Illustrazione di Marcello Crescenzi

Quando arrivò a Firenze, nel 1991, per prima cosa Izzedin Elzir chiese dov’era la moschea. Che però non c’era, visto che a quei tempi l’immigrazione dai paesi islamici era un fenomeno nuovo e limitato. “Se domandavo della moschea, mi mandavano alla chiesa ortodossa russa, che era molto bella ma non era una moschea. Un signore mi indirizzò alla sinagoga, e quando mi resi conto di dove mi trovavo girai i tacchi, perché erano tempi tesi, e vedendo un palestinese che girava attorno alla sinagoga qualcuno poteva farsi un’idea sbagliata”, racconta scherzando a metà, davanti a una tazza di tè alla menta.

Oggi Elzir è la guida della comunità islamica di Firenze: circa 30mila musulmani, anche se i fedeli attivi, quelli che partecipano alla preghiera di fine Ramadan, sono solo cinquemila, mi spiega. Elzir è anche una delle figure centrali, in Italia, per il dialogo tra le religioni: tiene incontri nelle scuole insieme al rabbino capo della città, Gadi Piperno, e al suo predecessore, Joseph Levi; è tra i fondatori della Scuola fiorentina di alta formazione per il dialogo interreligioso e interculturale, rivolta a giornalisti, docenti, personale sanitario e altre figure che hanno bisogno di comprendere un’Italia sempre più multiculturale.

Lo incontro all’Atomic falafel di via Cavour, un ristorantino specializzato in street food mediorientale, gestito da un palestinese e da un arabo israeliano. Qui fanno l’hummus con il ful, il condimento di fave e olio, e servono la pita con lo zaatar, la miscela di spezie a base di timo e origano, proprio come fanno a Gerusalemme, parte ebraica o araba poco importa.

E pensare che, quando Elzir si trasferì in Italia, fare la guida religiosa non era neppure lontanamente nei suoi piani. A Firenze ci era venuto per studiare moda all’Accademia italiana di arte, moda, design e, in effetti, ancora oggi lavora nel settore dell’abbigliamento in pelle. “Fare l’imam è più come fare il rabbino che come fare il prete”, spiega. “Uno si sposa, ha una famiglia, e può anche avere un altro lavoro”.

Biancheria intima

Fu la prima intifada, la rivolta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana scoppiata alla fine degli anni ottanta, a spingerlo verso l’Italia, e anche verso la moda. Elzir è nato e cresciuto a Hebron, in Cisgiordania, dove vive anche una comunità di coloni israeliani, uno dei luoghi dove la tensione è più forte, segnato dalle violenze.

Suo padre aveva un negozio di alimentari che distribuiva anche pane kasher importato da Gerusalemme, che i coloni compravano. Mi racconta che quando era ragazzino gli capitava di fare due chiacchiere con uno di loro, un medico immigrato dagli Stati Uniti. Si chiamava Baruch Goldstein.

“Mi incuriosiva che venisse da New York, gli dicevo ‘ma perché hai lasciato New York per venire a Hebron, mentre noi che siamo di Hebron vorremmo andare a New York?’, e lui rispondeva che per lui Hebron era la terra promessa”. Anni dopo, Goldstein sarebbe passato alla storia come un efferato terrorista: nel 1994 entrò in una moschea di Hebron e uccise 29 fedeli. “Non avrei mai potuto immaginare un gesto del genere da parte sua”, ricorda Elzir.

Dopo le superiori Elzir avrebbe voluto studiare fisica all’Università ebraica di Gerusalemme. Riuscì a passare lo psicometrico, il durissimo test per l’ammissione agli atenei israeliani, e perfino un primo esame di lingua ebraica. Per poter cominciare l’anno accademico gli mancava un ultimo test, quello di ebraico scientifico, ma non riuscì mai a darlo: c’era l’intifada, e i coprifuochi israeliani gli impedivano di muoversi.

“Avrei dovuto aspettare un anno, così mi misi a cercare un lavoro e lo trovai in uno di quei negozi dove le giovani spose comprano biancheria intima e vestiti prima del matrimonio”. Fu un’illuminazione: “Mi accorsi che la gente spendeva un sacco di soldi in queste cose e decisi che volevo studiare moda. E dov’è che si studia la moda? Ovviamente, in Italia!”.

Una moschea nel vescovato

Una volta arrivato a Firenze, oltre a iscriversi all’università s’iscrisse anche a un corso di lingua italiana per stranieri, tenuto dalla diocesi locale. Lì conobbe una quindicina di altri musulmani, per lo più studenti universitari come lui, palestinesi, giordani, egiziani e somali. A quei tempi l’immigrazione economica di massa non era ancora cominciata, ma “c’era tutta una tradizione di arabi che venivano a studiare in Italia, soprattutto medicina e architettura”.

In mancanza di un luogo dove pregare, il gruppetto chiese alla diocesi se poteva usare una delle stanze come moschea. E così, negli spazi del vescovato, è nata la prima comunità islamica di Firenze.

Sempre in un evento organizzato dalla chiesa cattolica, vent’anni fa Elzir ha conosciuto Joseph Levi, all’epoca rabbino capo di Firenze (oggi è rabbino emerito, da quando gli è subentrato Gadi Piperno): “Siamo diventati amici e insieme ci siamo chiesti cosa potevamo fare per le nostre comunità”. Così è nata l’idea degli incontri nelle scuole: “Spesso sono gli insegnanti di religione a invitarci. Gli studenti sono sempre molto interessati e rispettosi, mi trasmettono l’idea di un’Italia aperta, diversa da quella che ci presentano i mezzi d’informazione”, dice.

Una volta uno studente delle superiori ha fatto una domanda sui Protocolli dei savi di Sion, un documento antisemita che accusa gli ebrei di dominare il mondo. “La domanda era rivolta al rabbino Levi, ma ho detto che, se il rabbino non si offendeva, avrei voluto rispondere io”, ricorda Elzir. “Invece di spiegare al ragazzo che si trattava di un falso, gli ho detto: ‘Senti, gli ebrei sono poche decine di milioni, sulla Terra siamo sette miliardi, come pensi che possano dominare il mondo? Vorrebbe dire che siamo sette miliardi di scemi!’. A volte basta usare il cervello”.

Il conto

Atomic falafel
Via Camillo Cavour 116, Firenze

2 Hummus con ful €15,00
1 Falafel €5,00
3 Tazze di tè caldo con foglie di menta €3,00
1 Pita con zaatar omaggio

Totale €23,00