Giorgia Meloni e Carlo Nordio in parlamento. Roma, 14 ottobre 2022. (Guglielmo Mangiapane, Reuters/Contrasto)

La norma voluta dal governo delle destre per contrastare il fenomeno dei rave party è pessima. E lo è a tal punto che, non appena il governo l’ha annunciata, la sua stessa maggioranza ha ammesso che ci si dovrà rimettere mano in parlamento.

Nella versione approvata in consiglio dei ministri quella norma ha introdotto un nuovo reato, che consiste nell’invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico, l’incolumità pubblica o la salute pubblica. Chiunque organizzi o promuova l’invasione è punito con la reclusione fino sei anni. I problemi che pone questa norma sono tanti, e di particolare rilevanza. Basti pensare alla delicata questione delle intercettazioni, che sono rese possibili dal fatto che la pena massima prevista per chi commette il reato è superiore ai 5 anni di reclusione. Ma la questione più grave è certamente la vaghezza con la quale il nuovo reato è stato formulato. O, come scrive il costituzionalista Michele Ainis, la “lesione del principio di determinatezza delle norme penali, derivante dal linguaggio scivoloso usato dal governo”.

La norma, infatti, come hanno rilevato molti giuristi e costituzionalisti, non consente di stabilire in modo univoco se, in presenza di un raduno di persone, ci si trovi di fronte all’esercizio di un diritto tutelato dalla costituzione, come è quello di riunirsi, o se invece ci si trovi di fronte a un reato. A stabilirlo sarà di volta in volta l’autorità che gestisce l’ordine pubblico: prefetti, questori, poliziotti. Potranno farlo godendo di un ampio margine di discrezionalità su come applicare il divieto, e se applicarlo o meno. Nel decidere sulla libertà dei cittadini, insomma, si comporteranno come giudici, pur non avendone l’autorità. E così, come ha scritto sul Foglio il giurista Giovanni Fiandaca, questo reato “riesibisce il volto del vecchio diritto penale di polizia, utilizzabile con una discrezionalità confinante con l’arbitrio”.

Tra i rischi c’è anche quello che questo reato venga usato per reprimere le contestazioni politiche. “Non negheremo a nessuno di esprimere il dissenso”, ha affermato la presidente del consiglio Giorgia Meloni, peraltro utilizzando un’espressione particolarmente inquietante: la libertà di manifestazione del pensiero è infatti tutelata dalla costituzione, e non ha certo bisogno di autorizzazione ministeriale. Anche il ministro della giustizia Carlo Nordio ha affermato che la norma “non incide, né potrebbe incidere minimamente sui sacrosanti diritti della libera espressione del pensiero e della libera riunione”.

Molti si sono chiesti come mai Nordio abbia accettato di essere accostato a un testo di questa natura

Ma le rassicurazioni verbali servono a poco: è la lettera della legge che verrà applicata dalle autorità di polizia, non le parole rassicuranti del governo. E la legge resta quello che è: “Un caso assoluto di analfabetismo legislativo. Si tratta di un testo desolante, perché non corrisponde a nulla di ciò che si chiede a una norma penale”, ha spiegato Tullio Padovani, docente emerito di diritto penale alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa.

Tutto ciò stupisce ancor di più se si pensa che, subito dopo la nomina al ministero, l’ex magistrato Nordio aveva illustrato la linea del governo sulla giustizia, indicando come priorità l’efficienza del sistema e quindi la sua velocizzazione, in linea con la sua storia professionale ma anche con le necessità del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). A ciò si sarebbe dovuti arrivare anche attraverso una “forte depenalizzazione, quindi una riduzione dei reati”.

Anche in passato l’attuale ministro aveva sostenuto questa necessità. Lo ha fatto notare di recente il Foglio, ripescando una vecchia riflessione di Nordio. Che è questa: “La sicurezza va garantita in modo preventivo e quindi attraverso il controllo del territorio, il potenziamento delle forze dell’ordine e di tutte quelle attività di prevenzione utili, da utilizzare a patto che restino segrete, come le intercettazioni. E l’errore, l’equivoco della destra, è quello di pensare di garantire la sicurezza attraverso l’inasprimento delle pene, la creazione di nuovi reati”. E invece il primo atto del governo di cui Nordio fa parte è un decreto che introduce un nuovo reato, consente le intercettazioni, e mette nelle mani della polizia le decisioni sulla liceità dell’esercizio di un diritto costituzionalmente tutelato da parte dei cittadini, che è l’opposto di quanto affermato dal ministro.

In seguito la maggioranza si è detta consapevole almeno del fatto che la norma abbia difetti di natura tecnica. E mentre il governo ancora la difendeva, tra i partiti della destra era già cominciata una discussione su come modificarla in parlamento. Ma intanto molti, tra i politici e tra i giuristi, in questi giorni si sono chiesti come mai un personaggio come Nordio, con la fama di liberale e garantista, abbia accettato di essere accostato a un testo di questa natura. Probabilmente lo stesso Nordio ha dovuto ubbidire alle ragioni della propaganda. E queste, considerate le difficoltà in cui si sta muovendo il governo, pretendevano un immediato segnale sui temi cari al proprio elettorato, per rassicurarlo.

Una legge-manifesto

Questo segnale identitario si è deciso di darlo con un provvedimento che ha tutte le caratteristiche della legge-manifesto. Siamo insomma al ritorno sulla scena del populismo penale, ossia all’utilizzo demagogico del codice penale per affrontare le questioni che emergono dalla società. E, anzi, siamo di fronte a una declinazione particolare di questa idea: il populismo legislativo che, come afferma il filosofo del diritto Luigi Ferrajoli nel suo libro Dei diritti e delle garanzie (Il Mulino, 2013), “si manifesta soprattutto nelle campagne sulla sicurezza e nella produzione demagogica di leggi-manifesto che servono solo ad alimentare la paura e per il suo tramite il consenso popolare”.

Nel caso specifico, fra i tanti casi di cronaca che angosciano l’opinione pubblica, “è stato scelto”, ha scritto la giornalista Flavia Perina, “quello che più sollecita l’immaginario che una volta avremmo definito benpensante. Folle di ragazzi riuniti, senza controllo, senza permessi, che si abbandonano a un rito dionisiaco fatto di musica, droghe e stordimento collettivo sono il nemico perfetto per ogni segmento elettorale di FdI”. Questa destra, insomma, “cerca la conferma del consenso”, e “risponde al suo popolo più che a principi astratti”.

Il fatto che, per inseguire le necessità della propaganda, la destra abbia finito per tradire perfino le promesse del proprio ministro della giustizia è molto preoccupante. Da un lato, il contenuto della discussione pubblica che si è svolta sul decreto anti-rave non ha fatto altro che confermare come le destre siano capaci di affrontare le questioni sociali soltanto come questioni di ordine pubblico. Dall’altro, il populismo penale, non essendo altro che una forma di propaganda politica che usa il diritto, si accompagna a un innalzamento dei toni sulle questioni che riguardano la sicurezza, e prelude a una chiusura sempre più marcata degli spazi di libertà. E, come ha osservato l’ex presidente della corte costituzionale Giovanni Maria Flick, “se il diritto penale, anziché extrema ratio, viene usato per contrastare le diversità sociali e culturali, definendo apposite fattispecie criminali, finisce per scivolare sul crinale della democrazia securitaria”.