Questo articolo è uscito il 12 febbraio 2022 a pagina 10 del numero 14 dell’Essenziale. Puoi abbonarti qui.

Il 10 gennaio è morto un uomo all’interno del parco del Torrione, sulla via Prenestina, a Roma. Era un senza fissa dimora di cinquant’anni. Dormiva dentro una tomba a tumulo del primo secolo avanti Cristo nascosta dall’ecomostro di ferro e cemento della sopraelevata, a due passi dai bar e dalla vita notturna del Pigneto. La polizia è stata allertata intorno alle quattro di mattina da altre persone che trascorrono abitualmente la notte nel parco ed erano con l’uomo al momento del decesso. Gli agenti hanno forzato la recinzione e sono entrati con le volanti e l’ambulanza tra le rovine romane, i cumuli di immondizia, vecchie reti arrugginite, sedie rotte e valigie vuote. Ma non c’è stato nulla da fare. Il primo senza tetto morto a Roma nel 2022 non ha nome, non è stato possibile ricostruire chi fosse, perché non aveva documenti con sé.

Negli ultimi due mesi in città sono morti di freddo per strada almeno cinque senza tetto, di cui tre solo a gennaio. Nel 2021 erano stati cinque, l’anno precedente dodici. Il motivo della morte del 10 gennaio è ancora da chiarire: all’inizio i giornali hanno parlato di ipotermia, in una delle notti più rigide dell’anno.

Ma la polizia sta ancora indagando. Per Massimiliano Signifredi della comunità di Sant’Egidio con la pandemia “sono aumentate le persone che soffrono di dipendenze e di problemi psichiatrici che dormono per strada”. Questo è un pericolo enorme: “Rischiano di morire di freddo, ma anche di essere vittime di aggressioni o rimanere coinvolti in litigi con altri senza tetto o con abitanti che non ne tollerano la presenza”.

Da più di trent’anni, ogni anno, la comunità di Sant’Egidio ricorda Modesta Valenti, una senza dimora di 71 anni, morta di un malore alla stazione Termini il 31 gennaio del 1983 perché l’ambulanza non aveva voluto portarla in ospedale per le sue condizioni igieniche. “Da allora teniamo il conto dei morti, ne ricordiamo le vite: sono persone che ogni anno muoiono per il freddo e per i pericoli che incontrano dormendo per strada”, continua Signifredi.

Radici profonde

Il problema ha radici profonde: secondo il rapporto Dalla strada alla casa dell’associazione Nonna Roma presentato il 5 febbraio, tra quattordicimila e ventimila persone dormono per strada nella capitale, senza servizi e senza un piano di accoglienza permanente. “La fotografia è drammatica: Roma insieme a Milano è la città con più persone senza fissa dimora in Italia, ma negli anni sono state applicate solo politiche di emergenza, che in ultima analisi sono state inefficaci”, spiega Ilaria Manti di Nonna Roma.

Per l’operatrice innanzitutto i senza dimora sono sottostimati, l’Istat dice che sono settemila, ma in realtà sono molti di più. “Non si tiene conto di quelli che vivono negli accampamenti informali, nelle auto, nelle roulotte. Si considerano solo quelli che si rivolgono alle mense e ai servizi, ma in realtà ci sono migliaia di persone che sono raggiunte solo dalle unità di strada”, spiega Manti.

Secondo l’operatrice uno dei problemi è che non c’è coordinamento tra la sala operativa sociale gestita dal comune di Roma, volontari e associazioni che si occupano dei senza dimora nella capitale. “Inoltre ogni inverno si parla di emergenza freddo, come se non si sapesse che le temperature scenderanno a un certo punto”, aggiunge. Mancano strutture permanenti, operative tutto l’anno, che siano in grado di fare fronte alla richiesta di posti letto e servizi per i senza dimora.

Secondo il rapporto a Roma sono disponibili solo 1.061 posti per l’accoglienza notturna e 220 posti per l’accoglienza diurna. Inoltre, per Nonna Roma andrebbero rimosse alcune delle cause della perdita della casa: “Si tende a dimenticare il fatto che si finisce a dormire per strada per motivi diversi: la perdita del lavoro, lo sfratto, la mancanza di documenti, l’esclusione dal welfare. Bisognerebbe innanzitutto affrontare le cause di questo fenomeno rimuovendo per esempio tutti gli ostacoli burocratici per ottenere la residenza fittizia, una procedura che permetterebbe di non essere esclusi dall’accesso al servizio sanitario nazionale”, spiega Manti.

L’uso frequente di daspo, grate e getti d’acqua degli ultimi mesi è un tentativo di allontanare queste persone dalla stazione

A Roma negli ultimi anni i senza dimora sono stati vittime di un vero e proprio “processo di criminalizzazione” che ne ha ulteriormente aggravato la situazione: “Tra il 2017 e il 2020 sono stati emessi 5.836 daspo urbani (multa dai cento ai seicento euro e obbligo di allontanamento per ragioni di decoro) nei confronti di 2.536 persone, soprattutto senza tetto. Roma è stata la città con più ordini di allontanamento d’Italia”, continua l’operatrice. “Un’azione punitiva che è stata introdotta nel 2017 con una legge nazionale, ma rafforzata con un regolamento di polizia urbana del 2019 voluto dall’ex sindaca Virginia Raggi in nome del decoro”, racconta Manti.

Il rapporto di Nonna Roma denuncia il caso di un senza dimora, proveniente dal Bangladesh, che vive intorno alla stazione Termini, ed è stato sanzionato con 187 daspo urbani in tre anni. L’uomo dovrebbe versare 55mila euro di multe al comune, soldi che non ha. Ma non è un caso isolato. Nella capitale – continua il rapporto – quattro persone (su 10.081, ossia lo 0,04 per cento del totale) sono state complessivamente colpite da 630 provvedimenti, pari quasi al tre per cento del totale dei daspo.

“Durante il lockdown di marzo del 2020 la gran parte dei cittadini non poteva uscire di casa, mentre a Roma venivano emessi 320 ordini di allontanamento nei riguardi di chi una casa non l’aveva. I senza tetto sono stati abbandonati durante un’emergenza epidemiologica e sono stati anche sanzionati per la loro condizione. Un vero e proprio paradosso”, afferma Federica Borlizzi, un’altra delle autrici dello studio.

Queste misure sono state adottate soprattutto intorno alla stazione Termini, la stazione ferroviaria centrale della città, nella cui area in inverno dormono circa cinquecento persone. Nelle ultime settimane ha suscitato polemiche l’allontanamento di alcuni volontari che distribuivano cibo all’interno della stazione.

Il 3 febbraio un gruppo di volontari della Casa famiglia Lodovico Pavoni, che era entrato all’interno della stazione per portare cibo ad alcuni senza dimora, è stato fermato dai carabinieri e identificato. L’assessora alle politiche sociali Barbara Funari ha assicurato la volontà del comune di collaborare con i volontari spiegando che “con il prefetto stiamo immaginando di trovare altri spazi di accoglienza attorno alla stazione Termini. Questo sicuramente aiuterebbe le persone che si trovano lì”.

Un atteggiamento ostile

Le parole di Funari sono state accolte con favore dai volontari di Nonna Roma, che tuttavia denunciano l’atteggiamento ostile delle autorità: “Questo è testimoniato dall’uso frequente dei daspo, ma negli ultimi mesi anche dai getti d’acqua delle idropulitrici per bagnare il pavimento intorno alla stazione e dalle grate su via del Castro Pretorio. È un tentativo di allontanare i senza dimora dalla stazione”, denuncia Manti.

Alle 22 intorno a Termini i volontari hanno finito il loro giro di distribuzione di coperte e cibo, a inizio febbraio le temperature sono meno rigide di un mese fa. In ogni angolo riparato della stazione ci sono persone avvolte in cartoni e coperte, alcuni già dormono. Anuar el Abiad, 23 anni, marocchino cresciuto in Italia, affretta il passo per rientrare nel rifugio non troppo distante dalla stazione in cui è ospitato da un mese. Ha dormito per quattro anni in strada, prima di trovare un posto letto in un centro per senza tetto del municipio gestito da Nonna Roma.

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“Sono stato cacciato di casa dalla mia famiglia perché sono omosessuale, quando mia madre lo ha scoperto mi ha mandato via. Aveva paura che mio padre mi uccidesse”, racconta. Aveva diciotto anni, era cresciuto in un paesino del Veneto dove i genitori si erano trasferiti da Casablanca per lavorare. “Sono stati quattro anni d’inferno: ho sofferto il freddo, la fame. Ringrazio dio di non essere finito a drogarmi o a bere, è molto facile se vivi per strada”. Gli viene da piangere quando pensa allo strato di vestiti e cartoni con cui si copriva ogni notte prima di mettersi a dormire.

“A 23 anni ho molti problemi di salute proprio perché ho dormito al freddo per tutto questo tempo. È stata la mano di dio a indicarmi questo centro”, racconta il ragazzo. Si è sentito finalmente accolto come in una famiglia nel piccolo rifugio che ospita in tutto dodici persone. “Ceniamo tutti insieme, ogni problema di salute o di altra natura lo affrontiamo con i volontari”. Ora teme soltanto che il 31 marzo, allo scadere del contratto del centro che ne dovrebbe determinare la chiusura per la stagione invernale, sia costretto a tornare per strada. “Quando dormi fuori, non riposi mai. La tua casa è nella tua testa. Non ti fidi di nessuno, ti senti all’improvviso una persona inferiore agli altri”

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