spesso sono più che altro coabitazioni di convenienza. Il fatto è che riuscire a costituire un gruppo autonomo significa poter accedere a contributi economici per sostenere l’attività e gli staff, ma anche ottenere ruoli istituzionali come per esempio il segretario d’aula.

Sono privilegi che alla camera ha perso il gruppo di Coraggio Italia. L’uscita di due deputati, di cui uno ha scelto di entrare in Insieme per il futuro, ha fatto venire meno il requisito del numero minimo. Gli altri sono almeno per il momento andati a ingrossare le file proprio del gruppo misto.

Una storia esemplare

Questa ennesima scomposizione parlamentare non è però solo una conseguenza dei movimenti nell’area di centro che ha innescato la scissione di Di Maio, ma ha origine nei tentativi di creare una forza moderata da una costola del partito di Silvio Berlusconi.

In questa vicenda c’è tutto: divorzio dalla casa madre, nuovo soggetto, alleanze, separazioni e nuovo nome. Nell’agosto del 2019 Giovanni Toti dopo aver lasciato Forza Italia fonda Cambiamo, ma a maggio del 2021 il presidente della regione Liguria stringe un patto con il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, da cui nasce appunto Coraggio Italia. Non doveva essere solo un gruppo parlamentare, ma un progetto politico da presentare alle elezioni. E invece nel giro di pochi mesi cominciano le tensioni che diventano sempre più evidenti nelle giornate dell’elezione per il Quirinale. Alla fine si opta per una federazione tra due forze distinte e Toti battezza un nuovo simbolo: Italia al centro, che ora dà il nome anche a una componente del gruppo misto sia alla camera sia al senato. In particolare al senato è insieme a Idea di Gaetano Quagliariello, altra sigla centrista. In pratica il matrimonio di comodo ha retto fino a metà giugno, ma venuto meno il numero necessario a tenere in piedi il gruppo ognuno ha dichiarato di proseguire per la sua strada.

È facile prevedere che non sia finita qui e che, anzi, i movimenti di sigle vecchie e nuove aumenteranno, considerato l’impatto che la scissione subìta dal M5s ha avuto soprattutto sul centro dello schieramento politico. Peraltro, quella dei moderati è un’area già molto affollata: oltre alle nuove formazioni, infatti, ci sono sigle che si sono presentate alle elezioni e sono tuttora presenti in parlamento, come Noi con l’Italia di Maurizio Lupi o l’Udc di Lorenzo Cesa.

Anche in questa legislatura si è discusso di come mettere un argine ai cambi di gruppo, senza arrivare alla riforma costituzionale del vincolo di mandato che avrebbe richiesto un quadruplo passaggio parlamentare, come previsto per le modifiche della costituzione. Il deputato del Pd Emanuele Fiano e Simone Baldelli di Forza Italia, come relatori, hanno infatti presentato un testo base che, tenendo conto delle proposte di modifica del regolamento della camera, prevede, per esempio, che debba decadere dalla carica ricoperta in ufficio di presidenza sia della camera (con l’eccezione di presidente e questori) sia delle varie commissioni, chiunque entri in un gruppo parlamentare diverso da quello al quale apparteneva quando è stato eletto. L’esame di quel testo è tuttavia fermo nella giunta per il regolamento.