Profughi ucraini a Roma, 22 marzo 2022. (Antonio Masiello, Getty)

Il colloquio tra le due donne al punto di ascolto è serrato. Una delle due si chiama Anastasiya. È un’insegnante di musica, ha due figli ed è arrivata dall’Ucraina a fine marzo. Quando la conversazione assume una piega intima, ride a ogni risposta. A un certo punto, per una ragione imprecisata, si rabbuia. Angiola Lescai, psicologa, non si scompone. Da quando è in servizio molte delle trenta donne che sono in albergo si sono rivolte a lei e ai suoi colleghi. I dialoghi cominciano sempre così, per poi prendere un’improvvisa virata. Colloqui come questo si svolgono ogni mercoledì dalle 3 alle 5 del pomeriggio al piano -2 del Barcelò Aran, un hotel a quattro stelle con un’enorme sagoma squadrata e un ampio spiazzo frontale. L’albergo domina un angolo tra due strade di Tor Marancia, un quartiere sorto negli anni trenta per gli sfollati dai rioni centrali di Roma. Lì i profughi ucraini cercano un appiglio nelle loro esistenze sconvolte dalla guerra. Nel seminterrato, in uno stanzone spoglio, Angiola Lescai e l’equipe di Psicologi per i popoli si muovono, dalla fine di marzo, su un fronte pieno di incognite anche per chi, come loro, è addestrato da anni di soccorso psicologico a persone colpite da disastri naturali. “Gli effetti di una guerra sulla mente umana non sono quelli di un terremoto o di un’alluvione. Covano dietro un’apparente normalità per poi emergere improvvisamente e durare anni”, spiega Lescai.

Dal 24 febbraio sono arrivati in Italia oltre 120mila profughi. Il novanta per cento sono donne e bambini, e solo questi sono 40mila. “Gran parte di loro ha vissuto il trauma dei bombardamenti e di una fuga precipitosa, lasciandosi dietro mariti, parenti, genitori”, spiega Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile fondatore di Telefono Azzurro, l’ong che si occupa di tutela dell’infanzia. “Si tratta per la stragrande maggioranza di famiglie lacerate, di donne e bambini che vivono in un’ansia perenne per i familiari rimasti a combattere o costretti a rimanere in patria”, aggiunge. Per Giancarlo Santone, direttore del Samifo, un’unità specializzata nell’assistenza ai rifugiati e vittime di tortura, nata da una collaborazione tra Asl Roma 1 e Centro Astalli, “dal 20 al 40 per cento dei rifugiati potrebbe presto sviluppare un disturbo post traumatico da stress di tipo cronico”. Ma il timore di Caffo è che tra i bambini e gli adolescenti il rischio sia anche più alto, e riguardare anche un minore su due.

Anastasiya è arrivata all’Aran con un gruppo di novanta rifugiati ucraini, di cui fanno parte cinquanta bambini e adolescenti, 31 donne e 8 anziani. Persone che non si erano mai viste prima e che la guerra ha messo sulla stessa barca. Provengono da luoghi che la maggioranza degli europei, prima del conflitto, non avrebbe saputo indicare su una mappa: Bucha, Kiev, Charkiv, Mykolaiev. Anastasiya ha preso la decisione di scappare nel giro di poche ore. I bombardamenti facevano tremare la casa, ma fino a quel momento aveva deciso di restare. “Poi una notte è cambiato tutto: i missili sono arrivati senza che scattassero le sirene della contraerea. Da quel momento ho avuto davvero paura. Ho preso i miei figli, ho raccolto poche cose in una valigia e sono scappata”. Da allora vive come in una sorta di sospensione. Vorrebbe tornare, ma non sa quando, un giorno è allegra, l’altro in uno stato di prostrazione che le impedisce di pensare. Il senso di colpa per i genitori e il marito che sono rimasti in Ucraina è come un tarlo che scava in silenzio di giorno e di notte. Si sente fortunata, perché sa cantare. Quando canta vecchie canzoni russe, le altre donne si fermano ad ascoltarla. Il suo è però un equilibrio fragile che può crollare da un momento all’altro. “Tutte le donne che abbiamo visitato vivono in una condizione di sospensione, come se non fossero né qui né altrove”, dice Angiola Lescai. Nel gruppo le storie non sono tutte uguali. “Chi viene da zone maggiormente interessate dal conflitto, come Bucha o Charkhiv, ha perso tutto e vive tre lutti contemporaneamente: quello per i familiari rimasti indietro, per la casa distrutta e per le relazioni nella comunità di appartenenza spazzate via dalla guerra. La paura del futuro può diventare un macigno insopportabile”, sottolinea la psicologa.

Narrazione collettiva

Gli Psicologi per i popoli, assieme ad altre associazioni di volontariato, sono i primi a intervenire in caso di catastrofi naturali e di emergenze umanitarie, inquadrati nelle colonne mobili della protezione civile. Il principale compito è assicurare non solo un sostegno psicologico all’individuo ma anche un supporto per le esigenze primarie, come le cure mediche e il cibo. Una volta assicurate quelle, lo psicologo può aiutare le vittime a capire quello che è successo, a mettere a fuoco le cause, spingerle a riprendere o riorganizzare la loro quotidianità. All’Aran, Angiola ha applicato una delle tecniche imparate nella sua esperienza di assistenza alle vittime del conflitto civile in Salvador: la narrazione collettiva. “Lavorare in gruppo ti permette di mettere in comune le emozioni provocate dalle esperienze simili. Così si supera la paura di non essere compresi e ci si apre”. Cosa accade se i sintomi di una persona traumatizzata dalla guerra non vengono trattati? Queste persone in genere vivono una prima fase con una sintomatologia acuta, chi in modo più evidente chi in maniera più nascosta. Poi subentra una fase di assestamento: si concentrano sulle cose da fare. Documenti, vaccinazioni per i bambini, il posto dove vivere. Una volta assicurata la sopravvivenza, le persone cominciano a riflettere su quello che hanno vissuto e sulla loro situazione. Uno dei consigli che le equipe di Psicologi per i popoli sta suggerendo ai rifugiati ucraini è di non rimanere incollati a televisori e cellulari in cerca di notizie sulla guerra. Alcune di queste famiglie vivono appese al filo del telefono. Ma basta una batteria scarica, l’assenza di comunicazioni per qualche giorno per innescare un attacco d’ansia.

I bambini in particolare vivono questo periodo di transizione in modo squilibrato: alcuni manifestano una gioia irrefrenabile, altri reagiscono piangendo o battendo con le mani sui muri. Pur non essendo più sotto i bombardamenti, i rifugiati sono logorati da quello che accade in patria, dalla sorte incerta dei familiari e delle comunità di appartenenza. Tania è arrivata a Roma da Charkiv, dopo un viaggio lungo 50 ore con la figlia Evelina di sei anni e la mamma. Quando è partita, era all’ottavo mese di gravidanza. Ora che stringe tra le braccia la sua Victoria, pensa che non si sarebbe immaginata che diventare madre sarebbe stato così. È al sicuro, ma in un paese straniero e con il marito al fronte.

Carenze strutturali

L’Italia sa gestire le emergenze, ma di fronte a migliaia di persone che domani potrebbero chiedere aiuto, il servizio pubblico non è attrezzato. Le asl sono sotto organico, l’età media dei medici è alta, i tempi di attesa sono lunghissimi. Il servizio pubblico di fatto non riconosce come disciplina la psicologia dell’emergenza. Un fatto paradossale in un paese soggetto a terremoti e a ciclici fenomeni di dissesto idrogeologico. Il parere di gran parte degli psicologi è condiviso dal presidente dell’ordine degli psicologi David Lazzari. Il suo è un giudizio netto: “La rete pubblica di psicologia di fatto non esiste. E i professionisti assunti con contratti a termine per l’emergenza covid a fine anno non ci saranno più, per la scadenza del loro mandato”. La situazione di bambini e adolescenti è quella che dovrà essere monitorata attentamente. “Più dura la guerra e più sarà difficile per questi ragazzi vedere la luce in fondo al tunnel e guardare al futuro”, dice Ernesto Caffo. Dai suoi studi sul conflitto israelo-palestinese ha potuto constatare come una guerra prolungata porti i più piccoli a situazioni di fragilità strutturale. “Quando si costruisce una dimensione di sopravvivenza sull’odio dell’altro, sulla distruttività che diventa elemento centrale della propria crescita e si fa fatica a trovare un equilibrio fuori dalla narrazione di cui anche i propri familiari sono portatori”.

Un tassello cruciale è la scuola. Ma stando ai dati, la frequentano circa la metà dei quarantamila minori giunti in Italia dal 24 febbraio. E i nostri istituti non hanno risorse per sostenere un numero sempre più alto di rifugiati. “Le risorse per il sostegno psicologico preventivate per il 2022 ammontano a circa venti milioni da spartire per ottomila plessi. Servono poi i mediatori, gli interpreti e personale addestrato a queste situazioni”, osserva Lazzari. Per Caffo, “dobbiamo prepararci ad accogliere l’anno prossimo almeno decine di migliaia di minori nel nostro sistema scolastico. Ma la nostra politica si sta attardando in inutili diatribe ideologiche”. Tra gli adolescenti, in particolare, la reazione è diversa: c’è chi come Victor, 16 anni, vorrebbe imbracciare il fucile per sparare ai russi. Mentre lo racconta, prende la mira verso un punto imprecisato oltre il balcone e imita il colpo con la bocca. E chi reagisce come Maria, diciannove anni, precipitata in un’apatia che la fa mangiare e dormire a fatica. Prima della guerra a Charkhiv aveva una band che suonava un misto di folk locale e rock e progettava di partire per una tournée. Ora la sua band è dispersa in mezza Europa e la sua casa è distrutta. E con la casa e la band si è sgretolato anche il futuro. Molto presto i rifugiati all’Aran saranno divisi in piccoli gruppi per essere destinati al sistema di accoglienza immigrati (Sai, ex Sprar). E la domanda di Anastasiya e delle altre donne dell’Aran, è una sola: “Che ne sarà di noi?”. Una domanda a cui nessuno sa rispondere.

Questo articolo è uscito sul numero 32 dell’Essenziale, a pagina 19.